15 Set 2017

I pensieri si possono disegnare? Un laboratorio di filosofia per bambini (con metodo sperimentale)

All’ultimo Festival della mente di Sarzana, il 3 settembre scorso, con la collega teacher in Philosophy for Children (P4C) Annalisa Decarli abbiamo tenuto due laboratori di filosofia per bambini dai 5 agli 8 anni sul tema: “I pensieri si possono disegnare?”.

Di solito la Philosophy for Children si sviluppa in cicli di sessioni, perché il suo obiettivo è quello di costituire una Comunità di ricerca filosofica. Obiettivo raggiungibile solo attraverso un percorso di paziente costruzione di 1) una comunità 2) di ricerca 3) filosofica.

Tutto ciò ovviamente non è attuabile nel contesto di un festival, dove si incontrano bambini soltanto per la durata del laboratorio. Per questo, abbiamo elaborato una metodologia che, pur mantenendo saldi i principi e le finalità della P4C, si adattasse alla situazione.

Siamo partiti non con un testo, bensì con un breve filmato, due corti della Pixar: Soar e The present, che hanno svolto la funzione di pre-testi della sessione. La costruzione dell’agenda, solitamente affidata all’elaborazione di domande via via selezionate dal gruppo, è stata sostituita da un disegno individuale. La discussione, infine, è partita dalla ricerca di somiglianze e differenze fra i disegni dei bambini, disposti entrambi in modo da formare un cerchio (fin dall’inizio i partecipanti erano seduti in cerchio, come prevede la P4C). A quel punto, la discussione ha toccato i temi più imprevedibili…

E’ stata un’esperienza particolare e interessante. Chissà se questa metodologia sperimentale – pensata, lo ripeto, per la situazione straordinaria e il contesto specifico – potrà tornare utile in altre occasioni…

 

29 Ago 2017

Laboratori di filosofia per bambini al Festival della mente: i pensieri si possono disegnare?

 

I pensieri si possono disegnare?

La domanda darà il titolo ai laboratori di filosofia per bambini che si terranno a Sarzana, nell’ambito del Festival della mente, domenica 3 settembre nel pomeriggio.

Che cosa si farà? I bambini vedranno prima di tutto dei video molto suggestivi: si tratta di due corti della Pixar, di forte impatto, sui quali però non posso dirvi di più per non rovinare la sorpresa a chi parteciperà…

Dopodiché i bambini, dai 5 agli 8 anni, affronteranno la sfida di tradurre i pensieri suscitati dal video in un disegno. E a questo punto partirà la discussione vera e propria, in cui ciascuno diventerà un filosofo mettendo a confronto il proprio lavoro con quello degli altri, a caccia di somiglianze e differenze.

E alla fine tutti porteranno a casa un ricordo-sorpresa da condividere con amici e genitori.

Il laboratorio è tenuto da me e da Annalisa Decarli, teacher in Philosophy for Children (Annalisa ha una grande esperienza in materia) e membri del Centro di ricerca sull’indagine filosofica (Crif).

Chi desidera ulteriori informazioni e vuole iscriversi può andare alla seguente pagine del Festival della mente: www.festivaldellamente.it/it/evento-n-60-4/

Vi aspettiamo, piccolo-grandi filosofi!

7 Ago 2017

Franco Lorenzoni, un’altra scuola è possibile

Franco Lorenzoni

Ho appena finito di leggere I bambini pensano grande (Sellerio) di Franco Lorenzoni. Franco Lorenzoni è un maestro che insegna a Giove e che ad Amelia ha fondato e dirige la Casa laboratorio Cenci, un innovativo centro educativo. Ad agosto avrò il piacere di incontrarlo per intervistarlo per Famiglia Cristiana, in vista della sua partecipazione al Festival della mente.

IL CREDO PEDAGOGICO DI FRANCO LORENZONI 

L’idea educativa di Franco Lorenzoni è assai interessante e merita di essere approfondita. In una parola, si può dire che il maestro umbro ha in mente una scuola fondata sull’ascolto dei bambini, su un metodo di apprendimento basato sull’esperienza e sul dialogo e sull’approfondimento multidisciplinare, in modo da sostare a lungo su un argomento anziché correre su tanti argomenti per svolgere un programma calato dall’alto.

LA PHILOSOPHY FOR CHILDREN E IL METODO DI FRANCO LORENZONI 

Qui mi vorrei soffermare sulle profonde affinità che sussistono fra il metodo pedagogico di Lorenzoni e la mia grande passione, la Filosofia per bambini (Philosophy for Children p P4C).

Ecco, schematicamente, le convergenze:

  • l’ascolto dei bambini (nella P4C è uno dei cardini, tanto che sono loro stessi, come comunità, a decidere di che cosa occuparsi, in base agli interessi e ai bisogni del momento)
  • il dialogo (è l’essenza di ogni filosofare)
  • il lavorare in cerchio (il setting ha la sua non trascurabile importanza)
  • la dimensione comunitaria: ogni singolo lavora nel confronto costante con gli altri
  • il preoccuparsi di insistere su un argomento fino a che i bambini ne sentono il bisogno, anziché passare ad altro per soddisfare richieste esterne
  • il ruolo dell’esperienza: nella P4C è anzitutto il vissuto dei bambini a diventare protagonista

Il credo di Lorenzoni e della P4C coincidono soprattutto laddove si prefiggono, come obiettivo primario, la crescita della persona intesa in modo complessivo, lo sviluppo del pensiero critico, della capacità di ascolto, di confronto con il diverso, di elaborare ed esprimere un’opinione argomentata.

La società e chiunque abbia a cuore il futuro del Paese hanno il dovere di ascoltare questo lavoro, per costruire una scuola più accogliente, più vera,. più intensa, più istruttiva, capace di creare persone migliori.

8 Lug 2017

Casa Pedrera, Spagna batte Italia 22 a 12

Palazzo Pedrera di Gaudì a Barcellona.

UNA CARISSIMA VISITA A CASA PEDRERA A BARCELLONA

Sono appena tornato da un viaggio in Spagna, dove ho visitato Barcellona e Valencia. Fra le attrattive che ho voluto vedere c’è Casa Pedrera, uno degli straordinari palazzi civili realizzati da Gaudí.  Una costruzione visionaria, geniale, ispirata al mondo organico – le onde del mare, le alghe – e memorabile soprattutto per quel terrazzo sopra l’edificio, in cui svettano comignoli che sembrano figure esotiche provenienti dal deserto e per quella “soffitta” fatta di archi convergenti che tanto ricordano lo scheletro di un serpente.

Tutto bene, dunque. Per entrare, si paga un biglietto di 22 euro (11 i bambini). L’ingresso a Casa Batlló,  l’altro esempio più noto di architettura civile di Gaudí, è ancora più caro.

Allora mi sono chiesto: premesso che sono un ammiratore di Gaudíe che la Sagrada Familia è semplicemente grandiosa e commovente, è un prezzo congruo quello che si paga per visitare queste case?

12 EURO PER VISITARE LA GALLERIA DEGLI UFFIZI

Per rispondere ho fatto una cosa semplice: ho verificato quanto costa l’ingresso alla Galleria degli Uffizi di Firenze, senza tema di smentite uno dei musei più importanti al mondo, straripante di capolavori assoluti della storia dell’arte. E ho scoperto che bastano 12 euro…

12 euro per entrare alla Galleria degli Uffizi e vedere decine di capolavori della storia dell’arte, 22 euro per entrare a Casa Pedrera… Vi sembra congruo?

A me, no. Mi direte: Casa Pedrera è privata, gli Uffizi sono statali… Vero, ma basta questo a giustificare una tale sproporzione? L’ingresso alla Fondazione Miró costa 12 euro, come gli Uffizi… Ora, con tutto l’amore per Miró … 12 euro costa anche l’ingresso al Museo nazionale della Catalunya, questo sì pubblico…

LA VERITA’ E’ CHE…

La verità è che noi italiani non sappiamo valorizzare il nostro patrimonio artistico e culturale nemmeno nella politica dei prezzi. Credete che se gli Uffizi aumentassero il costo del biglietto a 15, 18 euro diminuirebbero gli ingressi? Se proprio non si volesse scoraggiare l’affluenza degli italiani, perché non prevedere una tariffa per gli italiani e un’altra per gli stranieri?

Sono tornato a casa un po’ arrabbiato. All’estero, sanno non solo valorizzare, ma esaltare ciò che hanno al di là del loro valore oggettivo. Noi tendiamo a fare il contrario…

9 Giu 2017

“Internet è buono”, ma non spiega perché

Ho letto La psicologia di Internet di Patricia Wallace (Raffaello Cortina), sul quale ho maturato un giudizio ambivalente.

Il saggio di Patricia Wallace – esperta di psicologia delle relazioni e dell’apprendimento – si segnala in positivo per la quantità impressionante di ricerche citate condotte sul campo in tutto il mondo su Internet e i social media e i loro effetti sulla persona. Sono centinaia. Da valutare positivamente anche la tendenza dell’autrice di evidenziare, per ogni tema, aspetti utili e insidie offerti dal Web.

Detto questo, La psicologia di Internet resta vittima di un equivoco strutturale.

In primo luogo, a fronte dei vantaggi e delle utilità offerte da una determinata funzione del Web, corrisponde una più vasta area di criticità e problematiche: a dircelo è la stessa Wallace, ed è strano che lei non percepisca questo sbilanciamento.

In secondo luogo – e questo è il problema di fondo – l’autrice manifesta un’opinione sostanzialmente positiva di Internet, in quanto consente al Sé di forgiare la sua identità e di comunicare con un’efficacia mai conosciuta prima, dilatando le sue possibilità, mettendo in mano al soggetto potenti strumenti. Se usato in maniera attiva, Internet, nonostante tutte le sue zone d’ombra, migliora la nostra vita.

Ora, si può concordare con questa tesi, ma resta un problema: ciò che consente a una persona di usare il mezzo attivamente, anziché esserne usato, non si reperisce all’interno di Internet. L’intelligenza che permette ad esempio di vagliare l’attendibilità di una fonte non è data dalla frequentazione di Internet, bensì da una maturità, un’esperienza conquistata al di fuori di esso. Insomma, solo grazie a capacità pre-acquisite alla navigazione posso dare vita a una navigazione attiva e non passiva, utile e non dannosa.

Questo il problema, che il saggio nemmeno sfiora. Non basta dire – come si fa in La psicologia di Internet – che il Web tende  a renderci una maschera disumana e a farci compiere di conseguenza una serie di brutte azioni, ma che se il soggetto di ricorda di essere una persona, può prevenire azioni disumane. Un’idea piuttosto debole e fragile. Posso ricordarmi di essere una persona solo se ho maturato questa consapevolezza prima di buttarmi nel mate del Web.

2 Giu 2017

Richard Ford tra loro: un grande scrittore racconta papà e mamma

Richard Ford

Attendo con trepidazione i nuovi romanzi di Richard Ford, uno degli scrittori che più amo in assoluto. Appena uscito Tra loro (Feltrinelli), l’ho letto subito.

Si tratta di un memoriale dedicato ai suoi genitori, articolato in due parti: la prima sul padre, la seconda sulla madre, nonostante – come spiega lo scrittore in una nota – quest’ultimo sia stato scritto ben 30 anni prima dell’altro.

TRA LORO: DI CHE COSA PARLA

Nella rievocazione di Richard Ford, il tratto dominante del padre è l’assenza. Dovuta in primo luogo alla sua professione, commesso viaggiatore, che lo portava lontano da casa dal lunedì al venerdì. E poi alla sua precoce scomparsa, avvenuta a poco più di 50 anni. Al di là di questi due fatti oggettivi, il racconto sembra alludere a un’assenza di altra natura, psicologica e affettiva, benché il figlio-scrittore ci tenga a ribadire che si è sempre sentito amato. Tanto da concepire questo memoriale come un atto di giustizia nei confronti del padre, un risarcimento per quanto il destino gli ha sottratto.

Se la parte sul padre si configura come un atto di giustizia, quella sulla madre è un atto d’amore. Ford ricorda il tempo trascorso con la madre, le lunghe settimane solo con lei, in attesa che il padre rincasasse, il venerdì. Qui trova spazio non solo l’infanzia, ma anche il periodo in cui loro due vissero da soli, dopo la morte del padre-marito. Madre e figlio si amavano, senza dubbio, ma anche nel rapporto fra di loro si insinua in qualche modo un’ombra e il loro era un “essere soli insieme”.

I genitori di Ford vissero per molto tempo da soli, dato che non arrivava un figlio, ed erano quasi sempre in viaggio, perché lei accompagnava il marito nel suo lavoro. Trascorsero dunque moltissimi anni vivendo come una coppia fra l’auto, gli alberghi, le serate. Quando nacque Richard, lo accolsero con gioia e amore, ma la loro vita mutò radicalmente. E se l’autore sottolinea che sempre si sentì amato, è insistente la domanda su quei lunghi anni in cui loro erano soli senza di lui e se avessero mai rimpianto quella condizione.

IL COMMENTO

Tra loro è un libro toccante e commovente. Al solito, Richard Ford non cattura la nostra sensibilità con una scrittura emotiva, ma, al contrario, con uno stile asciutto, preciso, oggettivo. I sentimenti, le riflessioni, le emozioni scaturiscono implicitamente dalla descrizione e dal racconto dei fatti e dei personaggi sulla scena.

Onesto fino in fondo con se stesso, Ford non trascura gli aspetti controversi della sua relazione con i genitori e i momenti critici, eppure il suo libro è, complessivamente, davvero un atto di giustizia e d’amore nei confronti di papà e mamma, così come sono stati nella realtà. E sebbene si sia sentito un figlio non solo accettato ma anche amato, i temi dell’assenza, della solitudine, del rimpianto fanno capolino e gettano una nuova luce su alcuni romanzi (lo scrittore stesso ammette, in un passaggio, che in certi casi la sua esperienza autobiografica si è travasata nei libri: potrebbe essere altrimenti?).

Pensiamo ad esempio a quel formidabile romanzo che è Canada: due ragazzi si trovano di colpo da soli dopo che i genitori sono stati arrestati per aver commesso una rapina…

Vale decisamente la pena leggere Richard Ford.

6 Mag 2017

Facebook, chi controlla il controllore?

Mark Zuckerberg

A lungo Facebook si è chiamato fuori da ogni implicazione-giuridico-morale della sua attività. L’azienda diceva: noi siamo per il diritto di ciascuno a esprimersi, a dire ciò che vuole; crediamo nella libertà. Senonché si sono poi accorti che – come nella vita e nella storia – l’esercizio illimitato della libertà comporta problemi enormi.

Quando si vuole vivere insieme, bisogna stipulare un patto (Hobbes insegna…), nel quale ciascuno cede una porzione della sua libertà in nome del bene e della convivenza pubblica. Non sono ancora state inventate alternative a questo metodo…

Alla fine anche Facebook l’ha capito, è stata costretta a capirlo. E non poteva che essere così. Nel momento in cui alcuni utenti hanno cominciato a postare contenuti che ledevano i diritti degli altri, costituivano un pericolo per la collettività o procuravano un danno (all’autore stesso o ad altri), ha dovuto assumersi la responsabilità della sua attività. Come accade a un giornale, ad esempio, fondato certamente sul diritto a esprimere liberamente il proprio pensiero, ma anche sul dovere di farlo in determinate forme, rispettose di alcune regole.

E’ la storia del diritto, prima ancora che della morale.

Il problema che sempre più nitidamente si affaccia, a mio avviso, è il seguente: Facebook comincia a darsi delle regole, nel senso che comincia a darle ai suoi utenti; inoltre, assume revisori che controllino se i contenuti pubblicati rispettino tali regole. Ma chi stabilisce queste regole? Chi controlla il controllore?

Riporta qui sotto un mio articolo pubblicato su Famigliacristiana.it, nel quale rifletto su questi temi.

 FACEBOOK DIVENTA PIU’ RESPONSABILE
La notizia che Facebook ha deciso di assumere 3.000 nuovi revisori per impedire la diffusione di post e di video violenti o palesemente immorali merita qualche riflessione.
Anzitutto, è un bene che il Social media più diffuso al mondo (lo usano miliardi di persone) si stia gradualmente assumendo la responsabilità di cio che è di ciò che fa. Non è scontato: infatti, la prima reazione dei vertici, tempo fa, è stata di limitarsi a ribadire il ritornello vuoto della libertà di espressione. Certo che è sacrosanto il diritto di esprimersi e di comunicare,ma come la mettiamo quando le nostre parole e le nostre azioni procurano un danno a noi stessi o ad altri? Quando prevaricano sui diritti degli altri?
Ultimamente Mark Zuckerberg e i suoi hanno preso coscienza che questa pilatesca lavati di mani è assurda: è come se un’azienda che produce un determinato prodotto si appellasse al suo diritto di commerciare, infischiandosene degli effetti che provoca quel prodotto o come se ciascuno di noi, rivendicando una libertà assoluta, pretendesse di fare ciò che gli pare, anche quando procura del male agli altri.
Ai 4.500 revisori già attivi, se ne aggiungeranno presto altri 3.000 dunque. I revisori hanno appunto il compito di vigilare sui contenuti postati sulla piattaforma, raccogliendo segnalazioni degli utenti e delle autorità.
CHI STABILISCE LE REGOLE?
Facebook si è resa conto – e questa è la seconda riflessione – che non basta un algoritmo per sventare questo pericolo. Le cronache anche recenti lo hanno dimostrato in modo brutale e drammatico: sul social sono comparsi video e affermazioni di suicidi, omicidi, violenze rimasti per ore visibili al mondo prima che qualcuno prendesse un’iniziativa.«Abbiamo visto persone fare del male a sé stessi e ad altri, sia in diretta sia in video postati successivamente. È straziante», ha scritto Zuckenberg.
Per effettuare con cura un controllo etico – perché di questo stiamo parlando, inutile girarci attorno! – la tecnologia e la scienza si rivelano inadeguati: occorrono un occhio, cioè una intelligenza e una coscienza umani.
Non saranno dunque dei robot o qualche sofisticato programma a vigilare sulla correttezza dei contenuti, bensì delle persone, 3.000 nuovi esseri pensanti.
Infine, bisogna che la collettività e le istituzioni prendano coscienza che queste popolari piattaforme social hanno bisogno di una regolamentazione. In questo momento, è l’azienda stessa a decidere che cosa può essere pubblicato e cosa può essere diffuso. In base a quali criteri? Ed è sufficiente che un’azienda si assegni da sé tali criteri, senza alcun controllo esterno, o deve essere un organo giuridico riconosciuto a stabilire le leggi che valgono per tutti e farle osservare?
Facebook comincia ad assumersi le sue responsabilità, ed è un bene; ma le istituzioni pubbliche hanno il dovere di scrivere le leggi e le norme che tutti – Facebook compresa, sono tenuti a rispettare. Altrimenti i social media potranno muoversi a loro discrezione, creandosi una morale su misura.

26 Apr 2017

Perché le fiction Tv piacciono tanto?

Vi racconto un piccolo segreto della mia professione (che non è quella di insegnante di filosofia, come vorrei, ma di giornalista). Quando programmiamo i contenuti da inserire nel sito della testata per cui lavoro, Famiglia Cristiana, abbiamo imparato a tenere d’occhio la programmazione Tv, soprattutto le fiction o serie televisive.

Perché? Semplice: abbiamo constatato che centinaia, anzi migliaia di persone già nelle ore precedenti la messa in onda, poi durante la messa in onda e infine dopo la messa in onda cercano compulsivamente informazioni sul programma televisivo. Prima per orientarsi nella scelta del programma da seguire, poi per avere informazioni su ciò che sta vedendo (trama, attori e loro biografia, ecc.) e infine per approfondire qualche aspetto.

Il risultato è che i contenuti sulle fiction televisive ottengono sempre ottimi risultati, cioè sono fra gli articoli più letti in assoluto. Di recente, è successo ad esempio con Di padre in figlia, la vicenda di una famiglia trasferitasi in Veneto che ha una distilleria, comandata da un padre-padrone che, nel tempo e dopo tante battaglie, dovrà cedere il potere alle donne.

Il dato su cui riflettere è che questi contenuti suscitano un interesse e registrano un consenso di gran lunga superiore rispetto a contenuti o più impegnati, o più elaborati giornalisticamente, o più approfonditi, o dedicati a temi sensibili.

Conclusioni? Non si vuol qui fare la morale, però… La Tv vien prima della politica, dell’etica, della religione… Così è, se vi pare…

30 Mar 2017

La tartaruga rossa lascia senza parole

Purtroppo La tartaruga rossa, il film d’animazione di Michael Dudok, è stato al cinema solo tre giorni, dal 27 al 29 marzo. La speranza è che il film abbia una buona distribuzione nei circuiti dei cineforum, delle seconde visioni, delle sale di comunità, e poi in Dvd.

Il film lascia davvero senza parole. Non solo perché, in tutto il film, non ne viene pronunciata nessuna, salvo qualche urlo, ma per la forza della sua poesia. Che, appunto, può anche fare a meno delle parole.

Racconta la storia di un naufrago che approda in un’isola. Tenterà di tornare alla sua vita, imbarcandosi su una zattera da lui costruita, ma per tre volte un’enorme tartaruga rossa – come scoprirà solo al terzo tentativo – distruggerà il suo mezzo di fortuna.

Quella stessa tartaruga arriverà poi sulla spiaggia, dove il naufrago sfogherà su di lei la sua rabbia. Quando si pentirà del suo gesto, scoprirà che si tratta di un animale misterioso…

La tartaruga rossa, non a caso adottato dal mitico Studio Ghibli di Miyazaki, disegna una parabola poetica e potente sulla Natura e sulla Vita, sul loro rapporto. E sul doppio volto della natura che, come insegnava Leopardi, si rivela ora Madre ora Matrigna.

Godetevi intanto il trailer.

25 Mar 2017

L’essere salvato dall’alterità

La filosofia francese mostra segni importanti di vitalità, superiori a quelli della filosofia nostrana. Mimesis, ad esempio, sta traducendo una serie di autori che hanno il merito di intrecciare la riflessione razionale con l’attualità.

Di recente ho letto Accanto a lei. Presenza opaca, presenza intima di Francois Jullien (Mimesis).

Ecco qui di seguito la recensione al saggio (originariamente pubblicata su Famigliacristiana.it).

È un’esperienza quotidiana quella di assistere alla banalizzazione delle cose, alla caduta nella monotonia delle “presenze” che ci circondano. Detto in termini filosofici, sperimentiamo in maniera reiterata la banalizzazione dell’essere, il reificarsi della presenza, il suo rendersi opaca e perciò in-significante.

Tale considerazione non deve essere assunta solo in termini psicologici, assecondando un dilagante soggettivismo psicologico. Deve invece essere assunta anzitutto in termini ontologici: dicendo che la presenza si banalizza, che l’essere si reifica (Heidegger avrebbe detto: l’essere si riduce a semplice-presenza disponibile e manipolabile) non si fa riferimento soltanto al deteriorarsi delle relazioni interpersonali, ad esempio nel rapporto amoroso, con il passare del tempo, ma a un depotenziarsi dell’essere stesso. Questo processo di caduta nella monotonia, nell’opacità, nella banalità della presenza, una volta che è data, è solo per certi aspetti riconducibile ai limiti dell’io, tanto del soggetto che non sa più cogliere la novità della presenza, quanto del destinatario della sua attenzione, che perde slancio mano a mano che la sua corsa perde velocità.

Oltre questa dimensione psicologica, c’è tuttavia quella ontologica: tale faglia è insita nell’essere stesso, gli è strutturale, gli appartiene in maniera insuperabile. Questa interessante riflessione viene sviluppata da Francois Jullien, filosofo e sinologo, in una saggio breve e denso, intitolato Accanto a lei. Presenza opaca, presenza intima, edito da Mimesis.

Se le cose stanno come qui si sostiene, significa che siamo perduti, dal momento che è l’essere stesso a “dover” vivere tale caduta, che non sarebbe imputabile a un limite, ovviabile, del soggetto? Con un altro colpo di scena filosofico, l’autore, dopo averlo estromesso nella prima parte del ragionamento, rimette in gioco il soggetto o la persona. La possibilità di rendere nuovamente “splendente” o “intima” (con le parole dell’autore) la presenza che si è fatta opaca è infatti nelle mani del soggetto-persona. I Greci non avevano colto tale possibilità – osserva Jullien – perché erano abbagliati dall’essere. L’avvento del cristianesimo ha avuto l’effetto di riconoscere il ruolo del soggetto o persona nel suo rapportarsi all’essere.

Che cosa può dunque fare il soggetto-persona per “salvare” l’essere della reificazione, dal suo naturale degenerarsi in cosa in-significante? Laddove sa instaurare una relazione intima – concetto che sta agli antipodi dell’opaco – il soggetto-persona coglie l’altro in tutta la sua novità, a condizione di accettare e saper accogliere la sua alterità. È proprio l’apertura e la salvaguardia dell’alterità che dà una scossa alla nostra percezione dell’essere, rendendoci capaci di vedere nella presenza accanto a noi non una presenza opaca, bensì una presenza intima. Ciò può accadere nella relazione amorosa come nell’amicizia. Dovunque, aggiungiamo, ci sia una relazione aperta all’alterità e unicità dell’altro.

Quando due persone sanno guardarsi realmente negli occhi – filosoficamente: accogliere l’alterità e unicità ontologica dell’altro – accade un evento, si scatena un’energia inedita, grazie alla quale il soggetto esce da se stesso per entrare nell’altro o, meglio, in un noi.

Pare di capite che secondo l’autore nella relazione autentica che rivela l’essere in sé accadono dunque due movimenti fondamentali e simmetrici. Il primo è quello della presenza che svela se stessa solo ri-traendosi, trattenendosi: da non intendere soltanto come negarsi di un amante nella relazione amorosa, ad esempio, ma come preservarsi della presenza dall’uso e dal consumo, dal ridursi a cosa manipolabile, disponibile e perciò monotona, opaca e scontata. Alla ritrazione della presenza corrisponde specularmente un de-concidere da se stesso del soggetto, per porsi nella condizione di saper cogliere, oltre i pre-giudizi e le abitudini, la novità, l’alterità, l’essenza inedita dell’altro.

Un saggio davvero interessante.

Volete sapere che cos’è l’immagine dell’articolo? Gli amanti di René Magritte.

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Chi sono

Sono nato a Vicenza nel 1968. Mi sono laureato in Filosofia a Padova con una tesi su Martin Heidegger, poi ho frequentato il Biennio di giornalismo dell’Ifg di Milano. Sono il responsabile del settore Cultura e spettacoli di Famiglia Cristiana. Mi sto occupando di Filosofia per bambini e per comunità (P4C). [leggi tutto...]

Preghiere selvatiche

There's a blaze of light In every word It doesn't matter which you heard The holy or the broken Hallelujah
Leonard Cohen

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