Elenco degli articoli in "Pensieri (Filosofia)"

24 Feb 2018

La redazione come comunità di ricerca?

Una scena del film “The post” di Spielberg.

È possibile concepire una redazione giornalistica come una comunità di ricerca (filosofica)?

Approdo a questa domanda, che mette in relazione la mia professione (giornalista) con una delle mie più forti passioni (la filosofia e la sua pratica – non insegnamento – con bambini e adulti), dopo che nel giornale per cui lavoro, Famiglia Cristiana, ho assunto il ruolo di caporedattore.

Come porsi davanti ai colleghi? Come attuare un costruttivo confronto di idee, stante la necessità di maturare in tempi rapidi una decisione? Come conciliare il potere e la necessità decisionale dettate dalla gerarchia con un’imprenscindibile apertura al confronto e ai contributi degli altri?

Sollecitato da questi interrogativi, sono arrivato a pensare che una redazione può – almeno per molti aspetti, se non per tutti – essere vissuta come una comunità di ricerca (filosofica). In questo modo trasferisco nella professione una delle acquisizioni più preziose della pratica filosofica.

Vivere l’attività redazionale come se fosse una comunità di ricerca significa che ognuno ha il diritto e il dovere di dare il proprio contributo, di esprimere le proprie idee, di illustrare la sua posizione, purché si impegni ad argomentarla, a mostrarne agli altri le buone ragioni, i fondamenti. Si gioca ad armi pari: ognuno, dotato della sua intelligenza, del pensiero razionale (il λóγoς) può aiutare a cercare la soluzione, il progetto migliore, in base e alla luce della linea editoriale del giornale in questione. È la forza, la lucidità, la solidità, la capacità di farsi voce del Pensiero (il λóγoς) a decidere in un processo inesauribile di mediazione, negoziazione e sintesi (la dialettica!) la bontà di ogni singola idea, naturalmente – lo ripeto – in relazione all’attività specifica, cioè il giornalismo, e alla testata di cui stiamo parlando E qui entrano in gioco altri fattori, come l’esperienza nel campo specifico e le abilità, anche tecniche, del mestiere).

Non mi sfugge la differenza fondamentale fra una comunità di ricerca e una redazione: nella prima i membri sono, sotto ogni punto di vista, uguali agli altri; nella seconda, esiste necessariamente una gerarchia, chi comanda e chi no. Ciò non impedisce, a mio parere, che anche il capo possa interpretare il suo ruolo secondo le modalità della Comunità di ricerca, nella quale tutti hanno le medesime possibilità di esprimersi e di contribuire alla ricerca comune della verità. Certo, in un giornale poi è necessario che qualcuno tiri le fila, che prenda le decisioni: ma fino all’atto finale, nel percorso che lo precede, può vivere con questo spirito la sua mansione.

D’altra parte Lipman, il filosofo che ha fondato la Philosophy for Children, da cui discende anche la Philosophy for Community, ha sempre sottolineato due aspetti essenziali della pratica filosofica e della comunità che la esperisce:

  1. è un esercizio di democrazia, in quanto ogni individuo vale in quanto tale ed è chiamato a confrontare la sua posizione con quella degli altri attraverso le armi della dialettica e della negoziazione
  2. a “comandare”, per così dire, non è nessuno, se non il Pensiero, la Logica, con la sua forza, la sua capacità di analisi e di sintesi

 

10 Dic 2017

L’illusione di vivere senza l’Altro

Byung-Chul Han

Qualche anno fa avevo letto un saggio illuminante che spiegava come, nella nostra epoca, il prossimo avesse perso visibilità e consistenza, a causa dell’espansione dell’io. Lo aveva scritto uno psicoanalista molto bravo, Luigi Zoja, che lo aveva intitolato proprio La morte del prossimo (Einaudi).

Qualche giorno fa ho concluso la lettura di un altro saggio che, da una prospettiva più filosofica, non psicoanalitica, affronta lo stesso tema. Si tratta di L’espulsione dell’altro di Byung-Chul Han (Nottetempo). Un saggio non meno illuminante di quello di Zoja, non di facilissima lettura per chi non frequenta la filosofia, ma di estremo interesse, reso comunque piacevole dal ricorso dell’autore alla letteratura e al cinema per condurre il suo percorso.

La tesi di fondo del Byung-Chul Han – un coreano che insegna in Germania – è che la nostra società, dominata dal neoliberismo il cui obiettivo è la produttività, tende a livellare ogni realtà, esperienza ed entità nella dimensione dell’Uguale, cancellando la dimensione dell’Alterità. In altre parole, il nostro mondo è ormai pervaso da un pensiero, una cultura unica che tende ad espellere tutto ciò che non le corrisponde e che non si fa omologare.

La ricerca della massima produttività e, specularmente, del consumo hanno pervaso e invaso la nostra esperienza, grazie anzitutto a un’affermazione incondizionata dell’Io – in ciò l’analisi di Byung-Chul Han coincide con quella di Zoia. Il risultato è una realtà in cui qualsiasi esperienza della differenza, dell’Altro in tutte le sue accezioni scompare radicalmente.

La comunicazione digitale esprime perfettamente questo stato di cose, configurandosi come il linguaggio della nostra epoca: siamo chiamati sempre e solo a esprimere un “mi piace”, non ad articolare il nostro pensiero, in un dialettica costruttiva.

Ciò ha portato l’individuo e la società al benessere e alla felicità? Evidentemente no. Abitante di una casa in cui c’è spazio solo per se stesso, l’individuo è più solo che mai, come sta a denunciare ad esempio l’aumento dei casi di depressione. Il punto è che senza il confronto con l’Altro l’io non è in grado di auto-definirsi, di svilupparsi, di costruirsi come identità specifica. Abbiamo bisogno del riferimento a una Alterità per diventare noi stessi; se quella viene meno, anche l’io è in crisi.

Liberandosi dell’altro l’io pensa di migliorare la sua esistenza, di espandere la sua vitalità, di accrescere le sue possibilità. Invece accade tutto il contrario. 

Molti fenomeni dell’attualità possono essere compresi a partire da questa analisi. Lo stesso terrorismo è una ribellione violenta alla legge assoluta dell’Uguale.

L’espulsione dell’altro è un testo con cui vale la pena confrontarsi. L’analisi filosofica diventa chiave ermeneutica del presente.

 

20 Ott 2017

I Nobel ci indicano la strada

I tre vincitori del Nobel per la Medicina

Non mi pare che qualcuno abbia osservato che gli ultimi premi Nobel, quelli assegnati nel 2017, sono legati da un filo rosso: sono stati attribuiti a ricerche che indicano quale direzione dovrebbe prendere lo sviluppo, il progresso, affinché contribuisca a creare un mondo migliore e non a peggiorarlo.

Il Nobel per la Medicina a Jeffrey Hall, Michael Rosbash e Michael Young è stato assegnato con questa motivazione: «La vita sulla Terra si è adattata alla rotazione del nostro pianeta», e le scoperte dei tre scienziati spiegano «come piante, animali e umani adattano il loro ritmo biologico di modo da sincronizzarlo con il moto della terra».

In altre parole, è stato dimostrato che la vita degli esseri viventi è evoluta ed è andata strutturandosi in sintonia con il movimento di rotazione del pianeta in cui abitiamo.Un’intuizione che faceva parte anche della saggezza popolare, ma che ora ha un fondamento scientifico. Legare i nostri bioritmi al movimento terrestre, quindi al dì e alla notte, alla luce e al buio, è (anche) una questione che ha a che fare direttamente con la nostra salute.

Di questo Nobel si è detto che è “ecologista”, ma in un senso profondo, perché ci ricorda che noi esseri viventi abbiamo un legame profondo e inscindibile con madre Natura e che soltanto una civiltà che rispetta questo legame, in altre parole una società sostenibile o ecologica, favorisce la salute e il benessere dell’uomo.

Il Nobel per la pace è andato invece all’Organizzazione per il bando alle armi nucleari (Ican) «per il suo ruolo nel fare luce sulle catastrofiche conseguenze di un qualunque utilizzo di armi nucleari e per i suoi sforzi innovativi per arrivare a un trattato di proibizioni di queste armi».  Il messaggio che arriva è chiaro: investire nelle armi nucleari non può portare a nulla di buono, serve soltanto a creare pericolose tensioni e a porre la basi per la distruzione del mondo. Ha senso insistere in quei negoziati che metteno d’accordo le armi, bloccandone la proliferazione. Ogni riferimento alla Corea del Nord e alla reazione muscolare di Trump è del tutto voluto.

Questi due Nobel dell’Accademia svedese (e il comitato norvegese per quanto riguarda il premio per la pace) scaturiscono da un’attenta e profonda lettura della realtà, dei problemi del mondo contemporaneo, e attribuendolo a determinate ricerche vogliono attirare l’attenzione del mondo su di essi e indicare, per quanto possibile, una possibile via d’uscita. Un premio politico, nel senso alto del termine.

In questa chiave possiamo leggere anche il Nobel per l’economia a Richard H. Thaler, per aver integrato – provo a tradurre la motivazione – economia e psicologia. In altre parole, Thaler ha dimostrato che quando prendiamo decisioni economiche non siamo influenzati soltanto da calcoli razionali (e quindi dalle teorie economiche), ma da molti altri fattori, a-razionali quando non irrazionali, legati alla sfera della psicologia e dell’emotività. Da questa idea nasce la convinzione che i Governi abbiano la possibilità di esercitare una dolce pressione, una sorta di moral suasion per indurre i cittadini a fare determinate scelte, ritenute utili e giuste. Qui si apre un dibattito non da poco per valutare se in questa azione il Governo abusi del suo potere e se abbia il diritto di farlo. Qui preme soltanto evidenziare che la cosiddetta economia comportamentale apre suggestivi scenari sulle sue applicazioni. Vi invito ad approfondire il tema cercando appunto i vari progetti attuati nelle politiche pubbliche, ad esempio quello di chiedere agli automobilisti, nel momento in cui prendono la patente, di indicare se vogliono donare i loro organi, in modo che tutti esprimano la loro scelta.

Non mi sembra vi sia nulla di politico nel Nobel per la letteratura a Kazuo Ishiguro, ma solo il giusto riconoscimento a un grande autore: qui il mio articolo sullo scrittore.

7 Ago 2017

Franco Lorenzoni, un’altra scuola è possibile

Franco Lorenzoni

Ho appena finito di leggere I bambini pensano grande (Sellerio) di Franco Lorenzoni. Franco Lorenzoni è un maestro che insegna a Giove e che ad Amelia ha fondato e dirige la Casa laboratorio Cenci, un innovativo centro educativo. Ad agosto avrò il piacere di incontrarlo per intervistarlo per Famiglia Cristiana, in vista della sua partecipazione al Festival della mente.

IL CREDO PEDAGOGICO DI FRANCO LORENZONI 

L’idea educativa di Franco Lorenzoni è assai interessante e merita di essere approfondita. In una parola, si può dire che il maestro umbro ha in mente una scuola fondata sull’ascolto dei bambini, su un metodo di apprendimento basato sull’esperienza e sul dialogo e sull’approfondimento multidisciplinare, in modo da sostare a lungo su un argomento anziché correre su tanti argomenti per svolgere un programma calato dall’alto.

LA PHILOSOPHY FOR CHILDREN E IL METODO DI FRANCO LORENZONI 

Qui mi vorrei soffermare sulle profonde affinità che sussistono fra il metodo pedagogico di Lorenzoni e la mia grande passione, la Filosofia per bambini (Philosophy for Children p P4C).

Ecco, schematicamente, le convergenze:

  • l’ascolto dei bambini (nella P4C è uno dei cardini, tanto che sono loro stessi, come comunità, a decidere di che cosa occuparsi, in base agli interessi e ai bisogni del momento)
  • il dialogo (è l’essenza di ogni filosofare)
  • il lavorare in cerchio (il setting ha la sua non trascurabile importanza)
  • la dimensione comunitaria: ogni singolo lavora nel confronto costante con gli altri
  • il preoccuparsi di insistere su un argomento fino a che i bambini ne sentono il bisogno, anziché passare ad altro per soddisfare richieste esterne
  • il ruolo dell’esperienza: nella P4C è anzitutto il vissuto dei bambini a diventare protagonista

Il credo di Lorenzoni e della P4C coincidono soprattutto laddove si prefiggono, come obiettivo primario, la crescita della persona intesa in modo complessivo, lo sviluppo del pensiero critico, della capacità di ascolto, di confronto con il diverso, di elaborare ed esprimere un’opinione argomentata.

La società e chiunque abbia a cuore il futuro del Paese hanno il dovere di ascoltare questo lavoro, per costruire una scuola più accogliente, più vera,. più intensa, più istruttiva, capace di creare persone migliori.

8 Lug 2017

Casa Pedrera, Spagna batte Italia 22 a 12

Palazzo Pedrera di Gaudì a Barcellona.

UNA CARISSIMA VISITA A CASA PEDRERA A BARCELLONA

Sono appena tornato da un viaggio in Spagna, dove ho visitato Barcellona e Valencia. Fra le attrattive che ho voluto vedere c’è Casa Pedrera, uno degli straordinari palazzi civili realizzati da Gaudí.  Una costruzione visionaria, geniale, ispirata al mondo organico – le onde del mare, le alghe – e memorabile soprattutto per quel terrazzo sopra l’edificio, in cui svettano comignoli che sembrano figure esotiche provenienti dal deserto e per quella “soffitta” fatta di archi convergenti che tanto ricordano lo scheletro di un serpente.

Tutto bene, dunque. Per entrare, si paga un biglietto di 22 euro (11 i bambini). L’ingresso a Casa Batlló,  l’altro esempio più noto di architettura civile di Gaudí, è ancora più caro.

Allora mi sono chiesto: premesso che sono un ammiratore di Gaudíe che la Sagrada Familia è semplicemente grandiosa e commovente, è un prezzo congruo quello che si paga per visitare queste case?

12 EURO PER VISITARE LA GALLERIA DEGLI UFFIZI

Per rispondere ho fatto una cosa semplice: ho verificato quanto costa l’ingresso alla Galleria degli Uffizi di Firenze, senza tema di smentite uno dei musei più importanti al mondo, straripante di capolavori assoluti della storia dell’arte. E ho scoperto che bastano 12 euro…

12 euro per entrare alla Galleria degli Uffizi e vedere decine di capolavori della storia dell’arte, 22 euro per entrare a Casa Pedrera… Vi sembra congruo?

A me, no. Mi direte: Casa Pedrera è privata, gli Uffizi sono statali… Vero, ma basta questo a giustificare una tale sproporzione? L’ingresso alla Fondazione Miró costa 12 euro, come gli Uffizi… Ora, con tutto l’amore per Miró … 12 euro costa anche l’ingresso al Museo nazionale della Catalunya, questo sì pubblico…

LA VERITA’ E’ CHE…

La verità è che noi italiani non sappiamo valorizzare il nostro patrimonio artistico e culturale nemmeno nella politica dei prezzi. Credete che se gli Uffizi aumentassero il costo del biglietto a 15, 18 euro diminuirebbero gli ingressi? Se proprio non si volesse scoraggiare l’affluenza degli italiani, perché non prevedere una tariffa per gli italiani e un’altra per gli stranieri?

Sono tornato a casa un po’ arrabbiato. All’estero, sanno non solo valorizzare, ma esaltare ciò che hanno al di là del loro valore oggettivo. Noi tendiamo a fare il contrario…

9 Giu 2017

“Internet è buono”, ma non spiega perché

Ho letto La psicologia di Internet di Patricia Wallace (Raffaello Cortina), sul quale ho maturato un giudizio ambivalente.

Il saggio di Patricia Wallace – esperta di psicologia delle relazioni e dell’apprendimento – si segnala in positivo per la quantità impressionante di ricerche citate condotte sul campo in tutto il mondo su Internet e i social media e i loro effetti sulla persona. Sono centinaia. Da valutare positivamente anche la tendenza dell’autrice di evidenziare, per ogni tema, aspetti utili e insidie offerti dal Web.

Detto questo, La psicologia di Internet resta vittima di un equivoco strutturale.

In primo luogo, a fronte dei vantaggi e delle utilità offerte da una determinata funzione del Web, corrisponde una più vasta area di criticità e problematiche: a dircelo è la stessa Wallace, ed è strano che lei non percepisca questo sbilanciamento.

In secondo luogo – e questo è il problema di fondo – l’autrice manifesta un’opinione sostanzialmente positiva di Internet, in quanto consente al Sé di forgiare la sua identità e di comunicare con un’efficacia mai conosciuta prima, dilatando le sue possibilità, mettendo in mano al soggetto potenti strumenti. Se usato in maniera attiva, Internet, nonostante tutte le sue zone d’ombra, migliora la nostra vita.

Ora, si può concordare con questa tesi, ma resta un problema: ciò che consente a una persona di usare il mezzo attivamente, anziché esserne usato, non si reperisce all’interno di Internet. L’intelligenza che permette ad esempio di vagliare l’attendibilità di una fonte non è data dalla frequentazione di Internet, bensì da una maturità, un’esperienza conquistata al di fuori di esso. Insomma, solo grazie a capacità pre-acquisite alla navigazione posso dare vita a una navigazione attiva e non passiva, utile e non dannosa.

Questo il problema, che il saggio nemmeno sfiora. Non basta dire – come si fa in La psicologia di Internet – che il Web tende  a renderci una maschera disumana e a farci compiere di conseguenza una serie di brutte azioni, ma che se il soggetto di ricorda di essere una persona, può prevenire azioni disumane. Un’idea piuttosto debole e fragile. Posso ricordarmi di essere una persona solo se ho maturato questa consapevolezza prima di buttarmi nel mate del Web.

6 Mag 2017

Facebook, chi controlla il controllore?

Mark Zuckerberg

A lungo Facebook si è chiamato fuori da ogni implicazione-giuridico-morale della sua attività. L’azienda diceva: noi siamo per il diritto di ciascuno a esprimersi, a dire ciò che vuole; crediamo nella libertà. Senonché si sono poi accorti che – come nella vita e nella storia – l’esercizio illimitato della libertà comporta problemi enormi.

Quando si vuole vivere insieme, bisogna stipulare un patto (Hobbes insegna…), nel quale ciascuno cede una porzione della sua libertà in nome del bene e della convivenza pubblica. Non sono ancora state inventate alternative a questo metodo…

Alla fine anche Facebook l’ha capito, è stata costretta a capirlo. E non poteva che essere così. Nel momento in cui alcuni utenti hanno cominciato a postare contenuti che ledevano i diritti degli altri, costituivano un pericolo per la collettività o procuravano un danno (all’autore stesso o ad altri), ha dovuto assumersi la responsabilità della sua attività. Come accade a un giornale, ad esempio, fondato certamente sul diritto a esprimere liberamente il proprio pensiero, ma anche sul dovere di farlo in determinate forme, rispettose di alcune regole.

E’ la storia del diritto, prima ancora che della morale.

Il problema che sempre più nitidamente si affaccia, a mio avviso, è il seguente: Facebook comincia a darsi delle regole, nel senso che comincia a darle ai suoi utenti; inoltre, assume revisori che controllino se i contenuti pubblicati rispettino tali regole. Ma chi stabilisce queste regole? Chi controlla il controllore?

Riporta qui sotto un mio articolo pubblicato su Famigliacristiana.it, nel quale rifletto su questi temi.

 FACEBOOK DIVENTA PIU’ RESPONSABILE
La notizia che Facebook ha deciso di assumere 3.000 nuovi revisori per impedire la diffusione di post e di video violenti o palesemente immorali merita qualche riflessione.
Anzitutto, è un bene che il Social media più diffuso al mondo (lo usano miliardi di persone) si stia gradualmente assumendo la responsabilità di cio che è di ciò che fa. Non è scontato: infatti, la prima reazione dei vertici, tempo fa, è stata di limitarsi a ribadire il ritornello vuoto della libertà di espressione. Certo che è sacrosanto il diritto di esprimersi e di comunicare,ma come la mettiamo quando le nostre parole e le nostre azioni procurano un danno a noi stessi o ad altri? Quando prevaricano sui diritti degli altri?
Ultimamente Mark Zuckerberg e i suoi hanno preso coscienza che questa pilatesca lavati di mani è assurda: è come se un’azienda che produce un determinato prodotto si appellasse al suo diritto di commerciare, infischiandosene degli effetti che provoca quel prodotto o come se ciascuno di noi, rivendicando una libertà assoluta, pretendesse di fare ciò che gli pare, anche quando procura del male agli altri.
Ai 4.500 revisori già attivi, se ne aggiungeranno presto altri 3.000 dunque. I revisori hanno appunto il compito di vigilare sui contenuti postati sulla piattaforma, raccogliendo segnalazioni degli utenti e delle autorità.
CHI STABILISCE LE REGOLE?
Facebook si è resa conto – e questa è la seconda riflessione – che non basta un algoritmo per sventare questo pericolo. Le cronache anche recenti lo hanno dimostrato in modo brutale e drammatico: sul social sono comparsi video e affermazioni di suicidi, omicidi, violenze rimasti per ore visibili al mondo prima che qualcuno prendesse un’iniziativa.«Abbiamo visto persone fare del male a sé stessi e ad altri, sia in diretta sia in video postati successivamente. È straziante», ha scritto Zuckenberg.
Per effettuare con cura un controllo etico – perché di questo stiamo parlando, inutile girarci attorno! – la tecnologia e la scienza si rivelano inadeguati: occorrono un occhio, cioè una intelligenza e una coscienza umani.
Non saranno dunque dei robot o qualche sofisticato programma a vigilare sulla correttezza dei contenuti, bensì delle persone, 3.000 nuovi esseri pensanti.
Infine, bisogna che la collettività e le istituzioni prendano coscienza che queste popolari piattaforme social hanno bisogno di una regolamentazione. In questo momento, è l’azienda stessa a decidere che cosa può essere pubblicato e cosa può essere diffuso. In base a quali criteri? Ed è sufficiente che un’azienda si assegni da sé tali criteri, senza alcun controllo esterno, o deve essere un organo giuridico riconosciuto a stabilire le leggi che valgono per tutti e farle osservare?
Facebook comincia ad assumersi le sue responsabilità, ed è un bene; ma le istituzioni pubbliche hanno il dovere di scrivere le leggi e le norme che tutti – Facebook compresa, sono tenuti a rispettare. Altrimenti i social media potranno muoversi a loro discrezione, creandosi una morale su misura.

25 Mar 2017

L’essere salvato dall’alterità

La filosofia francese mostra segni importanti di vitalità, superiori a quelli della filosofia nostrana. Mimesis, ad esempio, sta traducendo una serie di autori che hanno il merito di intrecciare la riflessione razionale con l’attualità.

Di recente ho letto Accanto a lei. Presenza opaca, presenza intima di Francois Jullien (Mimesis).

Ecco qui di seguito la recensione al saggio (originariamente pubblicata su Famigliacristiana.it).

È un’esperienza quotidiana quella di assistere alla banalizzazione delle cose, alla caduta nella monotonia delle “presenze” che ci circondano. Detto in termini filosofici, sperimentiamo in maniera reiterata la banalizzazione dell’essere, il reificarsi della presenza, il suo rendersi opaca e perciò in-significante.

Tale considerazione non deve essere assunta solo in termini psicologici, assecondando un dilagante soggettivismo psicologico. Deve invece essere assunta anzitutto in termini ontologici: dicendo che la presenza si banalizza, che l’essere si reifica (Heidegger avrebbe detto: l’essere si riduce a semplice-presenza disponibile e manipolabile) non si fa riferimento soltanto al deteriorarsi delle relazioni interpersonali, ad esempio nel rapporto amoroso, con il passare del tempo, ma a un depotenziarsi dell’essere stesso. Questo processo di caduta nella monotonia, nell’opacità, nella banalità della presenza, una volta che è data, è solo per certi aspetti riconducibile ai limiti dell’io, tanto del soggetto che non sa più cogliere la novità della presenza, quanto del destinatario della sua attenzione, che perde slancio mano a mano che la sua corsa perde velocità.

Oltre questa dimensione psicologica, c’è tuttavia quella ontologica: tale faglia è insita nell’essere stesso, gli è strutturale, gli appartiene in maniera insuperabile. Questa interessante riflessione viene sviluppata da Francois Jullien, filosofo e sinologo, in una saggio breve e denso, intitolato Accanto a lei. Presenza opaca, presenza intima, edito da Mimesis.

Se le cose stanno come qui si sostiene, significa che siamo perduti, dal momento che è l’essere stesso a “dover” vivere tale caduta, che non sarebbe imputabile a un limite, ovviabile, del soggetto? Con un altro colpo di scena filosofico, l’autore, dopo averlo estromesso nella prima parte del ragionamento, rimette in gioco il soggetto o la persona. La possibilità di rendere nuovamente “splendente” o “intima” (con le parole dell’autore) la presenza che si è fatta opaca è infatti nelle mani del soggetto-persona. I Greci non avevano colto tale possibilità – osserva Jullien – perché erano abbagliati dall’essere. L’avvento del cristianesimo ha avuto l’effetto di riconoscere il ruolo del soggetto o persona nel suo rapportarsi all’essere.

Che cosa può dunque fare il soggetto-persona per “salvare” l’essere della reificazione, dal suo naturale degenerarsi in cosa in-significante? Laddove sa instaurare una relazione intima – concetto che sta agli antipodi dell’opaco – il soggetto-persona coglie l’altro in tutta la sua novità, a condizione di accettare e saper accogliere la sua alterità. È proprio l’apertura e la salvaguardia dell’alterità che dà una scossa alla nostra percezione dell’essere, rendendoci capaci di vedere nella presenza accanto a noi non una presenza opaca, bensì una presenza intima. Ciò può accadere nella relazione amorosa come nell’amicizia. Dovunque, aggiungiamo, ci sia una relazione aperta all’alterità e unicità dell’altro.

Quando due persone sanno guardarsi realmente negli occhi – filosoficamente: accogliere l’alterità e unicità ontologica dell’altro – accade un evento, si scatena un’energia inedita, grazie alla quale il soggetto esce da se stesso per entrare nell’altro o, meglio, in un noi.

Pare di capite che secondo l’autore nella relazione autentica che rivela l’essere in sé accadono dunque due movimenti fondamentali e simmetrici. Il primo è quello della presenza che svela se stessa solo ri-traendosi, trattenendosi: da non intendere soltanto come negarsi di un amante nella relazione amorosa, ad esempio, ma come preservarsi della presenza dall’uso e dal consumo, dal ridursi a cosa manipolabile, disponibile e perciò monotona, opaca e scontata. Alla ritrazione della presenza corrisponde specularmente un de-concidere da se stesso del soggetto, per porsi nella condizione di saper cogliere, oltre i pre-giudizi e le abitudini, la novità, l’alterità, l’essenza inedita dell’altro.

Un saggio davvero interessante.

Volete sapere che cos’è l’immagine dell’articolo? Gli amanti di René Magritte.

9 Lug 2016

Google Car, ha un bel problema

Un prototipo della Google Car.

Un prototipo della Google Car.

È dei giorni scorsi la notizia del primo incidente mortale in una vettura che viaggiava con il pilota automatico. A maggio in Florida il conducente di una Tesla Model S che aveva in quel momento inserito il sistema Autopilot (una specie di guida semiautomatica) ha perso la vita. La Tesla ha subito precisato che si tratta del primo incidente mortale dopo 200 milioni di chilometri percorsi dalle vetture di questo tipo,  ma non ha potuto impedire l’inchiesta negli Usa dell’NHTSA, l’ente federale Usa per la sicurezza stradale.

Intanto resta vivace il dibattito sugli algoritmi con cui programmiamo le auto a guida autonoma, le Google Car, per intenderci: in base agli algoritmi che i programmatori, cioè l’uomo, le assegneranno, l’auto “saprà” come comportarsi. Ora, è certo che la Google Car potrà risparmiare migliaia di incidenti e di vittime, per la semplice ragione che non è suscettibile del classico “errore umano”. Semmai è emerso che proprio la scrupolosa attenzione e osservanza del Codice stradale potrebbe provocare degli incidenti, perché impatterebbe con l’umana tendenza a fare il contrario…

Tuttavia è un’altra questione a sollevare i problemi più spinosi, perché sconfina dall’ambito prettamente tecnologico in quello filosofico ed etico. Per spiegare di che cosa stiamo parlando, conviene fare un esempio: la nostra Google Car con un passeggero a bordo sta viaggiando tranquilla, “vede” un semaforo verde e quindi procede per la sua strada. All’improvviso un gruppo di pedoni attraversano, noncuranti del rosso. In situazioni del genere, che cosa dovrà fare la Google Car? Investire i pedoni, perché non hanno rispettato la segnaletica? Oppure buttarsi di lato, per salvarli, con l’alta possibilità di ferire o uccidere il suo passeggero? Che cosa è giusto fare?

La situazione si può complicare ulteriormente, in base alle varianti immaginabili: se il passeggero è una donna incinta? Se ad attraversare la strada sono dei bambini? E così via…

Qualcuno ha provato a proporre la celebre dottrina del male minore come soluzione. Ma siamo sicuri che sia davvero una soluzione? Oppure non è, in questo caso, un criterio eccessivamente utilitaristico? E come calcolare, ammesso che sia possibile, il “valore” delle persone? Basta un criterio quantitativo a dirimere il dilemma: il valore dipende dal numero di persone in gioco, cioè meglio sacrificarne una per salvarne ad esempio quattro? E se quell’unica persona è una madre incinta, appunto?

Inutile dire che la Google Car, con tutta la sua fiammante e avveniristica tecnologia, non è in grado di rispondere a queste domande. Reagirà alla situazioni in base ai comandi, agli algoritmi che le verranno trasmessi da noi uomini. E quindi: come vogliamo configurarla? Nelle situazioni prospettate, dovrà seguire la teoria del male minore? Oppure?

Vale la pena aggiungere che alcune ricerche hanno evidenziato che tutti noi siamo d’accordo, in linea di massima, che è preferibile salvare quattro vite sacrificandone una sola. Salvo che quella vita da sacrificare sia la nostra. Il che significa che nessuno comprerebbe un’auto a guida autonoma programmata per sacrificare il suo passeggero al fine di salvare altre vite…

La tecnologia sembra più evoluta della nostra capacità di dare risposte etiche…

L’articolo è stato pubblicato l’1-7-2016 su Famigliacristiana.it

30 Mar 2016

Pensieri filosofici di una mamma

Vittoria Baruffaldi

Vittoria Baruffaldi

Di recente mi sono imbattuto in un libro che incontra diversi dei miei interessi: la filosofia in generale, l’insegnamento della filosofia ai bambini, il rapporto fra filosofia e vita, ovvero l’applicazione della filosofia alla vita, il rapporto fra genitore e figlio…

Si tratta di Esercizi di meraviglia. Fare la mamma con filosofia di Vittoria Baruffaldi, pubblicato da Einaudi. In questo articolo ho presentato e analizzato i temi principali del libro.

L’autrice insegna filosofia in un liceo ed è diventata mamma. È esattamente l’esempio vivente di come filosofia ed esistenza non solo possano, ma anche “debbano” incontrarsi, per fecondarsi a vicenda.

Mi è ovviamente impossibile mettermi nei panni di una donna che ha in grembo un bambino: di certo, la vita che nasce accresce, vorrei dire quasi esaspera la nostra attitudine filosofica, perché ci riporta in quella condizione incantata in cui tutto ci appare meraviglioso, come se lo vedessimo per la prima volta.

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Chi sono

Sono nato a Vicenza nel 1968. Mi sono laureato in Filosofia a Padova con una tesi su Martin Heidegger, poi ho frequentato il Biennio di giornalismo dell’Ifg di Milano. Sono il responsabile del settore Cultura e spettacoli di Famiglia Cristiana. Mi sto occupando di Filosofia per bambini e per comunità (P4C). [leggi tutto...]

Preghiere selvatiche

There's a blaze of light In every word It doesn't matter which you heard The holy or the broken Hallelujah
Leonard Cohen

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