12 Apr 2016

Jonathan Franzen? Checché ne dica Bloom…

Jonathan Franzen

Jonathan Franzen

Sapete che Harold Bloom, il più noto dei critici letterari al mondo, se non il più noto, ha un giudizio molto critico rispetto alla narrativa contemporanea. Al punto da catalogarla semplicemente e sprezzantemente sotto l’etichetta garbage, cioè spazzatura.

Tra le vittime della sua feroce critica, figura anche un autore che a me, invece, piace molto: Jonathan Franzen. Da poco è uscito il suo ultimo romanzo, Purity (Einaudi), sul quale ho scritto un’appofondita – almeno mi pare! – recensione che potete leggere cliccando su queste parole. Di lui mi ero occupato anche in precedenza, quando aveva pubblicato Libertà.

Perché penso che Bloom, con tutto il rispetto, si sbagli di grosso? La risposta dovrebbe essere: perché Franzen è dannatamente bravo. Sa creare delle storie in cui il lettore viene risucchiato, un universo di personaggi che diventano tuoi compagni di vita, al punto che – nonostante la mole dei suoi libri – si arriva in fondo rapidamente. Pochi autori sanno scavare a fondo nella mente dei personaggi come lui, mettendone in luce l’insuperabile imperfezione. Proprio l’impurità dei suoi personaggi – per usare la categoria dell’ultimo romanzo – anziché renderceli estranei, ce li rende vicini, favorendo un processo di identificazione.

Aggiungo un ultimo elemento che fa di Franzen un grande scrittore, come lo ha definito, peraltro, il Time dedicandogli una copertina. Pur preoccupandosi esclusivamente di fare buona letteratura, anzi, proprio perché si occupa esclusivamente di fare buona letteratura, le storie che Franzen racconta hanno sempre un risvolto morale. Dalla serie dei suoi scritti emerge sempre più compiutamente il tentativo di elaborare una sorta di critica del suo Paese, l’America, che diventa critica di ogni società contemporanea. Narrando le sue storie, Franzen mette a nudo le nostre miserie, mostrando la realtà per quello che è. Il mondo contemporaneo e noi che lo abitiamo ci troviamo rappresentati in queste pagine.

Ecco perché, caro Bloom, si sbaglia…

30 Mar 2016

Pensieri filosofici di una mamma

Vittoria Baruffaldi

Vittoria Baruffaldi

Di recente mi sono imbattuto in un libro che incontra diversi dei miei interessi: la filosofia in generale, l’insegnamento della filosofia ai bambini, il rapporto fra filosofia e vita, ovvero l’applicazione della filosofia alla vita, il rapporto fra genitore e figlio…

Si tratta di Esercizi di meraviglia. Fare la mamma con filosofia di Vittoria Baruffaldi, pubblicato da Einaudi. In questo articolo ho presentato e analizzato i temi principali del libro.

L’autrice insegna filosofia in un liceo ed è diventata mamma. È esattamente l’esempio vivente di come filosofia ed esistenza non solo possano, ma anche “debbano” incontrarsi, per fecondarsi a vicenda.

Mi è ovviamente impossibile mettermi nei panni di una donna che ha in grembo un bambino: di certo, la vita che nasce accresce, vorrei dire quasi esaspera la nostra attitudine filosofica, perché ci riporta in quella condizione incantata in cui tutto ci appare meraviglioso, come se lo vedessimo per la prima volta.

12 Mar 2016

Muriel Barbery, il riccio era più elegante degli elfi

Muriel Barbery

Muriel Barbery

Con un po’ d’ironia il titolo sintetizza il mio pensiero su La vita degli elfi (e/o), il nuovo romanzo di Muriel Burbery, l’insegnante di filosofia-scrittrice che aveva ottenuto un successo strepitoso con L’eleganza del riccio. Tanto era convincente quest’ultimo, quanto incompiuta la nuova prova. Eh sì, la magia qui è svanita. In questa recensione racconto la trama e spiego nel dettaglio perché. A questo punto, considerato che dovrebbe seguire un secondo volume sulla vicenda, c’è da chiedersi che sorte avrà, vista la delusione della prima parte.

In La vita degli elfi è bella l’idea di affidare a due bambine orfane poteri straordinari e positivi, in lotta con oscure forze del male. Anche lo sfondo “elfico” poteva aggiungere qualche suggestione. Il problema è che tutto si risolve in un progetto sconclusionato, che alla fine suona pretenzioso.

Confesso che ho letto metà del romanzo in attesa di una svolta, di un salto che desse senso a tutto. Terminata la lettura, e constatata l’assenza di questo cambio di marcia, ho dovuto concludere che si trattava solo di un romanzo sfortunato.

Peccato.

1 Mar 2016

Tiziano Scarpa estasiato dal geco

Tiziano Scarpa. Sullo sfondo, la "sua" Venezia.

Tiziano Scarpa. Sullo sfondo, la “sua” Venezia.

Tiziano Scarpa è un autore da seguire, uno di quelli che prendono sul serio la letteratura. Dai suoi romanzi, c’è sempre da imparare. Dalla lingua, dallo stile anzitutto, al quale Scarpa sembra assegnare una valenza addirittura etica. Le parole, la lingua, insomma la letteratura possiedono una forza capace non solo di leggere e decifrare il mondo, ma persino di modificarla. E’ uno degli strumenti più potenti nelle mani dell’uomo.

Queste considerazioni trovano conferma in Il brevetto del geco, il suo ultimo romanzo edito da Einaudi. Per una recensione più approfondita, rimando a questo link, nel quale ho riassunto trama e indicato possibili letture. 

Qui mi preme sottolineare e aggiungere che in questo romanzo l’autore sembra fare una vera dichiarazione di fede, messa a confronto con altre fedi ritenute – forse – meno affidabili, quando non fallaci.

Mi spiego: uno dei personaggi, Federico, incarna la fede nell’arte; un altro, Adele, il valore della religione. Entrambi i loro “credi”, nello sviluppo del romanzo, mostrano le loro crepe, i loro limiti. Rispetto ad essi, invece, risalta il potere certo e autentico della letteratura.

Chissà che cosa ne pensa Tiziano Scarpa…

20 Feb 2016

Il futuro vive oltre il filo spinato

La foto che ha vinto il World Press Photo 2016.

La foto che ha vinto il World Press Photo 2016.

Vedere le foto vincitrici del World Press Photo è sempre un piacere. Ieri me le sono guardate una ad una, nelle diverse categorie.

La foto che ha vinto il premio assoluto è davvero straordinaria. Ritrae un padre che passa attraverso il filo spinato il figlio. Siamo ai confini fra Serbia e Ungheria, nell’agosto del 2015, in pieno esodo epocale. Quando sembrò che l’Europa, con la Merkel alla testa, aprisse le porte. Salvo poi fare marcia indietro, come registriamo in questi giorni.

La foto è in bianco e nero, poco illuminata. Il fotografo – Warren Richardson – ha spiegato di non aver potuto usare il flash, perché altrimenti avrebbe attirato l’attenzione della polizia, che avrebbe bloccato i profughi.

Questa foto sa raccontare un istante, sa catturare la Storia. Ho cercato di commentarla in questo articolo. Come ho scritto, andrebbe appesa nelle aule dei Parlamenti nazionali e di Strasburgo, dove si fanno le leggi e si costruisce il futuro. Quello che sta cercando quel neonato fra il filo spinato in una notte d’agosto.

2 Feb 2016

Ai Weiwei: Aylan è tutti noi

ai_weiwei_aylan

Se l’immagine che vedete vi richiama alla mente Aylan, il messaggio è giunto a destinazione. 

L’uomo riverso sulla spiaggia è Ai Weiwei, grande artista cinese, esule dal suo Paese che non sopporta la libertà. Ha voluto occupare con il proprio corpo lo spazio emotivo e morale, prima ancora che fisico, che aveva occupato Aylan. Non potete averlo dimenticato: è il bambino siriano di tre anni che è stato raccolto, come un fagotto, su una spiaggia turca qualche mese fa.

Apprezzate la scelta del bianco e nera, estetica ed etica insieme. 

Il messaggio è semplice, come lo sono le grandi verità che non vogliamo riconoscere: Aylan è tutti noi, noi siamo Aylan. Homo sum, humani nihil a me alienum puto, diceva Terenzio. Sono un uomo: niente di ciò che è umano reputo che mi sia estraneo. Ecco che cosa ci ha detto Ai Weiwei: ciascuno di noi avrebbe potuto essere al posto di Aylan, o delle migliaia di bambini morti cercando una vita migliore, o di suo padre, di sua madre, dei suoi fratelli. Se la sorte ci ha concesso un giro più fortunato, è perché possiamo dare accoglienza a chi è meno fortunato di noi.

Ai Weiwei – che si trova a Lesbo, meta degli sbarchi, per un memoriale sui migranti che hanno perso la vita e che ha sospeso una sua mostra in Danimarca per protesta contro la legge che prevede il sequestro die beni dei profughi – ammonisce che se l’Europa rinuncia ai valori della solidarietà, dell’accoglienza, della libertà tradisce se stessa. 

In questo articolo ho commentato questo gesto dell’artista cinese. 

19 Gen 2016

Jean d’Ormesson, perché l’essere anziché il nulla

Jean d'Ormesson

Jean d’Ormesson

Il mio canto di speranza (Edizioni Clichy) di Jean d’Ormesson sembra essere stato scritto come testo-pretesto per una sessione di philosophy for community. Con tono affabile e invidiabile lucidità, il “vecchio saggio” della cultura francese ha composto un racconto a tratti addirittura poetico che sgorga da una domanda antica ed eterna: perché l’essere e non il nulla?

Già, perché l’universo, anzi gli universi, i pianeti, le galassie, il sorgere della vita, la comparsa dell’uomo, fino all’edificazione della civiltà, della cultura, all’arte? Un caso? Il risultato del disegno creatore di qualche entità trascendente?

D’Ormesson compie una vera e propria passeggiata nella storia dell’universo – meglio ancora: dell’essere – e dell’umanità, sempre riportando le grandi posizioni che quell’essere pensante che è l’uomo ha assunto per spiegarlo e poi esprimendo, con garbo e convinzione, la propria personale posizione: l’essere al posto del nulla, l’uomo, il pensiero, sono il frutto di un atto divino. Per questo ha senso sperare, credere che ci sia uno scopo, una finalità al nostro essere nel mondo.

E’ ammirevole la semplicità e la serenità con cui l’autore afferma la sua posizione, mai per contrapporla a chi la pensa diversamente da lui.

La domanda originaria – perché qualcosa anziché niente -, la capacità di presentare in maniera semplice teorie scientifiche e posizioni della tradizione filosofica, l’apertura con cui espone le proprie idee, ne fanno appunto un testo eccezionale per stimolare una discussione sulle grandi questioni dell’umanità.

12 Gen 2016

Javier Marías (2) e il passato che non passa mai

Un particolare della copertina del romanzo.

Un particolare della copertina del romanzo.

Avevo scritto sull’ultimo romanzo di Javier Marías per sottolineare come si presti perfettamente come testo-pretesto, ovvero punto di partenza e stimolo per una sessione filosofica nell’ambito della philosophy for community (P4C). Non avevo però recensito il libro, che è un grande romanzo, come del resto tutte le altre prove letterarie dell’autore spagnolo, fra i più grandi di oggi.

Come ho raccontato in una recensione dettagliata, che qui potete leggere, in E così ha inizio il male (Einaudi) Marías è abilissimo nell’intrecciare la storia di una coppia con quella della Spagna. A fare da trade union è il rapporto con il passato o, meglio, il modo in cui il presente è condizionato dal passato e da come ci poniamo rispetto ad esso.

Nel caso della coppia, la totale mancanza di comprensione e perdono per una colpa compiuta dalla donna si traduce in un disprezzo tale del marito verso di lei. Mentre lo stesso uomo dimostra flessibilità e disponibilità a stendere un velo sul passato a proposito di un amico che si sarebbe macchiato di gravi nefandezze durante il regime di Franco. 

Perché questo doppio atteggiamento verso una colpa del passato? Solo per il fatto che l’una lo colpisce personalmente, mentre l’altra riguarda in generale il suo Paese e sperare che la giustizia si compia in maniera piena è una pura illusione? Nella recensione citata ho cercato di seguire l’indagine dell’autore spagnolo. 

31 Dic 2015

Michela Murgia, maestra e allievo a lezione

Michela Murgia ha vinto il Campiello con "Accabadora".

Michela Murgia ha vinto il Campiello con “Accabadora”.

Ciò che più mi ha colpito del nuovo romanzo di Michela Murgia, Chirù, edito da Einaudi, è la scrittura, uno stile teso a indagare in profondità la psiche e l’anima dei suoi personaggi. Mi sembra ammirevole la sua capacità di dare espressione attraverso la parola ai moti dell’animo, ai sentimenti, alle vibrazioni interiori.

Chirù è un testo raffinato, nel quale in realtà succede poco: un ragazzo di 18 anni, violinista, chiede a un’attrice affermata di venti anni più vecchia di lui di fargli da maestra. Inutile dire che non si intende certo il tradizionale rapporto fra insegnante e alunno, bensì qualcosa di diverso e più profondo: la ricerca di una guida nella vita.

Non accade molto, in termini d’azione, come dicevo, perché il romanzo si gioca sui percorsi interiori e sulle dinamiche che si instaurano fra i due, fra la maestra e l’allievo.

Un romanzo interessante, che merita sicuramente di essere letto, che porta con sé anche qualche polemica, per il fatto che l’autrice ha creato, ancor prima della pubblicazione, un account Facebook del personaggio che dà il titolo, Chirù appunto, nel quale egli interviene come se fosse una persona vera e propria. In questa recensione ho sviluppato la mia analisi del romanzo. E ho risposto alle punzecchiature di Aldo Grasso sul Corriere della sera.

Mi piacerebbe conoscere l’opinione di chi ha letto il libro della Murgia.

30 Dic 2015

Javier Marías e le sue storie filosofiche

Javier Marías

Javier Marías

Questo è il mio primo post all’interno del blog sulla categoria “P4C (PHILOSOPHY FOR CHILDREN AND COMMUNITY”. Chi conosce la “filosofia per bambini” sa di che cosa sto parlando; per spiegarlo agli altri, in poche parole, direi che è la pratica della filosofia con i bambini.

Non si tratta quindi di insegnare la storia della filosofia ai bambini, ma di fare filosofia – pensare – insieme a loro. Il metodo adottato è il curriculum Lipman, il filosofo americano collaboratore di Dewey che può essere considerato il fondatore della philosohy for children.

Il curriculum Lipman – ovvero la metodologia attraverso il quale si fa filosofia con un gruppo – è in realtà applicabile a qualsiasi altra forma di comunità: i lavoratori di un’azienda, gli insegnanti di una scuola, gli anziani di una casa di riposo, gli abitanti di un quartiere…

In questa sezione del mio blog tornerò su questa esperienza, sul metodo, sulle iniziative. Per ora mi limito a dire che da poco è iniziata anche la mia avventura in questo mondo: dopo aver frequentato il corso di formazione di Acuto, sto svolgendo il tirocinio per conseguire il titolo di Teacher riconosciuto dal Crif, il Centro per la ricerca e l’indagine filosofica.

Ora, una delle questioni centrali della P4C, sia quando viene svolta con i bambini, sia quando è praticata in altre comunità, è il cosiddetto testo-pretesto, vale a dire quel testo a partire dal quale si innesca la discussione filosofica. Accanto ai testi canonici, in sostanza quelli di Lipman e qualche altro, è aperta la questione di quali testi possano essere assunti per svolgere questa funzione.

Anche su questi temi tornerò in seguito, ma in questo momento mi preme svelare che ho trovato un autore che, con i suoi libri, si presta perfettamente ad assolvere questa funzione. Si tratta di Javier Marías, grande autore spagnolo, vincitore di molti premi, e autore di alcuni romanzi fondamentali come la trilogia Il tuo volto domani e Domani nella battaglia pensa a me (citazione di Shakespeare, un autore a cui è molto legato).

Ebbene, leggendo il suo ultimo romanzo, Così inizia il male, pubblicato come sempre da Einaudi, mi sono imbattuto in una serie di brani che non solo si prestano perfettamente a fare da testo-prestesto per una sessione di P4C, ma sembrano essere stati scritti proprio per questo! Fra i tanti esempi, ne cito un paio. Fra pagina 23 e pagina 25, attraverso i suoi personaggi, portati a riflettere insistentemente sulle cose che accadono, Marías offre spunti di eccezionale forza per indagare i temi della verità, della falsità e della memoria. Poco più in là, fra le pagine 27 e 29, un altro testo assai stimolante per una sessione che verta sui concetti di verità e decisione.

Lo stile dell’autore spagnolo è talmente adatto come punto di partenza per una discussione filosofica che alla fine ho segnato con la classica orecchia alla pagina tutti i brani utilizzabili per tale scopo.

Pagine:«12345678...21»

Chi sono

Sono nato a Vicenza nel 1968. Mi sono laureato in Filosofia a Padova con una tesi su Martin Heidegger, poi ho frequentato il Biennio di giornalismo dell’Ifg di Milano. Sono caporedattore e responsabile del settore Cultura e spettacoli di Famiglia Cristiana. Mi sto occupando di Filosofia per bambini e per comunità (P4C). [leggi tutto…]

Preghiere selvatiche

There's a blaze of light In every word It doesn't matter which you heard The holy or the broken Hallelujah
Leonard Cohen

Questo blog usa i cookie. Cliccando su "Accetto" o continuando a navigare sul sito, accetti il loro utilizzo. Se vuoi puoi cambiare le  impostazioni dei cookie.