24 Ago 2019

C’era una volta l’America (però non come ce l’hanno raccontata loro…)

The 1619 Project è una grande iniziativa editoriale del New York Times: scrittori, storici, giornalisti si sono prefissi l’obiettivo di riscrivere la storia degli Stati Uniti senza omettere, anzi mettendo al centro, come evento fondativo, la riduzione in schiavitù degli africani. Il 1619 è appunto l’anno della prima vendita degli schiavi africani ai coloni americani. La convinzione è che la straordinaria crescita economica del nuovo Paese e quindi il modello vincente del capitalismo poggino le loro basi, e la loro fortuna, sulla manodopera ridotta appunto in schiavitù, quindi a costo zero o quasi. Ricordiamo che la schiavitù negli Usa fu abolita solo nel 1865.

Con l’aiuto della letteratura, che spesso arriva in anticipo sulle inchieste giudiziarie, giornalistiche e storiche, dobbiamo prendere atto che la storia degli Stati Uniti trae le sue origini da due colossali ingiustizie.

Toni Morrison (1931-2019) con Barak Obama.

La prima è quella su cui indaga il New York Times e che abbiamo appena ricordato. Per trovare materiale e conferme, basta leggere l’opera di Toni Morrison, la grande scrittrice afroamericana Nobel per la letteratura, scomparsa qualche settimana fa. Oppure i romanzi di Colson Whitehead, in particolare La ferrovia sotterranea o I ragazzi della Nichel, in uscita il 3 settembre (ho avuto la possibilità di leggerlo in bozze e la mia recensione comparirà come al solito su Famiglia Cristiana: un libro stupendo).

Tuttavia all’origine della storia e del successo degli Stati Uniti non c’è solo la schiavitù degli africani all’origine della storia e del successo Usa, c’è un’altra ferita che tende ad essere rimossa: il furto della terra e il massacro sistematico di chi in quelle terre già viveva, i cosiddetti nativi americani, a partire dal XV secolo fino al XX. Un autentico genocidio, che viene rievocato molto raramente. Su questo aspetto fondativo degli Stati Uniti – la terra e tutte le ricchezze relative se le sono procurata così – raccomando la lettura di Il figlio di Philipp Meyer, un capolavoro che racconta la storia di una famiglia nel Texas, dalla conquista sanguinosa della terra all’industria petrolifera.

È encomiabile il progetto del New York Times, ricordato da un articolo su la Repubblica di oggi. C’era una volta in America, ma non come ce l’hanno raccontato fino a oggi.

 

26 Mag 2019

Quelle mostre Experience… che brutta esperienza

Visitatori alla mostra “Inside Magritte”.

Sono di gran moda, oggi le mostre multimediali. Si tratta di esposizioni che non esibiscono le opere degli autori, ma raccontano i loro autori e i loro lavori attraverso video. Spinto dal desiderio di avvicinare i miei figli all’arte, attraverso un linguaggio moderno e a loro congeniale, ho visitato la mostra Inside Magritte alla fabbrica del vapore di Milano, conclusasi a febbraio, e The Genius Experience, dedicata a Leonardo, in corso alla Cripta di San Sepolcro, sempre a Milano.

La mia experience? Deludente.

Provo a spiegare perché. Queste mostre consistono in sostanza in un video di un’ora circa che, puntando su effetti suggestivi e spettacolari, cerca di colpire il visitatore trasmettendogli una serie di informazioni. E in parte vi riesce, grazie a immagini coinvolgenti e ad affetto. Tuttavia, si tratta di un approccio estremamente superficiale all’arte, che lascia piuttosto vuoti. È una forma di fruizione dell’arte che non richiede alcuna fatica, al punto che non costringe nemmeno a confrontarsi con l’opera vera e propria, ma travolge con contenuti quasi esclusivamente visivi che suscitano sensazioni effimere.

Si dirà: è una modalità per incuriosire i più piccoli. In parte sono d’accordo, a condizione che questo genere di proposte venga utilizzato come introduzione a un autore e alla sua opera e venga poi completata con la visione delle opere vere e proprie.

Sempre la mostra multimediale su Magritte alla Fabbrica del Vapore.

Mi sembra che queste esposizioni “modalità Experience” seguano e alimentino la tendenza oggi dominante di fruire rapidamente e senza sforzo dell’arte (come di tante altre realtà), puntando tutto sulle emozioni, senza la fatica dello studio, della preparazione, dell’interpretazione, del ragionamento. Tante sensazioni, insomma, e poca profondità. E infatti ciò che resta nel cuore e nella mente è davvero poco.

Non avrebbe più senso, intendo anche in relazione all’educazione all’arte delle giovani generazioni, soffermarsi per un mese su una singola opera, spiegarne la genesi, le tecniche, risalire all’artista che l’ha creata, alla sua vita e alla sua epoca, metterla in rapporto con le sue altre creazioni e con quelle di altri artisti coevi o di altre epoche per affinità tematiche? Magari i ragazzi all’inizio dovrebbero fare qualche sforzo, ma sicuramente sarebbe ben ripagato con una soddisfazione ben più profonda e duratura.

Un’ultima nota: perché queste mostre, che non espongono le opere autentiche (una sola, di Warhol, in The Genius Experience), e che quindi non richiedono i costosissimi “affitti” dell’opera con relative spese di assicurazioni, trasporto ecc., hanno biglietti d’ingresso così cari? Esattamente come se si andasse a vedere Antonella da Messina a Palazzo Reale… Si tratta di costi a mio avviso ingiustificabili: commissionare a una qualche agenzia un video multimediale di un’oretta non comporterà mai le stesse spese dell’allestimento di una mostra con quadri “in carne e ossa”, anche a prescindere dalla differenza di valore fra le due modalità espositive.

Per approfondire: Contro le mostre di Vincenzo Trione e Tomaso Montanari (Einaudi).

Infine: visto che ho accennato al tema dell’educazione dei giovani, aggiungo soltanto che la Philosophy for Children (di cui in questo sito parlo molto e che ha spazi dedicati) garantisce una Experience che va in direzione opposta, essendo fondata sul ragionamento, il confronto, la ricerca individuale nella comunità di verità divise. Certo, nel suo farsi chiede più impegno, ma di sicuro regala frutti più succosi…

 

7 Apr 2019

Il vero significato della “fine della storia” secondo Francis Fukuyama

Francis Fukuyama e la copertina dell’edizione americana del suo ultimo libro, Identità.

Sicuramente il nome di Francis Fukuyama è legato soprattutto all’idea della “fine della storia”, espressa in un saggio del 1992, intitolato La fine della storia e l’ultimo uomo, pubblicato nel 1992.

Scritto all’indomani del crollo del Muro di Berlino, del dissolvimento dell’Unione sovietica e della fine dei due blocchi e quindi della Guerra fredda, quell’idea non suscitò subito il dibattuto che avrebbe scatenato di lì a pochi anni. Una serie di eventi – fra cui nuovi conflitti, la crisi di diversi stati democratici e il ritorno a regimi totalitari – sembrò gridare al mondo che la storia non era affatto finita, come stavano a dimostrare appunto gli ultimi eventi.

Francis Fukuyama non ha mai ritrattato del tutto quella sua tesi, piuttosto si è affannato a più riprese a specificarne il significato autentico. Lo ha fatto anche nel recente saggio Identità (Utet), in occasione della cui pubblicazione ho avuto la possibilità di incontrarlo di persona e intervistarlo.

La mia modesta opinione è che Fukuyama abbia ragione, a condizione che la sua tesi venga compresa in un’accezione ampia, non letterale.

“Fine della storia” in senso letterale significa che la democrazia – con i valori di libertà, rispetto dei diritti, uguaglianza, equilibrio dei poteri ecc. su cui si fonda e a cui dà forma – ha ormai trionfato a livello planetario e quindi ha raggiunto la sua destinazione finale. Intesa così, la teoria è chiaramente datata e superata, persino ingenua.

Tuttavia a mio avviso il politologo americano voleva intendere un’altra cosa: che la storia si muove inesorabilmente verso la libertà e i diritti, che trovano la loro incarnazione politica appunto nelle democrazie liberali. Certo, dopo la caduto del Muro e la disgregazione dell’Urss la storia ha compiuto un balzo in quella direzione, ma non si è certo compiuta – e chissà se si compirà mai del tutto, verrebbe da aggiungere. E tuttavia quel movimento storico verso la libertà e i diritti, il rispetto dell’individuo, l’uguaglianza e la giustizia è inarrestabile, incancellabile, per la ragione che l’uomo in quanto tale aspira a essere libero e a vedere riconosciuti i suoi diritti. Metaforicamente si potrebbe dire che il processo storico verso la libertà – usiamo questa parola per sintetizzare tutti i valori indicati sopra – assomiglia a quella che in natura è l’evoluzione: legge interna al mondo naturale, sempre in azione. 

Quindi Fukuyama con la sua controversa teoria sulla “fine della storia” ha indicato la dinamica teleologica della storia, non un dato di fatto. Chi crede che davvero libertà e diritti della persona siano le mete cui aspira ogni uomo e che queste trovano incarnazione politica nella democrazia liberale (certo, poi bisogna cominciare a discutere su che cos’è una democrazia liberale…) può quindi dirsi d’accordo con lui.

Un’ultima annotazione: il discorso di Fukuyama è profondamente hegeliano, in questo individuare una tensione, un cammino della storia verso la libertà.

11 Nov 2018

M – Il figlio del secolo, un romanzo da non perdere

Avrete sentito parlare di M – Il figlio del secolo, il “romanzo” di Antonio Scurati edito da Bompiani dedicato a Mussolini. E vi sarà giunta notizia anche della strigliata di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della sera, dovuta ad alcuni grossolani errori storici, peraltro non visti da molti altri che avevano letto il libro prima di lui.

Quello che mi preme dire è che M – Il figlio del secolo è comunque un romanzo fondamentale, da non perdere, con cui è necessario misurarsi. Il libro ricostruisce la vita di Mussolini, dei personaggi che gravitavano attorno a lui e della vita italiana fra il 1919 e il 1924, praticamente fino all’indomani del delitto Matteotti.

Una ricostruzione minuziosa, dettagliatissima, basata su numerose fonti storiche; 850 pagine che scorrono coinvolgenti e appassionanti come un romanzo.

Perché, non è un romanzo, può chiedere qualcuno?

La questione va spiegata. M -Il figlio del secolo si presenta come un romanzo, ma ha le sembianze di una cronaca giornalistica o storiografica di ciò che accadde nei giorni in cui nacque il fascismo e conquistò il potere. Dunque alla base sta una impressionante ricerca storica, elaborata, poi, per così dire, da Scurati per trasformarla in romanzo. Il quale, proprio per la sua genesi, mantiene però un forte verosimiglianza con la realtà.

Sui contenuti del libro, le analogie con il presente e soprattutto le ragioni per cui Mussolini fu davvero il figlio del secolo mi soffermo nella recensione che uscirà giovedì prossimo su Famiglia Cristiana.

Concludo riaffermando l’importanza di questa operazione culturale, che potrebbe rivelarsi di grande utilità anche per gli studenti impegnati ad approfondire quel periodo storico.

 

6 Giu 2018

Premio Vigevano, la terna dei finalisti

La splendida piazza Duomo di Vigevano.

Il 29 maggio scorso, alla Biblioteca di Vigevano, si è tenuta la riunione della giuria tecnica del Premio letterario nazionale della città.

Faccio parte della giuria tecnica insieme al professore Ermanno Paccagnini, all’editor Laura Lepri e al collega giornalista Gigi Mascheroni. Tra i numerosi libri candidati al premio dalle case editrici, abbiamo scelto questa terna:

  • Laura Pariani, Di ferro e d’acciaio, NN
  • Rosella Postorino, Le assaggiatrici, Feltrinelli
  • Luca Saltini, Una piccola fedeltà, Giunti

Siamo convinti che si tratti di un terzetto di romanzi di assoluto rispetto, in cui la qualità letteraria – il nostro primario criterio di riferimento e di selezione – è elevata.

Se cercate consigli su qualche buon libro da leggere, che non vi lascia delusi, vi propongo dunque questi tre titoli. Mi direte che cosa ne pensate, se l’indicazione è stata valida.

Per sapere chi sarà il vincitore, decretato come sempre dalla giuria popolare, vi rimando alla serata finale del Premio letterario nazionale città di Vigevano del prossimo 20 ottobre.

2 Giu 2018

Quando Ramin Bahrami tradì Bach

Qualche sera fa ho avuto l’onore di presentare, alla Feltrinelli di Piazza Duomo, a Milano, il pianista italo-iraniano Ramin Bahrami. Se seguite la musica classica, saprete che si tratta di uno dei maggiori interpreti e studiosi di Bach a livello mondiale. L’occasione era la pubblicazione, per Decca, del Clavicembalo ben temperato vol. 1 di Bach.

Oltre che un grande musicista, Bahrami è un intellettuale capace di riflettere sul valore della cultura e del dialogo fra i popoli. Ed è anche una persona molto simpatica e divertente.

Quella sera, dopo l’intervista che gli ho fatto, la parola è passata al pubblico. Uno dei fan di Bahrami gli ha posto questa domanda: «A parte Bach, che sappiamo essere il suo punto di riferimento assoluto, quali sono gli altri compositori da lei amati?».

Un lampo ha attraversato gli occhi del pianista, che ha subito ripreso, almeno in apparenza, il suo fare sornione. «Vi racconto questo aneddoto», ha cominciato. «Un giorno, mi è venuta voglia di suonare Mozart. Messo da parte il mio senso di colpa per non dedicarmi in maniera totale a Bach, ho suonato per ore le musiche del salisburghese. Il giorno dopo mi sono messo in viaggio, perché dovevo raggiungere il maestro Riccardo Chailly a Lipsia per registrare i Concerti per pianoforte di Bach. Per tutto il tempo mi sono portato dietro quel magone, per aver trascurato il mio Maestro. Arrivato a Lipsia, con il maestro Chailly abbiamo cominciato a studiare gli spartiti, ma lui si è accorto presto che qualcosa non andava. “C’e qualche problema, Ramin?”, mi ha chiesto. Allora gli ho aperto il cuore e mi sono confessato. “Sì maestro, ho tradito Bach”. E lui, sorpreso: “Con chi?”. “Con Mozart”, gli ho risposto. “Beh, è stata una bella scappatella”, ha replicato lui».

Credo che questo racconto valga più di tante parole per raccontare l’amore di Ramin Bahrami per Bach, la sua furba intelligenza e la sua simpatia. 

Ecco un video in cui il pianista presenta il Clavicembalo ben temperato, registrato in due Cd, uno per ogni volume.

29 Apr 2018

Filosofia con i bambini a Fontanafredda

Il Bosco dei pensieri nella tenuta Fontanafredda a Serralunga d’Alba.

Eccoci qui con una nuova avventura di Philosophy for Children. Nei sabati di maggio (5, 12, 19 e 26), dalle 11 alle 12.30, avrò il piacere di filosofare con un gruppo di bambini-ragazzi dai 6 ai 10 anni in un luogo molti suggestivo, la tenuta Fontafredda, a Serralunga d’Alba.

Fra i vigneti e la natura delle Langhe piemontesi, Fontanafredda è una tenuta che vanta una storia antica, che rimanda addirittura al re Vittorio Emanuele II: fu lui ad acquistarla per donarla alla Bela Rosin. Successivamente viene intestata ai figli Maria Vittoria ed Emanuele Alberto Conte di Mirafiori.

Ma torniamo a noi. Qui, fra profumi di barolo, a pochi passi del bellissimo Bosco dei pensieri, vivremo un’esperienza coinvolgente. Non ci sarà nessuno a insegnare ad altri, nessuna cattedra, nessun voto (se non quelli che noi stessi vorremmo darci), ma tutti insieme ci faremo delle domande e cercheremo di darci delle risposte, imparando l’uno dall’altro e provando a pensare, a sviluppare le nostre capacità di stare insieme, a usare l’organo più affascinante che abbiamo (la mente!!!), a esprimere e difendere le nostre idee..

Il ciclo di Philosophy for Children è organizzato dalla Fondazione Mirafiore, che lo offre gratuitamente a chi voglia partecipare. A questo sito potete avere tutte le informazioni: https://www.fondazionemirafiore.it/laboratori_scuole/laboratorio-1/

Sarà emozionante conoscervi, ragazzi, e vivere questa avventura insieme. Ci faranno compagnia due amici che – lo vedrete voi stessi – sono davvero curiosi e stravanganti: Kio e Hus…

E chi lo sa, magari faremo anche qualche passeggiata, naturalmente filosofica, nel Bosco dei pensieri! Se non la facciamo noi filosofi, chi può farla?

Se siete curiosi di sapere qualcosa di più sulla Philosophy for Children, invece, date un’occhiata al mio sito: https://www.paoloperazzolo.it/laboratori-di-filosofia-per-bambini-e-ragazzi-philosophy-for-children/

24 Feb 2018

La redazione come comunità di ricerca?

Una scena del film “The post” di Spielberg.

È possibile concepire una redazione giornalistica come una comunità di ricerca (filosofica)?

Approdo a questa domanda, che mette in relazione la mia professione (giornalista) con una delle mie più forti passioni (la filosofia e la sua pratica – non insegnamento – con bambini e adulti), dopo che nel giornale per cui lavoro, Famiglia Cristiana, ho assunto il ruolo di caporedattore.

Come porsi davanti ai colleghi? Come attuare un costruttivo confronto di idee, stante la necessità di maturare in tempi rapidi una decisione? Come conciliare il potere e la necessità decisionale dettate dalla gerarchia con un’imprenscindibile apertura al confronto e ai contributi degli altri?

Sollecitato da questi interrogativi, sono arrivato a pensare che una redazione può – almeno per molti aspetti, se non per tutti – essere vissuta come una comunità di ricerca (filosofica). In questo modo trasferisco nella professione una delle acquisizioni più preziose della pratica filosofica.

Vivere l’attività redazionale come se fosse una comunità di ricerca significa che ognuno ha il diritto e il dovere di dare il proprio contributo, di esprimere le proprie idee, di illustrare la sua posizione, purché si impegni ad argomentarla, a mostrarne agli altri le buone ragioni, i fondamenti. Si gioca ad armi pari: ognuno, dotato della sua intelligenza, del pensiero razionale (il λóγoς) può aiutare a cercare la soluzione, il progetto migliore, in base e alla luce della linea editoriale del giornale in questione. È la forza, la lucidità, la solidità, la capacità di farsi voce del Pensiero (il λóγoς) a decidere in un processo inesauribile di mediazione, negoziazione e sintesi (la dialettica!) la bontà di ogni singola idea, naturalmente – lo ripeto – in relazione all’attività specifica, cioè il giornalismo, e alla testata di cui stiamo parlando E qui entrano in gioco altri fattori, come l’esperienza nel campo specifico e le abilità, anche tecniche, del mestiere).

Non mi sfugge la differenza fondamentale fra una comunità di ricerca e una redazione: nella prima i membri sono, sotto ogni punto di vista, uguali agli altri; nella seconda, esiste necessariamente una gerarchia, chi comanda e chi no. Ciò non impedisce, a mio parere, che anche il capo possa interpretare il suo ruolo secondo le modalità della Comunità di ricerca, nella quale tutti hanno le medesime possibilità di esprimersi e di contribuire alla ricerca comune della verità. Certo, in un giornale poi è necessario che qualcuno tiri le fila, che prenda le decisioni: ma fino all’atto finale, nel percorso che lo precede, può vivere con questo spirito la sua mansione.

D’altra parte Lipman, il filosofo che ha fondato la Philosophy for Children, da cui discende anche la Philosophy for Community, ha sempre sottolineato due aspetti essenziali della pratica filosofica e della comunità che la esperisce:

  1. è un esercizio di democrazia, in quanto ogni individuo vale in quanto tale ed è chiamato a confrontare la sua posizione con quella degli altri attraverso le armi della dialettica e della negoziazione
  2. a “comandare”, per così dire, non è nessuno, se non il Pensiero, la Logica, con la sua forza, la sua capacità di analisi e di sintesi

 

3 Gen 2018

L’ultima stagione di Don Robertson

Don Robertson (1929-1999)

Alla fine del 2017 vi avevo segnalato un romanzo originale e bellissimo, Lincoln nel Bardo, e già vi devo segnalare un altro romanzo da non perdere, un autentico capolavoro : L’ultima stagione di Don Robertson, che Nutrimenti sta facendo meritatamente conoscere al pubblico italiano. Seicento pagine tradotte magistralmente da Nicola Manuppelli che si vorrebbe non finissero mai.

Dunque, una coppia di anziani, Howard e Anne, decide di fare un viaggio, senza alcuna meta, con l’obiettivo di comprendere la struttura. Con questa parola l’uomo – a cui si deve l’idea – intende il senso, il significato della nostra esistenza e sotteso ai tanti eventi che la caratterizzano.

Anne è gravemente malata, ormai non le resta molto da vivere, ma asseconda volentieri il bizzarro progetto del marito, in compagnia del loro caro gatto Sinclair.

Don Robertson alterna il racconto in terza persona del presente, quindi di questo viaggio, al diario in prima persona che Howard tiene, di nascosto dalla moglie, grazie al quale riaffiorano gli eventi salienti del passato, di lui, della moglie, della coppia, dei figli, delle loro famiglie…

Riassumere gli incontri, gli avvenimenti, gli episodi che accadranno non avrebbe senso. Basti dire che nuclei centrali del passato, ma in fondo anche del presente, saranno il ricordo dei due figli maschi della coppia e la storia del loro amore.

Il filo che collega tutti i personaggi e i fatti narrati in L’ultima stagione è la profonda umanità che ci rende tutti simili, il dolore che ciascuno ha dovuto affrontare, il modo con cui ha reagito alle avversità, l’amore che ha messo in gioco…

Don Robertson è uno scrittore superbo con una sensibilità raffinata per i dialoghi e il lettore si lascia avvolgere dalla sua narrazione empatica e fluida.

Troveranno Howard e Anne, nel loro ultimo viaggio, la risposta alla loro domanda? Capiranno che cos’è la struttura? Il percorso, interiore prima ancora che fisico che avranno compiuto, li porterà a una conquista, a una conclusione. Quale? Tocca a voi scoprirlo: ma non sarà una fatica, ma un piacere.

10 Dic 2017

L’illusione di vivere senza l’Altro

Byung-Chul Han

Qualche anno fa avevo letto un saggio illuminante che spiegava come, nella nostra epoca, il prossimo avesse perso visibilità e consistenza, a causa dell’espansione dell’io. Lo aveva scritto uno psicoanalista molto bravo, Luigi Zoja, che lo aveva intitolato proprio La morte del prossimo (Einaudi).

Qualche giorno fa ho concluso la lettura di un altro saggio che, da una prospettiva più filosofica, non psicoanalitica, affronta lo stesso tema. Si tratta di L’espulsione dell’altro di Byung-Chul Han (Nottetempo). Un saggio non meno illuminante di quello di Zoja, non di facilissima lettura per chi non frequenta la filosofia, ma di estremo interesse, reso comunque piacevole dal ricorso dell’autore alla letteratura e al cinema per condurre il suo percorso.

La tesi di fondo del Byung-Chul Han – un coreano che insegna in Germania – è che la nostra società, dominata dal neoliberismo il cui obiettivo è la produttività, tende a livellare ogni realtà, esperienza ed entità nella dimensione dell’Uguale, cancellando la dimensione dell’Alterità. In altre parole, il nostro mondo è ormai pervaso da un pensiero, una cultura unica che tende ad espellere tutto ciò che non le corrisponde e che non si fa omologare.

La ricerca della massima produttività e, specularmente, del consumo hanno pervaso e invaso la nostra esperienza, grazie anzitutto a un’affermazione incondizionata dell’Io – in ciò l’analisi di Byung-Chul Han coincide con quella di Zoia. Il risultato è una realtà in cui qualsiasi esperienza della differenza, dell’Altro in tutte le sue accezioni scompare radicalmente.

La comunicazione digitale esprime perfettamente questo stato di cose, configurandosi come il linguaggio della nostra epoca: siamo chiamati sempre e solo a esprimere un “mi piace”, non ad articolare il nostro pensiero, in un dialettica costruttiva.

Ciò ha portato l’individuo e la società al benessere e alla felicità? Evidentemente no. Abitante di una casa in cui c’è spazio solo per se stesso, l’individuo è più solo che mai, come sta a denunciare ad esempio l’aumento dei casi di depressione. Il punto è che senza il confronto con l’Altro l’io non è in grado di auto-definirsi, di svilupparsi, di costruirsi come identità specifica. Abbiamo bisogno del riferimento a una Alterità per diventare noi stessi; se quella viene meno, anche l’io è in crisi.

Liberandosi dell’altro l’io pensa di migliorare la sua esistenza, di espandere la sua vitalità, di accrescere le sue possibilità. Invece accade tutto il contrario. 

Molti fenomeni dell’attualità possono essere compresi a partire da questa analisi. Lo stesso terrorismo è una ribellione violenta alla legge assoluta dell’Uguale.

L’espulsione dell’altro è un testo con cui vale la pena confrontarsi. L’analisi filosofica diventa chiave ermeneutica del presente.

 

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Chi sono

Sono nato a Vicenza nel 1968. Mi sono laureato in Filosofia a Padova con una tesi su Martin Heidegger, poi ho frequentato il Biennio di giornalismo dell’Ifg di Milano. Sono caporedattore e responsabile del settore Cultura e spettacoli di Famiglia Cristiana. Mi sto occupando di Filosofia per bambini e per comunità (P4C). [leggi tutto…]

Preghiere selvatiche

There's a blaze of light In every word It doesn't matter which you heard The holy or the broken Hallelujah
Leonard Cohen

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