Elenco degli articoli in "Pensieri (Filosofia)"

9 Apr 2020

Dietrich Bonhoeffer moriva 75 anni fa: una lezione ancora da imparare

Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano, moriva esattamente 75 anni fa, il 9 aprile del 1945, ucciso dai nazisti per aver congiurato contro Hitler. È l’occasione per rileggere il suo capolavoro, Resistenza e resa. Ecco qui un video con la presentazione di questo capolavoro del pensiero del Novecento:

https://www.famigliacristiana.it/video/un-libro-san-paolo-per-la-quarantena.aspx

A questo indirizzo, invece, una recensione più analitica del pensiero del teologo: https://www.famigliacristiana.it/blogpost/bonhoeffer-e-il-dio-per-un-mondo-adulto.aspx

4 Mar 2020

Per un’etica – Imperativo categorico 2 – «Non fare agli altri ciò che non vuoi che venga fatto a te»

Per definire un’etica che si avvalga della lezione dell’esperienza, ma che avvia una valenza universale (vedi l’articolo introduttivo), dopo il primo imperativo categorico (vedi qui), proviamo a proporne un secondo: «Non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto a te».

Certamente qui non scopriamo nulla di nuovo, ma riscopriamo la sapienza intramontabile di una massima divenuta patrimonio comune. Da un punto di vista filosofico, la sua forza risiede nel fatto che costringe il soggetto etico a regolare la propria azione mettendosi nei panni dell’altro, partendo però da sé stesso. C’è un doppio movimento in questo imperativo: verso l’altro («non fare agli altri») e verso sé stessi («quello che non vuoi venga fatto a te»).

Contro questo principio viene sollevata di solito un’obiezione: ciò che piace a me, ciò che è bene per me, non è detto che lo sia anche per l’altro. Anzi, a volte è addirittura il contrario. Tuttavia, come anticipato sopra, la forza di questa massima sta nell’indurre ciascuno a capire ciò che è bene per l’altro, non per se stesso. Ognuno di noi, infatti, chiede agli altri che “gli venga fatto” tutto ciò che è bene per lui, non ciò che è bene per gli altri. Perciò il soggetto etico, se vuole agire davvero come una persona buona, deve sforzarsi di capire ciò che l’altro considera bene per se stesso e non imporgli ciò che è bene per lui.

Così questa regola aurea, in apparenza così semplice, addirittura naïf, rivela una profondità, uno spessore e una complessità insospettabili, dicendoci che se vogliamo comportarci in modo eticamente corretto non basta “fare all’altro” ciò che per noi è bello, buono, utile (che può trasformarsi addirittura in qualcosa di brutto, cattivo, inutile); è invece necessario impegnarsi a scoprire quello che per lui è bello, buono, utile.

(Apro qui una parentesi: questa interpretazione del “non fare all’altro ciò che non vuoi che non venga fatto a te, evoca il concetto evangelico del “farsi prossimo” come risposta alla domanda: chi è il mio prossimo?).

Nel commentare questa massima abbiamo volto in positivo una frase formulata in negativo: da “non fare” è diventato un “fare”. Ciò è diretta conseguenza della nostra interpretazione: mettendosi nei panni dell’altro per capire qual è il bene che desidera non ci limitiamo a omettere quelle azioni che potrebbero danneggiarlo, ma ci impegniamo a procurargli il bene che ci è possibile. Da un atteggiamento passivo, a un atteggiamento attivo. 

Infine, potremmo definire questa seconda regola come la regola etica dell’empatia. 

 

6 Gen 2020

Per un’etica – Imperativo categorico 1: «Agisci come se i tuoi figli ti stessero guardando e in modo che non si debbano mai vergognare di te»

 

Il primo imperativo di un’etica che voglia dare un valore universale all’esperienza è: «Agisci come se i tuoi figli ti stessero guardando e in modo che non si debbano mai vergognare di te».

Credo che chi è genitore non abbia difficoltà a capire il senso di questo imperativo: è insostenibile l’idea di compiere il male davanti ai loro occhi, come quella di fare scelte o mettere in atto azioni che possano provocare in loro la vergogna di avere un padre e una madre del genere.

Ai figli vogliamo dare il meglio, anche di noi stessi. Spesso vorremmo offrire loro anche più di quello che siamo in grado di dare. Ecco allora che rivolgere un pensiero nel momento della decisione a loro, al loro sguardo e alla loro azione, può aiutarci a mettere da parte istinti violenti, aggressività, collera per lasciare spazio invece alla ricerca del giusto, dell’onesto, del buono.

5 Gen 2020

Per un’etica – Introduzione

Con questo articolo ha inizio un tentativo di costruire un’etica, vale a dire la definizione di una serie di regole in grado di orientare le nostre decisioni.

I punti di riferimento saranno due. Il primo è l’etica kantiana con i suoi “imperativi categorici”: gli obblighi morali devono infatti avere un valore universale, devono essere validi per tutti gli uomini in ogni tempo. L’altro riferimento è l’esperienza.

In questo modo, esperienza particolare e universalità si incontrano. Se un imperativo morale deve essere universale, è però la nostra esperienza a dargli sostanza, a impedirgli di essere pura astrazione o esercizio logico. E se l’esperienza non acquisisce forma universale, non può assurgere a comando riconosciuto come degno di essere osservato da tutti.

Questa ricerca nasce dunque come sintesi di logos ed esperienza, razionalità e vita.

Perché cimentarsi in un progetto del genere? Perché è inevitabile che accada di trovarsi in situazioni in cui abbiamo un disperato e urgente bisogno di sapere come dobbiamo comportarci, quale decisione dobbiamo prendere. E per lasciare una piccola eredità ai miei figli (che, probabilmente, non leggeranno mai queste righe).

7 Apr 2019

Il vero significato della “fine della storia” secondo Francis Fukuyama

Francis Fukuyama e la copertina dell’edizione americana del suo ultimo libro, Identità.

Sicuramente il nome di Francis Fukuyama è legato soprattutto all’idea della “fine della storia”, espressa in un saggio del 1992, intitolato La fine della storia e l’ultimo uomo, pubblicato nel 1992.

Scritto all’indomani del crollo del Muro di Berlino, del dissolvimento dell’Unione sovietica e della fine dei due blocchi e quindi della Guerra fredda, quell’idea non suscitò subito il dibattuto che avrebbe scatenato di lì a pochi anni. Una serie di eventi – fra cui nuovi conflitti, la crisi di diversi stati democratici e il ritorno a regimi totalitari – sembrò gridare al mondo che la storia non era affatto finita, come stavano a dimostrare appunto gli ultimi eventi.

Francis Fukuyama non ha mai ritrattato del tutto quella sua tesi, piuttosto si è affannato a più riprese a specificarne il significato autentico. Lo ha fatto anche nel recente saggio Identità (Utet), in occasione della cui pubblicazione ho avuto la possibilità di incontrarlo di persona e intervistarlo.

La mia modesta opinione è che Fukuyama abbia ragione, a condizione che la sua tesi venga compresa in un’accezione ampia, non letterale.

“Fine della storia” in senso letterale significa che la democrazia – con i valori di libertà, rispetto dei diritti, uguaglianza, equilibrio dei poteri ecc. su cui si fonda e a cui dà forma – ha ormai trionfato a livello planetario e quindi ha raggiunto la sua destinazione finale. Intesa così, la teoria è chiaramente datata e superata, persino ingenua.

Tuttavia a mio avviso il politologo americano voleva intendere un’altra cosa: che la storia si muove inesorabilmente verso la libertà e i diritti, che trovano la loro incarnazione politica appunto nelle democrazie liberali. Certo, dopo la caduto del Muro e la disgregazione dell’Urss la storia ha compiuto un balzo in quella direzione, ma non si è certo compiuta – e chissà se si compirà mai del tutto, verrebbe da aggiungere. E tuttavia quel movimento storico verso la libertà e i diritti, il rispetto dell’individuo, l’uguaglianza e la giustizia è inarrestabile, incancellabile, per la ragione che l’uomo in quanto tale aspira a essere libero e a vedere riconosciuti i suoi diritti. Metaforicamente si potrebbe dire che il processo storico verso la libertà – usiamo questa parola per sintetizzare tutti i valori indicati sopra – assomiglia a quella che in natura è l’evoluzione: legge interna al mondo naturale, sempre in azione. 

Quindi Fukuyama con la sua controversa teoria sulla “fine della storia” ha indicato la dinamica teleologica della storia, non un dato di fatto. Chi crede che davvero libertà e diritti della persona siano le mete cui aspira ogni uomo e che queste trovano incarnazione politica nella democrazia liberale (certo, poi bisogna cominciare a discutere su che cos’è una democrazia liberale…) può quindi dirsi d’accordo con lui.

Un’ultima annotazione: il discorso di Fukuyama è profondamente hegeliano, in questo individuare una tensione, un cammino della storia verso la libertà.

24 Feb 2018

La redazione come comunità di ricerca?

Una scena del film “The post” di Spielberg.

È possibile concepire una redazione giornalistica come una comunità di ricerca (filosofica)?

Approdo a questa domanda, che mette in relazione la mia professione (giornalista) con una delle mie più forti passioni (la filosofia e la sua pratica – non insegnamento – con bambini e adulti), dopo che nel giornale per cui lavoro, Famiglia Cristiana, ho assunto il ruolo di caporedattore.

Come porsi davanti ai colleghi? Come attuare un costruttivo confronto di idee, stante la necessità di maturare in tempi rapidi una decisione? Come conciliare il potere e la necessità decisionale dettate dalla gerarchia con un’imprenscindibile apertura al confronto e ai contributi degli altri?

Sollecitato da questi interrogativi, sono arrivato a pensare che una redazione può – almeno per molti aspetti, se non per tutti – essere vissuta come una comunità di ricerca (filosofica). In questo modo trasferisco nella professione una delle acquisizioni più preziose della pratica filosofica.

Vivere l’attività redazionale come se fosse una comunità di ricerca significa che ognuno ha il diritto e il dovere di dare il proprio contributo, di esprimere le proprie idee, di illustrare la sua posizione, purché si impegni ad argomentarla, a mostrarne agli altri le buone ragioni, i fondamenti. Si gioca ad armi pari: ognuno, dotato della sua intelligenza, del pensiero razionale (il λóγoς) può aiutare a cercare la soluzione, il progetto migliore, in base e alla luce della linea editoriale del giornale in questione. È la forza, la lucidità, la solidità, la capacità di farsi voce del Pensiero (il λóγoς) a decidere in un processo inesauribile di mediazione, negoziazione e sintesi (la dialettica!) la bontà di ogni singola idea, naturalmente – lo ripeto – in relazione all’attività specifica, cioè il giornalismo, e alla testata di cui stiamo parlando E qui entrano in gioco altri fattori, come l’esperienza nel campo specifico e le abilità, anche tecniche, del mestiere).

Non mi sfugge la differenza fondamentale fra una comunità di ricerca e una redazione: nella prima i membri sono, sotto ogni punto di vista, uguali agli altri; nella seconda, esiste necessariamente una gerarchia, chi comanda e chi no. Ciò non impedisce, a mio parere, che anche il capo possa interpretare il suo ruolo secondo le modalità della Comunità di ricerca, nella quale tutti hanno le medesime possibilità di esprimersi e di contribuire alla ricerca comune della verità. Certo, in un giornale poi è necessario che qualcuno tiri le fila, che prenda le decisioni: ma fino all’atto finale, nel percorso che lo precede, può vivere con questo spirito la sua mansione.

D’altra parte Lipman, il filosofo che ha fondato la Philosophy for Children, da cui discende anche la Philosophy for Community, ha sempre sottolineato due aspetti essenziali della pratica filosofica e della comunità che la esperisce:

  1. è un esercizio di democrazia, in quanto ogni individuo vale in quanto tale ed è chiamato a confrontare la sua posizione con quella degli altri attraverso le armi della dialettica e della negoziazione
  2. a “comandare”, per così dire, non è nessuno, se non il Pensiero, la Logica, con la sua forza, la sua capacità di analisi e di sintesi

 

10 Dic 2017

L’illusione di vivere senza l’Altro

Byung-Chul Han

Qualche anno fa avevo letto un saggio illuminante che spiegava come, nella nostra epoca, il prossimo avesse perso visibilità e consistenza, a causa dell’espansione dell’io. Lo aveva scritto uno psicoanalista molto bravo, Luigi Zoja, che lo aveva intitolato proprio La morte del prossimo (Einaudi).

Qualche giorno fa ho concluso la lettura di un altro saggio che, da una prospettiva più filosofica, non psicoanalitica, affronta lo stesso tema. Si tratta di L’espulsione dell’altro di Byung-Chul Han (Nottetempo). Un saggio non meno illuminante di quello di Zoja, non di facilissima lettura per chi non frequenta la filosofia, ma di estremo interesse, reso comunque piacevole dal ricorso dell’autore alla letteratura e al cinema per condurre il suo percorso.

La tesi di fondo del Byung-Chul Han – un coreano che insegna in Germania – è che la nostra società, dominata dal neoliberismo il cui obiettivo è la produttività, tende a livellare ogni realtà, esperienza ed entità nella dimensione dell’Uguale, cancellando la dimensione dell’Alterità. In altre parole, il nostro mondo è ormai pervaso da un pensiero, una cultura unica che tende ad espellere tutto ciò che non le corrisponde e che non si fa omologare.

La ricerca della massima produttività e, specularmente, del consumo hanno pervaso e invaso la nostra esperienza, grazie anzitutto a un’affermazione incondizionata dell’Io – in ciò l’analisi di Byung-Chul Han coincide con quella di Zoia. Il risultato è una realtà in cui qualsiasi esperienza della differenza, dell’Altro in tutte le sue accezioni scompare radicalmente.

La comunicazione digitale esprime perfettamente questo stato di cose, configurandosi come il linguaggio della nostra epoca: siamo chiamati sempre e solo a esprimere un “mi piace”, non ad articolare il nostro pensiero, in un dialettica costruttiva.

Ciò ha portato l’individuo e la società al benessere e alla felicità? Evidentemente no. Abitante di una casa in cui c’è spazio solo per se stesso, l’individuo è più solo che mai, come sta a denunciare ad esempio l’aumento dei casi di depressione. Il punto è che senza il confronto con l’Altro l’io non è in grado di auto-definirsi, di svilupparsi, di costruirsi come identità specifica. Abbiamo bisogno del riferimento a una Alterità per diventare noi stessi; se quella viene meno, anche l’io è in crisi.

Liberandosi dell’altro l’io pensa di migliorare la sua esistenza, di espandere la sua vitalità, di accrescere le sue possibilità. Invece accade tutto il contrario. 

Molti fenomeni dell’attualità possono essere compresi a partire da questa analisi. Lo stesso terrorismo è una ribellione violenta alla legge assoluta dell’Uguale.

L’espulsione dell’altro è un testo con cui vale la pena confrontarsi. L’analisi filosofica diventa chiave ermeneutica del presente.

 

20 Ott 2017

I Nobel ci indicano la strada

I tre vincitori del Nobel per la Medicina

Non mi pare che qualcuno abbia osservato che gli ultimi premi Nobel, quelli assegnati nel 2017, sono legati da un filo rosso: sono stati attribuiti a ricerche che indicano quale direzione dovrebbe prendere lo sviluppo, il progresso, affinché contribuisca a creare un mondo migliore e non a peggiorarlo.

Il Nobel per la Medicina a Jeffrey Hall, Michael Rosbash e Michael Young è stato assegnato con questa motivazione: «La vita sulla Terra si è adattata alla rotazione del nostro pianeta», e le scoperte dei tre scienziati spiegano «come piante, animali e umani adattano il loro ritmo biologico di modo da sincronizzarlo con il moto della terra».

In altre parole, è stato dimostrato che la vita degli esseri viventi è evoluta ed è andata strutturandosi in sintonia con il movimento di rotazione del pianeta in cui abitiamo.Un’intuizione che faceva parte anche della saggezza popolare, ma che ora ha un fondamento scientifico. Legare i nostri bioritmi al movimento terrestre, quindi al dì e alla notte, alla luce e al buio, è (anche) una questione che ha a che fare direttamente con la nostra salute.

Di questo Nobel si è detto che è “ecologista”, ma in un senso profondo, perché ci ricorda che noi esseri viventi abbiamo un legame profondo e inscindibile con madre Natura e che soltanto una civiltà che rispetta questo legame, in altre parole una società sostenibile o ecologica, favorisce la salute e il benessere dell’uomo.

Il Nobel per la pace è andato invece all’Organizzazione per il bando alle armi nucleari (Ican) «per il suo ruolo nel fare luce sulle catastrofiche conseguenze di un qualunque utilizzo di armi nucleari e per i suoi sforzi innovativi per arrivare a un trattato di proibizioni di queste armi».  Il messaggio che arriva è chiaro: investire nelle armi nucleari non può portare a nulla di buono, serve soltanto a creare pericolose tensioni e a porre la basi per la distruzione del mondo. Ha senso insistere in quei negoziati che metteno d’accordo le armi, bloccandone la proliferazione. Ogni riferimento alla Corea del Nord e alla reazione muscolare di Trump è del tutto voluto.

Questi due Nobel dell’Accademia svedese (e il comitato norvegese per quanto riguarda il premio per la pace) scaturiscono da un’attenta e profonda lettura della realtà, dei problemi del mondo contemporaneo, e attribuendolo a determinate ricerche vogliono attirare l’attenzione del mondo su di essi e indicare, per quanto possibile, una possibile via d’uscita. Un premio politico, nel senso alto del termine.

In questa chiave possiamo leggere anche il Nobel per l’economia a Richard H. Thaler, per aver integrato – provo a tradurre la motivazione – economia e psicologia. In altre parole, Thaler ha dimostrato che quando prendiamo decisioni economiche non siamo influenzati soltanto da calcoli razionali (e quindi dalle teorie economiche), ma da molti altri fattori, a-razionali quando non irrazionali, legati alla sfera della psicologia e dell’emotività. Da questa idea nasce la convinzione che i Governi abbiano la possibilità di esercitare una dolce pressione, una sorta di moral suasion per indurre i cittadini a fare determinate scelte, ritenute utili e giuste. Qui si apre un dibattito non da poco per valutare se in questa azione il Governo abusi del suo potere e se abbia il diritto di farlo. Qui preme soltanto evidenziare che la cosiddetta economia comportamentale apre suggestivi scenari sulle sue applicazioni. Vi invito ad approfondire il tema cercando appunto i vari progetti attuati nelle politiche pubbliche, ad esempio quello di chiedere agli automobilisti, nel momento in cui prendono la patente, di indicare se vogliono donare i loro organi, in modo che tutti esprimano la loro scelta.

Non mi sembra vi sia nulla di politico nel Nobel per la letteratura a Kazuo Ishiguro, ma solo il giusto riconoscimento a un grande autore: qui il mio articolo sullo scrittore.

7 Ago 2017

Franco Lorenzoni, un’altra scuola è possibile

Franco Lorenzoni

Ho appena finito di leggere I bambini pensano grande (Sellerio) di Franco Lorenzoni. Franco Lorenzoni è un maestro che insegna a Giove e che ad Amelia ha fondato e dirige la Casa laboratorio Cenci, un innovativo centro educativo. Ad agosto avrò il piacere di incontrarlo per intervistarlo per Famiglia Cristiana, in vista della sua partecipazione al Festival della mente.

IL CREDO PEDAGOGICO DI FRANCO LORENZONI 

L’idea educativa di Franco Lorenzoni è assai interessante e merita di essere approfondita. In una parola, si può dire che il maestro umbro ha in mente una scuola fondata sull’ascolto dei bambini, su un metodo di apprendimento basato sull’esperienza e sul dialogo e sull’approfondimento multidisciplinare, in modo da sostare a lungo su un argomento anziché correre su tanti argomenti per svolgere un programma calato dall’alto.

LA PHILOSOPHY FOR CHILDREN E IL METODO DI FRANCO LORENZONI 

Qui mi vorrei soffermare sulle profonde affinità che sussistono fra il metodo pedagogico di Lorenzoni e la mia grande passione, la Filosofia per bambini (Philosophy for Children p P4C).

Ecco, schematicamente, le convergenze:

  • l’ascolto dei bambini (nella P4C è uno dei cardini, tanto che sono loro stessi, come comunità, a decidere di che cosa occuparsi, in base agli interessi e ai bisogni del momento)
  • il dialogo (è l’essenza di ogni filosofare)
  • il lavorare in cerchio (il setting ha la sua non trascurabile importanza)
  • la dimensione comunitaria: ogni singolo lavora nel confronto costante con gli altri
  • il preoccuparsi di insistere su un argomento fino a che i bambini ne sentono il bisogno, anziché passare ad altro per soddisfare richieste esterne
  • il ruolo dell’esperienza: nella P4C è anzitutto il vissuto dei bambini a diventare protagonista

Il credo di Lorenzoni e della P4C coincidono soprattutto laddove si prefiggono, come obiettivo primario, la crescita della persona intesa in modo complessivo, lo sviluppo del pensiero critico, della capacità di ascolto, di confronto con il diverso, di elaborare ed esprimere un’opinione argomentata.

La società e chiunque abbia a cuore il futuro del Paese hanno il dovere di ascoltare questo lavoro, per costruire una scuola più accogliente, più vera,. più intensa, più istruttiva, capace di creare persone migliori.

8 Lug 2017

Casa Pedrera, Spagna batte Italia 22 a 12

Palazzo Pedrera di Gaudì a Barcellona.

UNA CARISSIMA VISITA A CASA PEDRERA A BARCELLONA

Sono appena tornato da un viaggio in Spagna, dove ho visitato Barcellona e Valencia. Fra le attrattive che ho voluto vedere c’è Casa Pedrera, uno degli straordinari palazzi civili realizzati da Gaudí.  Una costruzione visionaria, geniale, ispirata al mondo organico – le onde del mare, le alghe – e memorabile soprattutto per quel terrazzo sopra l’edificio, in cui svettano comignoli che sembrano figure esotiche provenienti dal deserto e per quella “soffitta” fatta di archi convergenti che tanto ricordano lo scheletro di un serpente.

Tutto bene, dunque. Per entrare, si paga un biglietto di 22 euro (11 i bambini). L’ingresso a Casa Batlló,  l’altro esempio più noto di architettura civile di Gaudí, è ancora più caro.

Allora mi sono chiesto: premesso che sono un ammiratore di Gaudíe che la Sagrada Familia è semplicemente grandiosa e commovente, è un prezzo congruo quello che si paga per visitare queste case?

12 EURO PER VISITARE LA GALLERIA DEGLI UFFIZI

Per rispondere ho fatto una cosa semplice: ho verificato quanto costa l’ingresso alla Galleria degli Uffizi di Firenze, senza tema di smentite uno dei musei più importanti al mondo, straripante di capolavori assoluti della storia dell’arte. E ho scoperto che bastano 12 euro…

12 euro per entrare alla Galleria degli Uffizi e vedere decine di capolavori della storia dell’arte, 22 euro per entrare a Casa Pedrera… Vi sembra congruo?

A me, no. Mi direte: Casa Pedrera è privata, gli Uffizi sono statali… Vero, ma basta questo a giustificare una tale sproporzione? L’ingresso alla Fondazione Miró costa 12 euro, come gli Uffizi… Ora, con tutto l’amore per Miró … 12 euro costa anche l’ingresso al Museo nazionale della Catalunya, questo sì pubblico…

LA VERITA’ E’ CHE…

La verità è che noi italiani non sappiamo valorizzare il nostro patrimonio artistico e culturale nemmeno nella politica dei prezzi. Credete che se gli Uffizi aumentassero il costo del biglietto a 15, 18 euro diminuirebbero gli ingressi? Se proprio non si volesse scoraggiare l’affluenza degli italiani, perché non prevedere una tariffa per gli italiani e un’altra per gli stranieri?

Sono tornato a casa un po’ arrabbiato. All’estero, sanno non solo valorizzare, ma esaltare ciò che hanno al di là del loro valore oggettivo. Noi tendiamo a fare il contrario…

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Chi sono

Sono nato a Vicenza nel 1968. Mi sono laureato in Filosofia a Padova con una tesi su Martin Heidegger, poi ho frequentato il Biennio di giornalismo dell’Ifg di Milano. Sono caporedattore e responsabile del settore Cultura e spettacoli di Famiglia Cristiana. Mi sto occupando di Filosofia per bambini e per comunità (P4C). [leggi tutto…]

Preghiere selvatiche

There's a blaze of light In every word It doesn't matter which you heard The holy or the broken Hallelujah
Leonard Cohen

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