11 Mar 2013

Simonetta Agnello Hornby, il veleno dell’ambiguità

Simonetta Agnello Hornby

Simonetta Agnello Hornby

L’ambiguità è la parola chiave dell’ultimo romanzo di Simonetta Agnello Hornby, Il veleno dell’oleandro (Feltrinelli). Un romanzo che tiene avvinto il lettore fino alla fine. La scrittrice-avvocatessa ci riporta nella sua Sicilia, dove sorge una maestosa villa appartenuta al diplomatico Tommaso Carpintieri e dove confluiscono i figli Mara, Giulia e Luigi per dare l’estremo saluto alla mamma-zia Anna, seconda moglie dell’ambasciatore. Dovranno tutti misurarsi con l’affascinante Bede, gestore della proprietà, nonché amante prima di Tommaso e poi della stessa Anna. La caccia ad alcune misteriose pietre preziose a cui allude Anna solleciterà l’avidità – in varie forme – dei figli, costretti a scoprire affari loschi e inquientanti nella gestione delle villa e delle annesse serre.

Tanti i personaggi, in una trama che si infittisce, arricchisce e complica a ogni capitolo: forse sono persino troppi i temi che l’autrice ha voluto concentrare in questa storia. La forza della passione, i legami familiari “necessari” eppure colmi di contraddizioni, la violenza domestica (come avvocatessa, l’autrice si è occupata della questione, già presente in altri suoi testi), e ancora la tratta dei clandestini, la mafia (non pienamente credibile la setta con i suoi adepti)… Forse troppo, anche se il romanzo è nel complesso riuscito e intrigante, grazie alla maestria della Agnello Hornby nel condurre il gioco e a una scrittura capace di rendere vivida la scena.

E’, Il veleno dell’oleandro, un romanzo sull’ambiguità. Ambiguo è Bede, figura attorno a cui ruota tutta la vicenda: nella sessualità, nei sentimenti (devoto ad Anna fino alla fine, complice della gestione criminale della proprietà); ambuigui sono Tommaso e Anna, e ogni altro protagonista, inclusa Mara, alla cui voce – alternata a quella dello stesso Bede – è affidata la narrazione.

Nulla è come appare, bene e male sono iscritti in ogni personaggio, ogni sentimento ha una doppia faccia, non c’è comportamento che non abbia un duplice risvolto… Tutte le vite descritte sono, in fondo, lacerate da una radicale ambiguità. Persino il paesaggio ne è segnato.

Giudizio finale: un romanzo intrigante che vale la pena leggere.

1 Mar 2013

Pietà non l’è morta

Pietà

La foto di Paul Hansen che ha vinto il World Press Photo 2013.

Una strada stretta. Un gruppo di palestinesi, in una specie di processione, porta i cadaveri di due bambini avvolti in un telo bianco. È la foto che ha vinto il prestigioso World Press pHoto 2013, la foto dell’anno, insomma. Si è molto discusso sul fatto che questa immagine sia stata ritoccata in sede di post-produzione. Secondo i giurati del Premio, l’intervento non ha comunque alterato la fotografia né il suo messaggio.

Qui non importa questo punto. Mi colpisce invece che questa immagine sia l’ennesima Pietà, l’ultimo aggiornamento di uno dei sentimenti più nobili, struggenti e umani. Sulle infinite rivisitazioni fra arte, fotografie e cinema della Pietà delle Pietà, cioè quella di Michelangelo, ho scritto un pezzo per Vivere che riporto qui sotto.

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In occasione del restauro delle sale del Castello Sforzesco di Milano che ospiteranno in via permanente la Pietà Rondanini di Michelangelo, è stato proposto di collocarla temporaneamente nella Cappella del Carcere di San Vittore. Sono seguiti dibattiti, in cui esperti e opinione pubblica si sono divisi. Di particolare interesse si è rivelata una riflessione fra quanti erano favorevoli: il luogo che avrebbe fatto da dimora, seppur provvisoria, alla scultura, le avrebbe consentito di esprimere il significato profondo di cui è portatrice. Quale collocazione, meglio di un luogo di detenzione, espiazione della colpa, redenzione e compassione avrebbe potuto valorizzare di più il messaggio intrinseco dell’opera? Qualcuno si è spinto fino a dire che essa si sarebbe arricchita e in qualche modo “appropriata” delle sofferenze e del dolore che in quel luogo si consumano.
Può partire da questo episodio di cronaca un percorso – inevitabilmente non esauriente – che prova a raccontare come uno dei capolavori dell’arte occidentale, la Pietà di Michelangelo, si sia trasformata nell’icona stessa del sentimento che raffigura, grazie anche alle molteplici rivisitazioni di cui è stata oggetto nell’arte, nella fotografia, nel cinema. La Pietà è il primo capolavoro che ci regalò un Michelangelo Buonarroti poco più che ventenne. L’opera, alta 174 centimetri, larga 199 e profonda 69, oggi ammirabile nella Basilica di San Pietro in Roma, prese forma fra il 1497 e il 1499. L’abbiamo vista tante volte, nell’originale o in una delle sue infinite variazioni: Maria tiene in braccio il Cristo morto, una madre raccoglie in un gesto d’amore e compassione, tanto impotente quanto forte, il figlio senza vita. Il maestro tornò al soggetto negli ultimi anni di vita, lavorando fino all’estremo respiro alla già citata Pietà Rondadini, nella quale il Cristo e Maria sembrano sorreggersi a vicenda.

L’iconografia della Pietà precede e segue Michelangelo. Intorno al 1485, Niccolò dell’Arca creò un gruppo di sette statuette in terracotta policroma, che richiamava a sua volta esempi nordici e ferraresi. Il compianto sul Cristo morto è un soggetto dell’arte sacra cristiana popolare fin dal XIV secolo. Celebre quello del Botticelli (ultimi anni del XV secolo), straordinario per l’intensità drammatica quello di Giotto (inizi del XIV secolo), stupefacente quello del Beato Angelico (1436). Anticipa di qualche decennio il lavoro del Buonarroti la Pietà del Bellini, databile fra il 1465 e il 1470, in cui la Vergine sorregge un Cristo senza peso. Fra i simboli più noti del Rinascimento italiano, il Cristo morto del Mantegna — con il suo vertiginoso scorcio prospettico che costringe lo spettatore a “seguirlo” — risale al 1475-1478; il corpo abbandonato del Salvatore occupa la scena, mentre sulla sinistra, quasi come comparse che si affacciano, appaiono le figure dolenti (una costante dell’iconografia del compianto): Maria che si asciuga le lacrime con un fazzoletto, san Giovanni in lacrime con le mani giunte e, in ombra, una donna che si dispera, probabilmente Maria Maddalena. Testimonianza della collaborazione con Michelangelo è la Pietà di Sebastiano del Piombo, di un ventennio più tarda del modello. Negli anni a cavallo fra il XVI e il XVII secolo fu Annibale Carracci a misurarsi con insuperabile sensibilità con il soggetto. La Vergine Maria immaginata da Van Dyck nella sua Pietà del 1629 distoglie lo sguardo dal Figlio, per appellarsi direttamente al Padre.

Se quelle finora citate sono perlopiù opere dipinte, del linguaggio prescelto da Michelangelo, la scultura, si servì Giuseppe Sanmartino per dare vita al suo Cristo velato (1753), una delle opere più suggestive dell’arte di tutti i tempi, in cui il Cristo morto, coperto da un sudario trasparente, giace solo, senza la presenza di Maria a compiangerlo. Non possiamo qui accennare alle tante Deposizioni che ai temi della Pietà si richiamano, ma è d’obbligo citare almeno la Deposizione di Cristo sulla croce del Tintoretto del 1559-1560, con una Vergine sconvolta da un dolore insostenibile. Sbaglierebbe chi pensasse che la Pietà fosse cara solo agli antichi. In quanto simbolo universale di un sentimento fra i più alti, essa ha affascinato con eguale forza anche i moderni e i contemporanei. La versione di Eugène Delacroix racchiude in una situazione semplificata Madre e Figlio, ispirando quella successiva di Vincent Van Gogh, del 1889, in cui viene posta al centro la Madre dolorosa, con mani forti, da contadina, protese in avanti a dare cura al Figlio perduto. Inaspettato l’”omaggio” di Edward Manet, del 1864, poetico quello di Marc Chagall (Pietà rossa, del 1956).

La forza che fa della Pietà un’icona che travalica i tempi e le culture risiede nell’intuizione di esprimere la compassione, l’amore, la cura che vuole porre rimedio al male attraverso il più naturale e primordiale dei sentimenti, quello che lega una madre al figlio. Nutrita da secoli di scultura e pittura dei più grandi artisti, nemmeno la fotografia ha potuto sottrarsi alla suggestione. Significativo che uno dei documenti più importanti sia quello di Robert Hupka, il grande fotografo viennese che ebbe il privilegio di meditare in condizioni eccezionali proprio sul capolavoro di Michelangelo, trasferito a New York per l’esposizione universale nel 1964. Seguendo l’avventura americana della Pietà fin dall’allestimento, Hupka scattò centinaia di fotografie: «Una volta cominciato non riuscii più a smettere, sino a quando la nave che riportava la statua in Italia sparì dalla mia vista. Ho scattato migliaia di fotografie… è stata un’esperienza che non si può esprimere a parole, l’esperienza di essere davanti al mistero della vera grandezza».

Sedici anni dopo che l’enclave protetta dall’Onu Srebrenica venne occupata da truppe serbo-bosniache, con l’obiettivo di attuare la pulizia etnica, Alfons Rodriguez tornò a visitare quei luoghi: «Mi sono reso conto che si continua a vivere un dolore immenso… Ci furono quasi 15 mila morti». La testimonianza ha trovato voce in Pianto per il genocidio di Srebrenica: filari di bare nere tutte identiche campeggiano in un luogo asettico, spoglio di ogni simbolo; tre ragazze e un uomo sono in piedi, una donna è chinata sul feretro che custodisce quel che resta di suo figlio; il fazzoletto incornicia un volto dolce e disperato, nel quale non è così difficile rivedere le espressioni della Vergine Maria. La Pietà, si diceva, è icona che tocca il cuore dell’uomo al di là di ogni differenza. Non sorprende che sia stata selezionata come foto dell’anno dal World Press Photo 2011 quella che ritrae una donna yemenita, avvolta nel velo completo niqab, che tiene fra le braccia il figlio ferito durante una protesta contro il presidente Saleh. «Si tratta di una foto profondamente iconica», si legge nella motivazione al premio assegnato a Samuel Aranda, «in cui è preponderante l’elemento della sofferenza umana e allo stesso tempo della compassione». La “pietà musulmana” è stata definita l’immagine.

Infine qualche rapido accenno a come anche il cinema ha assimilato questa icona universale. Se Pasolini volle citare il Cristo morto di Mantegna nel suo “Mamma Roma” del 1962, l’anno scorso il regista Kim Ki-duk ha titolato Pietà il suo film, Leone d’oro a Venezia, nella cui locandina par di rivedere Maria e il Figlio nell’estremo gesto di tenerezza. è la storia di uno strozzino violento e crudele, al quale si presenta un giorno una donna che dice di essere sua madre, gli chiede perdono per non averlo amato abbastanza e lo porta sulla via della redenzione. Ultima rivisitazione in chiave contemporanea di una storia senza tempo di dolore, compassione, rinascita.

24 Feb 2013

La piramide di Nicola Lecca

Nicola Lecca ritratto da Andrea Francesco Berni.

Nicola Lecca ritratto da Andrea Francesco Berni.

E’ una bella fiaba La piramide del caffè di Nicola Lecca (Mondadori): storia di Imi, un ragazzo che, uscito al compimento del 18° anno di età dall’orfanotrofio in cui era vissuto fino ad allota, realizza il suo sogno di vivere a Londra e di lavorare in un caffè. Il suo candore si scontrerà con le ferree logiche del business, ma un’insospettabile paladina rimetterà le cose a posto… (seguirà recensione su Famiglia Cristiana).

Diversi elementi rendono interessante l’autore e il suo libro. L’autore, per l’aver viaggiato e vissuto in mezzo mondo; per le sue precedenti e promettenti prove letterarie; per la grazia con cui costruisce la sua favola moderna; per la sensibilità con cui si è avvicinato, ha raccontato ed è rimasto legato all’orfanotrofio in cui si è realmente imbattuto… E qui siamo a questo suo ultimo romanzo, quasi la ricerca di una terza via fra idealismo e duro realismo…

Leggiamo nelle note come l’incontro con i bambini dell’orfanotrofio l’abbia toccato…

Uno scrittore giovane da cui possiamo attenderci ancora molto.

23 Feb 2013

Perché non possiamo non dirci stupidi

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Un dipinto di Botero, citato da Marrone nel suo saggio.

Senza offesa per nessuno, il titolo mi sembra la migliore sintesi di un saggio stimolante, benché non di facilissima lettura, che ho appena finito. Si tratta di Stupidità del semiologo Gianfranco Marrone (Bompiani). Un’indagine tutt’altro che scontata sulla cretineria, in cui si visitano autori come Barthes, Flaubert, Musil, Eco, Sciascia, Adorno…

Ecco, in breve, quel che mi è rimasto da questa lettura:

– si tende a pensare che lo stupido sia sempre l’altro

– invece lo siamo tutti, almeno in qualche campo, in qualche contesto (quello della stupidità parziale è una bella intuizione dell’autore)

– anziché contrapposte, stupidità e razionalità sono in un rapporto di continuo scambio, al centro di un’incessante oscillazione e inquinamento reciproco

– la stupidità è quindi insuperabile, l’unico atteggiamento possibile per non farsene dominare è quella ragionevolezza che limitatamente ne subisce il fascino, ma senza farsene soggiogare e imbrigliare definitivamente

– la stupidità sfugge a qualsiasi definizione, ma è certo che il fanatismo e la “mancata evoluzione” (Adorno), ovvero l’interruzione della crescita, della trasformazione di se stessi, la chiusura entro uno schema la evocano fortemente

13 Feb 2013

Karol e Joseph, la dignità dell’addio

Ratzinger con Wojtyla.

Ratzinger con Wojtyla.

L’uno ha scelto di portare la croce fino all’ultimo. Di fare della malattia la testimonianza dell’abbandono a Dio. Di manifestare la potenza della e nella fragilità, sull’esempio di Gesù Cristo, morto e risorto. Di contrastare la cultura imperante che non accetta limiti e impone la bellezza e la salute, sempre e ovunque. Di accogliere la morte come dimensione della vita, nella fede che non sia definitiva.

L’altro ha annunciato al mondo che non era più in grado di servire, come si deve, il popolo di Dio. E poiché il suo ministero non gli apparteneva, l’ha rimesso alla Chiesa. E poiché la Chiesa è guidata dallo Spirito Santo, gli ha fatto spazio, se ne è fatto “radura”.

Due esempi diversi e ugualmente mirabili di umiltà, dignità, sequela al Maestro.

Quanto ognuno di noi – e a maggior ragione chi occupa un ruolo pubblico – può imparare dall’addio di questi due uomini.

8 Feb 2013

I consigli di Machiavelli all’elettore

Un ritratto di Machiavelli.

Un ritratto di Machiavelli.

Cinquecento anni fa, nel 1513, Niccolò Machivelli scrisse Il Principe, un trattato politico – definiamolo così – destinato appunto a chi deve governare. Per rivisitare o conoscere il pensiero di Machiavelli raccomando un testo davvero stimolante: Scegliere il principe di Maurizio Viroli, edito da Laterza. L’autore, docente di Teoria politica all’Università di Princeton e di Comunicazione politica all’Università della Svizzera italiana (Lugano), ha avuto una bella idea: rileggere il testo del grande pensatore attualizzandolo e trasformando tali attualizzazioni in consigli che lo stesso Machiavelli dà al cittadino elettore. Una bella idea, svolta con non minore competenza e brio.

Valga un esempio. Prendiamo il capitolo due del saggio. «Giudica alle mani, non agli occhi», si legge nel capolavoro del Cinquencento. «Ovvero: i politici si giudicano guardando i fatti e non le apparenze», traduce Viroli.  Meraviglioso…

Esiste un’indicazione più congrua dinanzi alla campagna elettorale a cui stiamo assistendo? E dato che ben pochi sono i volti realmente nuovi fra i candidati, non dovrebbe risultare difficile esaminare «i fatti», quello che hanno fatto quando erano al Governo, se hanno pensato all’interesse nazionale o a quello privato, se hanno aiutato il Paese a crescere o l’hanno fatto precipitare sull’orlo del baratro (non solo economico, ma anche morale e culturale), e non farsi irretire dalle apparenze, alle promesse di togliere questa o quella tassa…

1 Feb 2013

Filosofate bambini, filosofate

La bambina filosofica di Vanna Vinci.

La bambina filosofica di Vanna Vinci.

Mi ha molto appassionato in questi anni il tema della filosofia per i bambini, cioè praticata con i bambini. All’origine di questo interesse, c’è un semplice ragionamento: se la capacità di pensare in maniera critica e autonoma è uno dei più grandi beni dell’uomo, al punto che dovrebbe diventare un dovere per ogni sistema scolastico e un diritto inviolabile della persona, allora bisogna fare in modo che fin da quando si è piccoli la mente venga educata, allevata, coltivata, sviluppata, esercitata. E niente è meglio della filosofia a tal scopo.

A ciò si aggiunga una considerazione importante: il bambino è filosofo per natura. Come ci hanno insegnato i greci, è la meraviglia di fronte all’essere a suscitare la domanda. E la meraviglia è una delle caratteristiche fondamentali dell’infanzia. Ancora, c’è nella mente del bambino un’autentica attitudine al pensiero, alle domande, alla ricerca di risposte, che non va dispersa (si legga il bellissimo Il bambino filosofo di Alison Gopnik, Bollati Boringhieri).

Voglio qui ricordare due cose: che l’Unesco si è fatto promore di un appello, intitolato Filosofia, scuola di libertà, in cui raccomanda l’insegnamento della filosofia findalla scuola primaria; e che all’estero, ma anche in Italia, esistono molte esperienze interessanti, sulle quali ora non mi posso soffermare, ma su cui mi riprometto di tornare.

Segnalo almeno il volume Piccole ragioni. Filosofia con i bambini pubblicato da Cosimo Panini, che dà conto del lavoro compiuto dalla Fondazione Collegio San Carlo. Da sottolineare che contiene non solo utili contributi teorici sulla filosofia per i bambini, ma anche le tracce di alcuni percorsi di pratica filosofica con i bambini, sperimentati sul campo.

30 Gen 2013

La bellezza dell’abbastanza

Per una filosofia dell'abbastanza.

Per una filosofia dell’abbastanza.

Abbastanza è un concetto stimolante e suggestivo. Che cosa significa “abbastanza” (enough in inglese)? E che cosa indica, soprattutto? Va da sé che solo ciascun individuo può stabilire che cosa è abbastanza per sé: ciò che è abbastanza per me può essere troppo o troppo poco per te,  tanto nella vita spirituale e sentimentale, quanto in quella materiale.

In questi anni la categoria dell’abbastanza ha però vissuto un ritorno impetuoso: si parla, ad esempio, di “economia dell’abbastanza”, in opposizione alle tendenze consumistiche e alla logica che più si ha meglio è. Uno degli effetti della crisi è stato proprio quello di indurci a riscoprire il valore delle cose, rendendoci consapevoli che, a volte, aspiriamo al superfluo.

In quest’ottica segnalo l’uscita da Mondadori di Quanto è abbastanza, di Robert ed Edward Skidelsky, il primo docente di Politica economica a Warwick e autore – non a caso – di una monumentale biografia di Keynes, il secondo docente di Filosofia a Exter: bello che siano un padre e il figlio a riflettere insieme su questo tema. La domanda di fondo è: di che cosa abbiamo bisogno per essere felici? Di quanto denaro? Un discorso ampio, che porta a mettere in discussione ad esempio la “dittatura” del Pil (che avrà i suoi meriti in fatto di misurazione della produzione economica di un Paese, ma fallisce drammaticamente nel rilevare tutto ciò che dalla dimensione economica esula) e i nostri stili di vita.

Da tempo grandi economisti hanno dimostrato che, raggiunto un certo grado di benessere, la ricchezza non crea affatto felicità. Un dibattito a cui nessuno – individuo, comunità, istituzioni – si dovrebbe sottrarre.

24 Gen 2013

Pieno sole, piena arte

Un'illustrazione di "Pieno sole".

Un’illustrazione di “Pieno sole”.

Ho già avuto modo di dire che quello per i ragazzi è il più innovativo, dinamico e avanzato settore della narrativa. Soprattutto sul fronte delle illustrazioni si stanno conseguendo risultati straordinari. Se volete una prova clamorosa di questa idea, prendete in mano Pieno sole di Antoine Guilloppé (L’Ippocampo): non un libro, ma un’opera d’arte.

L’autore ha intagliato le pagine a pizzo e dorature, con effetti magnifici, di grande valore artistico. Nella sua brevità e concisione, anche il testo sa essere incisivo, creare attesa e sopresa finale, puntando sul tema più bello e antico: l’amore fra un uomo e una donna, nel paesaggio della savana.

21 Gen 2013

Ciaccio Montalto, la maggioranza degli onesti

Il giudice Montalto.

Il giudice Montalto.

Occupandomi della pubblicazione da parte di Sellerio di Esercizi di cronaca di Vincenzo Consolo, di cui ricorre oggi il primo anniversario della scomparsa, mi sono imbattuto nella figura del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto. Uno dei tanti eroi semisconosciuti che popolano la nostra storia. Seguendo il processo al “Mostro di Marsala”, Consolo conobbe e divenne amico del giudice. Persona seria, intelligente, impegnata a servire lo Stato. Ben consapevole sia della possibilità che in quella losca vicenda fosse coinvolto qualche pezzo grosso, sia di rischiare la vita. Fu ucciso il 25 gennaio del 1983.

Quanto uomini del genere esistono nel nostro Paese? Morti nel silenzio, caduti nell’oblio, eppure figure centrali per la nostra democrazia. Mi piace pensare che siano l’avanguardia di una maggioranza silenziosa che, giorno dopo giorno, senza salire agli onori della cronaca, fa il proprio dovere, vive al meglio la propria vita e la propria professione, nel rispetto delle regole. Sì, questa gente è la maggioranza, quasi sempre soverchiata da una minoranza di faccendieri arroganti che non rispettano nulla, tanto meno la legge. Una maggioranza purtroppo senza voce, sola. Ma dobbiamo ricordarci che esiste, che fra i nostri “vicini” non ci sono solo farabutti dediti all’interesse personale a ogni costo, ma, soprattutto, gente per bene, normale e seria, che vive con dignità.

Il giudice Montalto ci ricorda tutto questo. E non è poco.

 

Chi sono

Sono nato a Vicenza nel 1968. Mi sono laureato in Filosofia a Padova con una tesi su Martin Heidegger, poi ho frequentato il Biennio di giornalismo dell’Ifg di Milano. Sono caporedattore e responsabile del settore Cultura e spettacoli di Famiglia Cristiana. Mi sto occupando di Filosofia per bambini e per comunità (P4C). [leggi tutto…]

Preghiere selvatiche

There's a blaze of light In every word It doesn't matter which you heard The holy or the broken Hallelujah
Leonard Cohen