18 Dic 2012

A testa alta, noi figli della Costituzione

Roberto Benigni

Credo sia superfluo ogni commento. Due sole cosa vorrei sottolineare. La prima: il carattere costruttivo, propositivo, di stimolo e incentivo a creare una società giusta e con pari opportunità della nostra Costituzione. Benigni ha il merito di averlo a più riprese sottolineato: la Carta non è un insieme di divieti (non fare…), ma un continuo invito ai politici e ai cittadini di promuovere, edificare una società bella e vivibile per tutti. È il sogno di un Paese e di un mondo di diritti e opportunità.

La seconda: l’esaltazione di una politica nobile, alta, elegante, votata al bene comune, incarnata dai nostri padri costituenti. Di fronti ai quali i mestieranti di oggi stingono come squallidi nani.

(Grazie Benigni).

15 Dic 2012

Due o tre libri che regalerei

E’ consuetudine che un amico, a Natale, mi chieda i titoli di alcuni romanzi da regalare alla moglie. Anche quest’anno ho preparato un foglietto con i miei suggerimenti. Nella foto che vedete qui sopra, ecco gli autori e i titoli segnati nella parte alta del foglietto.

Si tratta di libri di diverso valore e natura, ma tutti meritevoli di una lettura.

13 Dic 2012

Etty Hillesum, trovare il bene nel male

Etty Hillesum

Adelphi ha pubblicato l’edizione integrale dei Diari di Etty Hillesum, la ragazza ebrea che, nel buio del lager, seppe trovare e  donare luce. È la prima volta che questa preziosa testimonianza viene presentata nella sua interezza. Ho scoperto la sua storia e, soprattutto, il suo messaggio grazie a una cara amica, che in lei ha trovato un esempio e la forza per vivere e dare senso al suo dolore personale.

L’inestimabile insegnamento che viene da questa giovane è che anche al cospetto del male, dell’ingiustizia, della disumanizzazione è possibile non solo non perdere la propria dignità di persone, ma anche inseguire e gustare una inspiegabile gioia e pienezza. Nella più piena e assurda insensatezza c’è un senso. Tutto ciò ha a che fare con il mistero del dolore, del male, e con la sua accettazione. Un tema che – lo confesso – mi resta ostico e insuperabile. Di fronte al male, la mia reazione tende a vincerlo, superarlo, trasformarlo almeno. Difficile è, per me, l’accettazione. Eppure di continuo sbatto contro questa parola: l’accettazione della vita, anche nelle sue pieghe negative. La mia pochezza mi porta a scindere l’energia e l’impegno attivo da mettere in campo contro il male dalla sua accettazione, come poli incompatibili e inconciliabili. Forse non è così, sicuramente non sarà così.

Ho letto con enorme interesse, in questo senso, La bontà insensata di Gabriele Nissim.

Etty che dice? Che di fronte a ciò che non può essere cambiato, resta la possibilità dell’accettazione e di uno sguardo interiore che conduce a una gioia e a una serenità insospettabili. “Non sforzarti di cambiare ciò che non puoi cambiare, sforzati di cambiare ciò che puoi cambiare”, recita un detto francescano. Di certo, dalla natura della nostra “risposta” esistenziale al male che incontriamo dipende la qualità della nostra vita, della nostra serenità. Senza una personale risposta allo scandalo del male, qualcosa continuerà a inquietarci, come una spina conficcata nel cuore.

Mettiamoci all’ascolto di Etty, dunque.

11 Dic 2012

Andrea De Carlo ha scritto un capolavoro?

Andrea De Carlo ha pubblicato “Villa Metaphora”.

Sto leggendo, con gusto, piacere e curiosità, l’ultimo romanzo di Andrea De Carlo, Villa Metaphora (Bompiani), un romanzo di oltre 900 pagine. E, arrivato a metà, non posso fare a meno di chiedermi se è un capolavoro. Sì, un capolavoro: una parola, un giudizio che – sia chiaro – ho chiamato in causa molto raramente per la narrativa contemporanea. Per Lo stato delle cose di Richard Ford, per La torre di Uwe Tellkamp, mai, se la memoria non m’inganna, per scrittori italiani…

Ebbene, la sensazione è che De Carlo abbia davvero realizzato un’opera di grande valore, congegnata in maniera perfetta dal punto di vista narrativo, dando prova di una padronanza assoluta della materia e della lingua; piena di storia e di storie, di personaggi, di trama, di plot, insomma, non un puro e manieristico esercizio letterario; ricca di implicazioni, significati, rimandi all’attualità nemmeno tanto coperti, ma non per questo meno efficaci ed esilaranti…

Un capolavoro, dunque? Lo scriverò appena conclusa la lettura. Intanto segnalo la presenza di un libro ispirato, maturo, avvincente, che profuma di…

9 Dic 2012

Vertice sul clima a Doha, avvistato Nietzsche

E quindi il vertice di Doha sui cambiamenti climatici si è chiuso con un bilancio magro, un bicchiere tre quarti vuoto, per riprendere l’efficace immagine del ministro Clini.  Pochi impegni immediati, tanti rinvii, scarsi i fondi investiti, le potenze dell’economia mondiale che si chiamano fuori…

Per capire gli effetti sul clima di tale miopia politica mondiale, rimando all’analisi di Luca Mercalli su la Stampa di oggi, basata tutta sulla fisica climatica e per nulla su pregiudizi ideologici.

Da parte mia, vorrei introdurre un tema: la necessità di una filosofia del clima. Se la fisica climatica evocata da Mercalli fornisce i dati empirici di base, resta da elaborarli in senso filosofico, per capire quali significati abbiano per la vita dell’uomo e dell’universo. Provo a mettere sul tappeto alcune linee di questa ipotetica filosofia del clima, attraverso la formulazione di alcuni interrogativi:?

1) quale rapporto fra l’uomo e ciò che è altro da lui emerge dall’atteggiamento miope rivelato per l’ennesima volta a Doha? e, in particolare, come va intesa la responsabilità dell’uomo rispetto non ai suoi simili, ma a chi è ontologicamente altro da lui, vale a dire la natura, le cose inanimate, gli animali?

2) siamo in presenza di una radicalizzazione del dominio della tecnica di heideggeriana memoria?

3) e della nietzscheana volontà di potenza?

4) come si spiega dal punto di vista antropologico l’incapacità dell’uomo di valutare gli effetti delle sue azioni, anche quando rischiano di ritorcersi pesantemente contro di lui?

5) come è possibile ripristinare un rapporto equlibrato fra l’uomo e la sua “casa”?

8 Dic 2012

Una domanda a Mo Yan

Il fatto è noto: Mo Yan, Nobel per la letteratura 2012, ha rifiutato di prendere posizione a favore di Liu Xiaobo, intellettuale cinese detenuto, Nobel per la pace 2010. Ha inoltre espresso parole ambigue sulla censura – in alcuni casi sarebbe necessaria – e aggiunto che ha ricevuto il Nobel per la letteratura, non per la politica.

Proprio quest’ultimo è il punto a mio avviso decisivo: la separazione istituita e rivendicata da Mo Yan fra letteratura e politica. Ora, è certo che la letteratura è altra cosa dalla politica, ma affermare che non ne è toccata, che non la riguarda, che vive per conto suo, separata dalla vita e dalla storia, è fare un grave torto alla letteratura stessa. Sarebbe stato auspicabile che un senso di solidarietà, compassione e giustizia avesse indotto lo scrittore cinese a dire almeno una parola a favore di Xiaobo. In sua assenza, avrebbe dovuto essere proprio il significato profondo della letteratura a spingerlo a pronunciarsi: se la la politica non riguardasse la letteratura, o viceversa, non sapremmo che senso avrebbe lo scrivere. Se sentiamo il bisogno, e il piacere, di leggere libri, dipende dal fatto che sanno raccontare, svelare, testimoniare la vita, di cui la politica – nella sua accezione più ampia e nobile – è una componente importante.

Raccontando le storie di Sorgo rosso o di Il supplizio del legno di sandalo, non hai “fatto” politica, caro Mo Yan? Non hai detto detto parole, espresso punti vista, preso decisioni che hanno a che fare con la convivenza fra gli uomini, con la polis?

Una letteratura che non ha niente da dire sulla politica, e si ritrae indifferente e arrogante di fronte ad essa, non è vera letteratura. Per questo, Mo Yan, ci hai deluso.

6 Dic 2012

Quando Turoldo scrisse L’albero degli zoccoli

Una scena di “Gli ultimi”.

Ritorno sempre volentieri a David Maria Turoldo. Due occasioni in questi giorni mi hanno riportato alla memoria la sua figura e la sua opera.

Nel gennaio del 1963, cinquant’anni fa, fu proiettato per la prima volta Gli ultimi, il film di Vito Pandolfi tratto dal racconto Io non ero un fanciullo del prete-poeta. Una sorta di Albero degli zoccoli ambientato nel suo Friuli. Un film che non godette allora di grande accoglienza, osteggiato anche da una certa parte del mondo eccelesiastico, per la collaborazione con il marxista Pandolfi, e in genere incompreso. È il racconto della civiltà contadina, negli anni in cui l’industrializzazione cominciava ad allungare i suoi artigli, con pratagonisti il pastorello Checo e la sua famiglia. Gli abitanti di Coderno, il paese natale di Turoldo, vi presero parte come attori.

Dopo un lungo periodo di oblio, quel film oggi risorge: sarà disponibile in un doppio Dvd, che contiene sia l’edizione integrale sia quella “corretta” e più breve. Un’iniziativa meritoria – dovuta alla Cineteca del Friuli, al Centro espressioni cinematografiche e a Cinemazero – anche perché emerge non solo il tema della cultura e dei valori del mondo rurale, ma anche quello della solitudine, del sentirsi diversi in un ambiente che non sa riconoscerci.

Il secondo pretesto per rievocare Turoldo è stato il ritrovarmi fra le mani l’edizione dei Salmi da lui curata insieme a Gianfranco Ravasi (San Paolo). Turoldo tende la lingua italiana in modo da restituire con la massima potenza espressiva il senso e la poesia dei Salmi, sollecitato anche dai commenti di Ravasi:

Nessun male ti potrà accadere

né flagello alcuno colpirà la tua casa.

Egli comanderà agli angeli suoi

di vegliare su ogni tuo passo.

3 Dic 2012

Settis: libertà, è partecipazione

“Il Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo (1901).

Quante volte, pensando tra noi e noi o parlando con gli amici, ci si chiede: come è possibile uscire da questa crisi? cosa dobbiamo fare? cosa deve accadere? Le domande restano sospese…

Una buona risposta viene da Salvatore Settis, questo intellettuale (già direttore della Normale di Pisa e di importanti istituzioni culturali nel mondo) che da tempo si è preso a cuore le sorti del nostro malandato Paese. È uscito da poco il suo nuovo saggio, Azione popolare. Cittadini per il bene comune, che fa seguito a Paesaggio Costituzione Cemento (entrambi editi da Einaudi).

I concetti fondamentali mi sembrano due:

1) La difesa del nostro patrimonio ambientale e culturale è chiaramente prevista dalla nostra Costituzione, che si rivela, sotto questo aspetto, all’avanguardia. C’è poco da inventare, semmai bisogna tornare alla nostra Carta. In una bella intervista di Gabriele Salari per Famiglia Cristiana on line, Settis evoca tra l’altro il forte contributo dei cattolici su questo punto: www.famigliacristiana.it/costume-e-societa/cultura/letto/articolo/settis.aspx

2) Essa, per quanto alta e attualissima, resta lettera morta se non è sostenuta dall’azione dei cittadini. È un diritto di ogni cittadino pretendere che la Costituzione venga attuata. È, al tempo stesso, un dovere di ogni cittadino fare in modo che la Costituzione venga attuata. È necessaria un’azione che è anzitutto culturale, ideale, civile: dobbiamo finalmente capire che un Paese che non salvaguarda e valorizza il proprio patrimonio non ha futuro, è miope, destinato al declino… Da tale consapevolezza devono discendere tutte le iniziative concrete per esercitare il proprio diritto-dovere e salvare e promuovere la nostra Terra.

Come cantava Giorgio Gaber: “Libertà è partecipazione”.

Concludo ricordando che proprio oggi Shel Shapiro ha diffuso la sua canzone sulla Costituzione: si intola Undici perché cita i primi 11 articoli della Carta, per ricordarci che la sovranità appartiene al popolo.

30 Nov 2012

Sempre sulla strada, con De Gregori

Francesco De Gregori

In occasione del concerto all’Alcatraz di Milano, ho intervistato Francesco De Gregori.  Era la prima volta che lo incontravo. Personaggio schivo, geloso – giustamente – del proprio privato, è stato disponibile e abbiamo chiacchierato piacevolmente per mezz’ora.

Trovo che il suo ultimo album, Sulla strada, sia molto bello. Ho sempre riconosciuto un tono, una “malinconia”, una poesia nel suo modo di raccontare la vita molto affine alla mia sensibilità.

Qualche spigolatura dalle canzoni che amo di più nell’ultimo album.

Passo d’uomo: «Povero cuore /con la mano sul cuore, giuro, / che mai non ti vedrò /accompagnare il male / e voltare la testa / e piegare la schiena / abbassare la testa / e abbandonare la scena (…) e vivo la mia vita a passo d’uomo / altro passo non conosco / soltanto questo passo d’uomo / Qualcuno sta aspettando / all’uscita della chiesa / benedici il suo cappello vuoto / la sua lunga attesa / è una vita che si affanna / e cerca e ruba / illumina il suo tempo  / insegnagli la strada / Sono solo un operaio / lungo la massicciata / il mio pane sa di polvere / la mia acqua è salata / e lavoro per la ruggine / e respiro il carbone / costruisco per niente / e non ne vedo la fine».

Belle Époque: «Ti bacio e ti butto vita mia come un pezzo di pane / che passi attraverso le ossa /come un filo di rame / ti bacio e ti butto vita mia / nella bocca di un cane  / ti bacio e ti butto vita mia /come un pezzo di pane».

Guarda che non sono io: «Guarda che non sono io quello che stai cercando / Quello che conosce il tempo, e che ti spiega il mondo / Quello che ti perdona e ti capisce / Che non ti lascia sola, e che non ti tradisce».

Su Famiglia Cristiana pubblicherò la mia intervista al Principe.

 

28 Nov 2012

Giulio Di Sturco, poesie sul Gange

“La grande madre”, il Gange visto da Giulio Di Sturco.

Apre domani al Centro culturale di Milano una mostra da non perdere: Fratello fiume di Giulio Di Sturco (aperta fino a fine febbraio). Ho intervistato l’autore per un servizio che uscirà prossimamente su Famiglia Cristiana. L’ho proposto perché sono stato immediatmente rapito dalla forza visiva e poetica delle immagini che ho visto nei comunicati stampa. Ne ho parlato poi con Giovanna Calvenzi, espertissima e bravissima photoeditor, la quale, appena ha sentito il nome del fotografo, ha subito detto: «È uno dei più bravi».

Il colloquio con l’autore mi ha riservato non poche, gradevoli, sorprese. Intanto, è giovanissimo (32 anni), ma già con una formidabile esperienza alle spalle. Ha vissuto in molte “capitali” del mondo, attualmente vive a Bangkok, perché ama essere presente nei luoghi dove si sta facendo la storia, dove nasce il mondo nuovo. Viene da una famiglia di fotografi, una catena che parte dai bisnonni per arrivare fino a lui, il primo però a lasciare il paese, vicino a Cassino. Sta lavorando per mettere ordine a uno sterminato e interessantissimo archivio familiare.

Quanto alla mostra Fratello fiume, indaga con eleganza stilistica e profondità il tema del rapporto fra l’uomo e l’ambiente. In questo senso il Gange assume un valoro simbolico, in quanto esprime le contraddizioni di tale relazione: da un lato oggetto di venerazione, dall’altro il più inquinato corso d’acqua del mondo.

Una frase che mi ha colpito: il salto di qualità, mi ha raccontato, è avvenuto quando ho smesso di fare fotografie per gli altri e ho cominciato a farle per me stesso.

Chi sono

Sono nato a Vicenza nel 1968. Mi sono laureato in Filosofia a Padova con una tesi su Martin Heidegger, poi ho frequentato il Biennio di giornalismo dell’Ifg di Milano. Sono caporedattore e responsabile del settore Cultura e spettacoli di Famiglia Cristiana. Mi sto occupando di Filosofia per bambini e per comunità (P4C). [leggi tutto…]

Preghiere selvatiche

There's a blaze of light In every word It doesn't matter which you heard The holy or the broken Hallelujah
Leonard Cohen

Questo blog usa i cookie. Cliccando su "Accetto" o continuando a navigare sul sito, accetti il loro utilizzo. Se vuoi puoi cambiare le  impostazioni dei cookie.