26 Apr 2013

Miracolo a Le Havre, davvero

Un'illustrazione di "Miracolo a Le Havre" tratta da film.it.

Un’illustrazione di “Miracolo a Le Havre” tratta da film.it.

Che grazia Miracolo a Le Havre, film del 2011 di Aki Kaurismäki. Per la serie “meglio tardi che mai”, l’ho visto in Dvd. E non posso fare a meno di raccomandarne la visione a chi, come me, non l’aveva ancora visto.

Tra le tante riflessioni che il film stimola, voglio solo sottolineare l’apparente e cercato contrasto fra l’ordinarietà, la normalità, l’umiltà dei protagonisti e la grandezza epica delle loro azioni. Contrasto sottolineato da una colonna sonora che ripete, rielaborati e addolciti, motivi western e “da Casablanca“, quando la vicenda, i personaggi, i paesaggi, l’ambientazione rimandano a una ordinarietà quasi banale e minimale. L’eroe protagonista, per dirne una, è un lustrascarpe. E qui sta, forse, il bellissimo messaggio del film: le grandi azioni, gli atti di eroismo e coraggio non dipendono da altri fattori che il cuore dell’uomo: sono le dimensioni del cuore, della coscienza, a fare di un uomo un eroe o una persona insignificante o cattiva.

Stupenda  asai originale la figura dell’ispettore, uomo che ha e scopre in sé un “punto sensibile”, com’egli confesserà. Tutti i personaggi hanno questa statuarietà, questa postura teatrale, questo comportamento “comico”; tutti sono così presi nel loro ruolo, forse perché in fondo sanno che la Storia sono loro a farla, a dispetto di ogni apparenza. Un film pieno di grazia.

 

26 Apr 2013

Evoluzionismo, teoria quasi scientifica

Una rappresentazione dell'evoluzione dell'uomo.

Una rappresentazione dell’evoluzione dell’uomo.

Chi ha una frequentazione anche sporadica con questo blog sa che, quello riportato nel titolo, non è il mio pensiero. Rimando a questo pezzo all’interno del blog: leggi. E’, purtroppo, una frase che ho sentito pronunciare con le mie orecchie durante una omelia da un sacerdote, qualche settimana fa.

E’ semplicemente incredibile che si pensi ancora a creazionismo ed evoluzionismo come due teorie e concezioni contrapposte e incompatibili, come appunto tentavo di dire nell’articolo che ho linkato.

Suggerisco a tutti coloro che ancora si muovono in un orizzonte culturale così angusto da pensare che l’idea di Dio e di Creazione escluda quella di evoluzione una lettura firmata da un autore ben più autorevole di me, il cardinale Gianfranco Ravasi: Darwin e il Papa. Il falso dilemma tra evoluzione e creazione, pubblicato dalle edizioni Dehoniane.

19 Apr 2013

Peppe e Toni Servillo, fratelli coltelli

Peppe e Toni Servillo in "Le voci di dentro".

Peppe e Toni Servillo in “Le voci di dentro”.

Ho avuto modo di incontrare i fratelli Servillo per un’intervista per Famiglia Cristiana. Peppe è il leader degli Avion Travel, non nuovo a incursioni nella recitazione. Toni è forse l’attore più richiesto dal cinema, ma anche un bravissimo regista teatrale, innamorato di Goldoni e De Filippo.

Al di là dei tratti più personali e famigliari dei due fratelli, per i quali rimando al mio articolo sul numero di Famiglia Cristiana ora in edicola, vorrei soffermarmi sulla potenza del testo teatrale che Toni ha scelto di portare in scena: Le voci di dentro di Eduardo De Filippo. È la storia di un uomo (Toni) che, scambiando un sogno per il vero, denuncia di omicidio una famiglia di vicini. L’emergere della verità – si tratta solo di un sogno – non porterà affatto la tranquillità, ma scatenerà una ridda incontenibile e drammatica di sospetti all’interno della famiglia ingiustamente accusata e indurrà il fratello (Peppe) a tentare di approfittarne per fare tutto suo il patrimonio famigliare.

Come dire: la corruzione, il sospetto, l’odio si annidano fin nelle relazioni più intime. C’è da sorprendersi se la società in cui viviamo è marcia fin nel profondo? Un testo scritto all’indomani della seconda guerra mondiale, ma sembra oggi.

Toni e Peppe sono bravissimi. Se potete, vedete lo spettacolo, fino a fine mese al Piccolo di Milano e poi in tournée.

16 Apr 2013

Comunque, padri e figli

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Una scena di “Razza bastarda” di Alessandro Gassman.

A proposito di padri e figli, oltre all’articolo su Il complesso di Telemaco di Massimo Recalcati (vedi qui), rinvio ad altri due miei pezzi: un dossier per il sito di Famiglia Cristiana (Alla ricerca del padre perduto, vedi qui) e un servizio per Il nostro tempo (Padri e figli in dialogo, vedi qui).

 

13 Apr 2013

Murakami, beato ma non ancora santo

Murakami Haruki

Murakami Haruki

Un bell’articolo di Repubblica ieri analizzava l’opera e il successo del giapponese Murakami Haruki. Da tempo volevo scrivere qualcosa a proposito del suo 1Q84, il suo ultimo imponente romanzo, diviso in due volumi (Einaudi).

Vado subito al sodo: siamo indubbiamente in presenza di un grande autore, dotato di una straordinaria forza visionaria, capace come pochi di dare voce all’inconscio, di mostrare come sia protagonista della nostra vita “vigile”, di creare realtà e mondi paralleli, di descrivere la solitudine e il bisogno d’amore dell’uomo contemporaneo, la difficoltà di comunicare…

La mia opinione è – restando alle sue ultime opere – che tutte queste qualità siano all’opera soprattutto in Kafka sulla spiaggia, un autentico capolavoro, nel quale la penna dello scrittore sembra guidata dal dio della letteratura. Possiamo dire lo stesso del monumentale e più recente 1Q84? A mio avviso, non siamo allo stesso livello: il romanzo promette più di quel che mantiene, Murakami gioca con furbizia e abilità con la trama, i personaggi e i lettori, ma resta l’impressione che si alzi qualche piccolo rivolo di fumo che non viene dall’arrosto…

Affascinante la ragazza protagonista, altrettanto la vecchia signora, abbastanza Tengo, il protagonista maschile… Il tema della setta e del fanatismo religioso invece lascia presagire intuizioni che non arrivanoi mai: il leader, la stramba storia dei Little People e altre parti ancora assomigliano a effetti speciali che si dissolvono, lasciando il cielo vuoto… Se gli elementi narrativi non evocano, non alludono, non diventano significanti, ma sono fini a se stessi, si produce un gioco letterario, raffinato fin che si vuole, ma non un capolavoro… Kafka sulla spiaggia invece…

Concludo dicendo che fare una valutazione critica di un autore, esprimendo giudizi diversi sui suoi libri, non significa affatto disprezzarlo. A volte si insinua il sospetto cheattorno a questo scrittore si sian0 costruite una moda e una venerazione un po’ acritiche.

25 Mar 2013

Recalcati: Telemaco è il figlio giusto

Il saggio di Massimo Recalcati su Telemaco.

Il saggio di Massimo Recalcati su Telemaco.

Il padre è evaporato. Eppure, la domanda di paternità (legge, autorità, norma) resta ed è forte.

Si badi bene: il padre non è morto provvisoriamente, con la conseguenza che potrebbe, un domani risorgere. È tramontato definitivamente, almeno nella forma della Legge-Ideale assoluto. Eppure del padre si ha bisogno. Che fare? Che cosa resta del padre? E come coglierlo?

Non risponde alla domanda Edipo, in opposizione violenta al padre. E neppure Narciso, così di moda e diffuso oggi, tutto preso da sé stesso.

La via potrebbe additarla Telemaco: egli guarda il mare, in attesa del padre. E dal mare arriva sempre qualcosa. Non arriverà il padre-re, il padre-ideale, il padre-eroe, bensì un padre che combatterà per riconquistare il suo regno. Assieme al figlio. La nuova possibile allenza fra padre e il figlio si configura secondo questa dialettica: la testimonianza del padre (non più eroe, ma testimone, appunto) e la capacità del figlio di acquisire l’eredità. Che non è un Regno, non è la mera trasmissione di un bene che avviene una volta per tutte. È, invece, una dinamica di acquisizione.

Il saggio di Massimo Recalcati Il complesso di Telemaco (Feltrinelli), sviluppando e portando a compimento la riflessione già avviata sulla morte del padre e sul desiderio, è – a mio avviso – uno di quei testi che segna un passaggio nella storia del pensiero.

24 Mar 2013

Le tag di papa Francesco

La tenerezza di papa Francesco.

La tenerezza di papa Francesco.

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14 Mar 2013

Francesco, «Va’ e ripara la mia casa»

Onofrio III approva la Regola di San Francesco (Giotto,  Basilica Superiore,  Assisi).

Onofrio III approva la Regola di San Francesco (Giotto, Basilica Superiore, Assisi).

11 Mar 2013

Simonetta Agnello Hornby, il veleno dell’ambiguità

Simonetta Agnello Hornby

Simonetta Agnello Hornby

L’ambiguità è la parola chiave dell’ultimo romanzo di Simonetta Agnello Hornby, Il veleno dell’oleandro (Feltrinelli). Un romanzo che tiene avvinto il lettore fino alla fine. La scrittrice-avvocatessa ci riporta nella sua Sicilia, dove sorge una maestosa villa appartenuta al diplomatico Tommaso Carpintieri e dove confluiscono i figli Mara, Giulia e Luigi per dare l’estremo saluto alla mamma-zia Anna, seconda moglie dell’ambasciatore. Dovranno tutti misurarsi con l’affascinante Bede, gestore della proprietà, nonché amante prima di Tommaso e poi della stessa Anna. La caccia ad alcune misteriose pietre preziose a cui allude Anna solleciterà l’avidità – in varie forme – dei figli, costretti a scoprire affari loschi e inquientanti nella gestione delle villa e delle annesse serre.

Tanti i personaggi, in una trama che si infittisce, arricchisce e complica a ogni capitolo: forse sono persino troppi i temi che l’autrice ha voluto concentrare in questa storia. La forza della passione, i legami familiari “necessari” eppure colmi di contraddizioni, la violenza domestica (come avvocatessa, l’autrice si è occupata della questione, già presente in altri suoi testi), e ancora la tratta dei clandestini, la mafia (non pienamente credibile la setta con i suoi adepti)… Forse troppo, anche se il romanzo è nel complesso riuscito e intrigante, grazie alla maestria della Agnello Hornby nel condurre il gioco e a una scrittura capace di rendere vivida la scena.

E’, Il veleno dell’oleandro, un romanzo sull’ambiguità. Ambiguo è Bede, figura attorno a cui ruota tutta la vicenda: nella sessualità, nei sentimenti (devoto ad Anna fino alla fine, complice della gestione criminale della proprietà); ambuigui sono Tommaso e Anna, e ogni altro protagonista, inclusa Mara, alla cui voce – alternata a quella dello stesso Bede – è affidata la narrazione.

Nulla è come appare, bene e male sono iscritti in ogni personaggio, ogni sentimento ha una doppia faccia, non c’è comportamento che non abbia un duplice risvolto… Tutte le vite descritte sono, in fondo, lacerate da una radicale ambiguità. Persino il paesaggio ne è segnato.

Giudizio finale: un romanzo intrigante che vale la pena leggere.

1 Mar 2013

Pietà non l’è morta

Pietà

La foto di Paul Hansen che ha vinto il World Press Photo 2013.

Una strada stretta. Un gruppo di palestinesi, in una specie di processione, porta i cadaveri di due bambini avvolti in un telo bianco. È la foto che ha vinto il prestigioso World Press pHoto 2013, la foto dell’anno, insomma. Si è molto discusso sul fatto che questa immagine sia stata ritoccata in sede di post-produzione. Secondo i giurati del Premio, l’intervento non ha comunque alterato la fotografia né il suo messaggio.

Qui non importa questo punto. Mi colpisce invece che questa immagine sia l’ennesima Pietà, l’ultimo aggiornamento di uno dei sentimenti più nobili, struggenti e umani. Sulle infinite rivisitazioni fra arte, fotografie e cinema della Pietà delle Pietà, cioè quella di Michelangelo, ho scritto un pezzo per Vivere che riporto qui sotto.

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In occasione del restauro delle sale del Castello Sforzesco di Milano che ospiteranno in via permanente la Pietà Rondanini di Michelangelo, è stato proposto di collocarla temporaneamente nella Cappella del Carcere di San Vittore. Sono seguiti dibattiti, in cui esperti e opinione pubblica si sono divisi. Di particolare interesse si è rivelata una riflessione fra quanti erano favorevoli: il luogo che avrebbe fatto da dimora, seppur provvisoria, alla scultura, le avrebbe consentito di esprimere il significato profondo di cui è portatrice. Quale collocazione, meglio di un luogo di detenzione, espiazione della colpa, redenzione e compassione avrebbe potuto valorizzare di più il messaggio intrinseco dell’opera? Qualcuno si è spinto fino a dire che essa si sarebbe arricchita e in qualche modo “appropriata” delle sofferenze e del dolore che in quel luogo si consumano.
Può partire da questo episodio di cronaca un percorso – inevitabilmente non esauriente – che prova a raccontare come uno dei capolavori dell’arte occidentale, la Pietà di Michelangelo, si sia trasformata nell’icona stessa del sentimento che raffigura, grazie anche alle molteplici rivisitazioni di cui è stata oggetto nell’arte, nella fotografia, nel cinema. La Pietà è il primo capolavoro che ci regalò un Michelangelo Buonarroti poco più che ventenne. L’opera, alta 174 centimetri, larga 199 e profonda 69, oggi ammirabile nella Basilica di San Pietro in Roma, prese forma fra il 1497 e il 1499. L’abbiamo vista tante volte, nell’originale o in una delle sue infinite variazioni: Maria tiene in braccio il Cristo morto, una madre raccoglie in un gesto d’amore e compassione, tanto impotente quanto forte, il figlio senza vita. Il maestro tornò al soggetto negli ultimi anni di vita, lavorando fino all’estremo respiro alla già citata Pietà Rondadini, nella quale il Cristo e Maria sembrano sorreggersi a vicenda.

L’iconografia della Pietà precede e segue Michelangelo. Intorno al 1485, Niccolò dell’Arca creò un gruppo di sette statuette in terracotta policroma, che richiamava a sua volta esempi nordici e ferraresi. Il compianto sul Cristo morto è un soggetto dell’arte sacra cristiana popolare fin dal XIV secolo. Celebre quello del Botticelli (ultimi anni del XV secolo), straordinario per l’intensità drammatica quello di Giotto (inizi del XIV secolo), stupefacente quello del Beato Angelico (1436). Anticipa di qualche decennio il lavoro del Buonarroti la Pietà del Bellini, databile fra il 1465 e il 1470, in cui la Vergine sorregge un Cristo senza peso. Fra i simboli più noti del Rinascimento italiano, il Cristo morto del Mantegna — con il suo vertiginoso scorcio prospettico che costringe lo spettatore a “seguirlo” — risale al 1475-1478; il corpo abbandonato del Salvatore occupa la scena, mentre sulla sinistra, quasi come comparse che si affacciano, appaiono le figure dolenti (una costante dell’iconografia del compianto): Maria che si asciuga le lacrime con un fazzoletto, san Giovanni in lacrime con le mani giunte e, in ombra, una donna che si dispera, probabilmente Maria Maddalena. Testimonianza della collaborazione con Michelangelo è la Pietà di Sebastiano del Piombo, di un ventennio più tarda del modello. Negli anni a cavallo fra il XVI e il XVII secolo fu Annibale Carracci a misurarsi con insuperabile sensibilità con il soggetto. La Vergine Maria immaginata da Van Dyck nella sua Pietà del 1629 distoglie lo sguardo dal Figlio, per appellarsi direttamente al Padre.

Se quelle finora citate sono perlopiù opere dipinte, del linguaggio prescelto da Michelangelo, la scultura, si servì Giuseppe Sanmartino per dare vita al suo Cristo velato (1753), una delle opere più suggestive dell’arte di tutti i tempi, in cui il Cristo morto, coperto da un sudario trasparente, giace solo, senza la presenza di Maria a compiangerlo. Non possiamo qui accennare alle tante Deposizioni che ai temi della Pietà si richiamano, ma è d’obbligo citare almeno la Deposizione di Cristo sulla croce del Tintoretto del 1559-1560, con una Vergine sconvolta da un dolore insostenibile. Sbaglierebbe chi pensasse che la Pietà fosse cara solo agli antichi. In quanto simbolo universale di un sentimento fra i più alti, essa ha affascinato con eguale forza anche i moderni e i contemporanei. La versione di Eugène Delacroix racchiude in una situazione semplificata Madre e Figlio, ispirando quella successiva di Vincent Van Gogh, del 1889, in cui viene posta al centro la Madre dolorosa, con mani forti, da contadina, protese in avanti a dare cura al Figlio perduto. Inaspettato l’”omaggio” di Edward Manet, del 1864, poetico quello di Marc Chagall (Pietà rossa, del 1956).

La forza che fa della Pietà un’icona che travalica i tempi e le culture risiede nell’intuizione di esprimere la compassione, l’amore, la cura che vuole porre rimedio al male attraverso il più naturale e primordiale dei sentimenti, quello che lega una madre al figlio. Nutrita da secoli di scultura e pittura dei più grandi artisti, nemmeno la fotografia ha potuto sottrarsi alla suggestione. Significativo che uno dei documenti più importanti sia quello di Robert Hupka, il grande fotografo viennese che ebbe il privilegio di meditare in condizioni eccezionali proprio sul capolavoro di Michelangelo, trasferito a New York per l’esposizione universale nel 1964. Seguendo l’avventura americana della Pietà fin dall’allestimento, Hupka scattò centinaia di fotografie: «Una volta cominciato non riuscii più a smettere, sino a quando la nave che riportava la statua in Italia sparì dalla mia vista. Ho scattato migliaia di fotografie… è stata un’esperienza che non si può esprimere a parole, l’esperienza di essere davanti al mistero della vera grandezza».

Sedici anni dopo che l’enclave protetta dall’Onu Srebrenica venne occupata da truppe serbo-bosniache, con l’obiettivo di attuare la pulizia etnica, Alfons Rodriguez tornò a visitare quei luoghi: «Mi sono reso conto che si continua a vivere un dolore immenso… Ci furono quasi 15 mila morti». La testimonianza ha trovato voce in Pianto per il genocidio di Srebrenica: filari di bare nere tutte identiche campeggiano in un luogo asettico, spoglio di ogni simbolo; tre ragazze e un uomo sono in piedi, una donna è chinata sul feretro che custodisce quel che resta di suo figlio; il fazzoletto incornicia un volto dolce e disperato, nel quale non è così difficile rivedere le espressioni della Vergine Maria. La Pietà, si diceva, è icona che tocca il cuore dell’uomo al di là di ogni differenza. Non sorprende che sia stata selezionata come foto dell’anno dal World Press Photo 2011 quella che ritrae una donna yemenita, avvolta nel velo completo niqab, che tiene fra le braccia il figlio ferito durante una protesta contro il presidente Saleh. «Si tratta di una foto profondamente iconica», si legge nella motivazione al premio assegnato a Samuel Aranda, «in cui è preponderante l’elemento della sofferenza umana e allo stesso tempo della compassione». La “pietà musulmana” è stata definita l’immagine.

Infine qualche rapido accenno a come anche il cinema ha assimilato questa icona universale. Se Pasolini volle citare il Cristo morto di Mantegna nel suo “Mamma Roma” del 1962, l’anno scorso il regista Kim Ki-duk ha titolato Pietà il suo film, Leone d’oro a Venezia, nella cui locandina par di rivedere Maria e il Figlio nell’estremo gesto di tenerezza. è la storia di uno strozzino violento e crudele, al quale si presenta un giorno una donna che dice di essere sua madre, gli chiede perdono per non averlo amato abbastanza e lo porta sulla via della redenzione. Ultima rivisitazione in chiave contemporanea di una storia senza tempo di dolore, compassione, rinascita.

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Chi sono

Sono nato a Vicenza nel 1968. Mi sono laureato in Filosofia a Padova con una tesi su Martin Heidegger, poi ho frequentato il Biennio di giornalismo dell’Ifg di Milano. Sono caporedattore e responsabile del settore Cultura e spettacoli di Famiglia Cristiana. Mi sto occupando di Filosofia per bambini e per comunità (P4C). [leggi tutto…]

Preghiere selvatiche

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