9 Giu 2017

“Internet è buono”, ma non spiega perché

Ho letto La psicologia di Internet di Patricia Wallace (Raffaello Cortina), sul quale ho maturato un giudizio ambivalente.

Il saggio di Patricia Wallace – esperta di psicologia delle relazioni e dell’apprendimento – si segnala in positivo per la quantità impressionante di ricerche citate condotte sul campo in tutto il mondo su Internet e i social media e i loro effetti sulla persona. Sono centinaia. Da valutare positivamente anche la tendenza dell’autrice di evidenziare, per ogni tema, aspetti utili e insidie offerti dal Web.

Detto questo, La psicologia di Internet resta vittima di un equivoco strutturale.

In primo luogo, a fronte dei vantaggi e delle utilità offerte da una determinata funzione del Web, corrisponde una più vasta area di criticità e problematiche: a dircelo è la stessa Wallace, ed è strano che lei non percepisca questo sbilanciamento.

In secondo luogo – e questo è il problema di fondo – l’autrice manifesta un’opinione sostanzialmente positiva di Internet, in quanto consente al Sé di forgiare la sua identità e di comunicare con un’efficacia mai conosciuta prima, dilatando le sue possibilità, mettendo in mano al soggetto potenti strumenti. Se usato in maniera attiva, Internet, nonostante tutte le sue zone d’ombra, migliora la nostra vita.

Ora, si può concordare con questa tesi, ma resta un problema: ciò che consente a una persona di usare il mezzo attivamente, anziché esserne usato, non si reperisce all’interno di Internet. L’intelligenza che permette ad esempio di vagliare l’attendibilità di una fonte non è data dalla frequentazione di Internet, bensì da una maturità, un’esperienza conquistata al di fuori di esso. Insomma, solo grazie a capacità pre-acquisite alla navigazione posso dare vita a una navigazione attiva e non passiva, utile e non dannosa.

Questo il problema, che il saggio nemmeno sfiora. Non basta dire – come si fa in La psicologia di Internet – che il Web tende  a renderci una maschera disumana e a farci compiere di conseguenza una serie di brutte azioni, ma che se il soggetto di ricorda di essere una persona, può prevenire azioni disumane. Un’idea piuttosto debole e fragile. Posso ricordarmi di essere una persona solo se ho maturato questa consapevolezza prima di buttarmi nel mate del Web.

2 Giu 2017

Richard Ford tra loro: un grande scrittore racconta papà e mamma

Richard Ford

Attendo con trepidazione i nuovi romanzi di Richard Ford, uno degli scrittori che più amo in assoluto. Appena uscito Tra loro (Feltrinelli), l’ho letto subito.

Si tratta di un memoriale dedicato ai suoi genitori, articolato in due parti: la prima sul padre, la seconda sulla madre, nonostante – come spiega lo scrittore in una nota – quest’ultimo sia stato scritto ben 30 anni prima dell’altro.

TRA LORO: DI CHE COSA PARLA

Nella rievocazione di Richard Ford, il tratto dominante del padre è l’assenza. Dovuta in primo luogo alla sua professione, commesso viaggiatore, che lo portava lontano da casa dal lunedì al venerdì. E poi alla sua precoce scomparsa, avvenuta a poco più di 50 anni. Al di là di questi due fatti oggettivi, il racconto sembra alludere a un’assenza di altra natura, psicologica e affettiva, benché il figlio-scrittore ci tenga a ribadire che si è sempre sentito amato. Tanto da concepire questo memoriale come un atto di giustizia nei confronti del padre, un risarcimento per quanto il destino gli ha sottratto.

Se la parte sul padre si configura come un atto di giustizia, quella sulla madre è un atto d’amore. Ford ricorda il tempo trascorso con la madre, le lunghe settimane solo con lei, in attesa che il padre rincasasse, il venerdì. Qui trova spazio non solo l’infanzia, ma anche il periodo in cui loro due vissero da soli, dopo la morte del padre-marito. Madre e figlio si amavano, senza dubbio, ma anche nel rapporto fra di loro si insinua in qualche modo un’ombra e il loro era un “essere soli insieme”.

I genitori di Ford vissero per molto tempo da soli, dato che non arrivava un figlio, ed erano quasi sempre in viaggio, perché lei accompagnava il marito nel suo lavoro. Trascorsero dunque moltissimi anni vivendo come una coppia fra l’auto, gli alberghi, le serate. Quando nacque Richard, lo accolsero con gioia e amore, ma la loro vita mutò radicalmente. E se l’autore sottolinea che sempre si sentì amato, è insistente la domanda su quei lunghi anni in cui loro erano soli senza di lui e se avessero mai rimpianto quella condizione.

IL COMMENTO

Tra loro è un libro toccante e commovente. Al solito, Richard Ford non cattura la nostra sensibilità con una scrittura emotiva, ma, al contrario, con uno stile asciutto, preciso, oggettivo. I sentimenti, le riflessioni, le emozioni scaturiscono implicitamente dalla descrizione e dal racconto dei fatti e dei personaggi sulla scena.

Onesto fino in fondo con se stesso, Ford non trascura gli aspetti controversi della sua relazione con i genitori e i momenti critici, eppure il suo libro è, complessivamente, davvero un atto di giustizia e d’amore nei confronti di papà e mamma, così come sono stati nella realtà. E sebbene si sia sentito un figlio non solo accettato ma anche amato, i temi dell’assenza, della solitudine, del rimpianto fanno capolino e gettano una nuova luce su alcuni romanzi (lo scrittore stesso ammette, in un passaggio, che in certi casi la sua esperienza autobiografica si è travasata nei libri: potrebbe essere altrimenti?).

Pensiamo ad esempio a quel formidabile romanzo che è Canada: due ragazzi si trovano di colpo da soli dopo che i genitori sono stati arrestati per aver commesso una rapina…

Vale decisamente la pena leggere Richard Ford.

6 Mag 2017

Facebook, chi controlla il controllore?

Mark Zuckerberg

A lungo Facebook si è chiamato fuori da ogni implicazione-giuridico-morale della sua attività. L’azienda diceva: noi siamo per il diritto di ciascuno a esprimersi, a dire ciò che vuole; crediamo nella libertà. Senonché si sono poi accorti che – come nella vita e nella storia – l’esercizio illimitato della libertà comporta problemi enormi.

Quando si vuole vivere insieme, bisogna stipulare un patto (Hobbes insegna…), nel quale ciascuno cede una porzione della sua libertà in nome del bene e della convivenza pubblica. Non sono ancora state inventate alternative a questo metodo…

Alla fine anche Facebook l’ha capito, è stata costretta a capirlo. E non poteva che essere così. Nel momento in cui alcuni utenti hanno cominciato a postare contenuti che ledevano i diritti degli altri, costituivano un pericolo per la collettività o procuravano un danno (all’autore stesso o ad altri), ha dovuto assumersi la responsabilità della sua attività. Come accade a un giornale, ad esempio, fondato certamente sul diritto a esprimere liberamente il proprio pensiero, ma anche sul dovere di farlo in determinate forme, rispettose di alcune regole.

E’ la storia del diritto, prima ancora che della morale.

Il problema che sempre più nitidamente si affaccia, a mio avviso, è il seguente: Facebook comincia a darsi delle regole, nel senso che comincia a darle ai suoi utenti; inoltre, assume revisori che controllino se i contenuti pubblicati rispettino tali regole. Ma chi stabilisce queste regole? Chi controlla il controllore?

Riporta qui sotto un mio articolo pubblicato su Famigliacristiana.it, nel quale rifletto su questi temi.

 FACEBOOK DIVENTA PIU’ RESPONSABILE
La notizia che Facebook ha deciso di assumere 3.000 nuovi revisori per impedire la diffusione di post e di video violenti o palesemente immorali merita qualche riflessione.
Anzitutto, è un bene che il Social media più diffuso al mondo (lo usano miliardi di persone) si stia gradualmente assumendo la responsabilità di cio che è di ciò che fa. Non è scontato: infatti, la prima reazione dei vertici, tempo fa, è stata di limitarsi a ribadire il ritornello vuoto della libertà di espressione. Certo che è sacrosanto il diritto di esprimersi e di comunicare,ma come la mettiamo quando le nostre parole e le nostre azioni procurano un danno a noi stessi o ad altri? Quando prevaricano sui diritti degli altri?
Ultimamente Mark Zuckerberg e i suoi hanno preso coscienza che questa pilatesca lavati di mani è assurda: è come se un’azienda che produce un determinato prodotto si appellasse al suo diritto di commerciare, infischiandosene degli effetti che provoca quel prodotto o come se ciascuno di noi, rivendicando una libertà assoluta, pretendesse di fare ciò che gli pare, anche quando procura del male agli altri.
Ai 4.500 revisori già attivi, se ne aggiungeranno presto altri 3.000 dunque. I revisori hanno appunto il compito di vigilare sui contenuti postati sulla piattaforma, raccogliendo segnalazioni degli utenti e delle autorità.
CHI STABILISCE LE REGOLE?
Facebook si è resa conto – e questa è la seconda riflessione – che non basta un algoritmo per sventare questo pericolo. Le cronache anche recenti lo hanno dimostrato in modo brutale e drammatico: sul social sono comparsi video e affermazioni di suicidi, omicidi, violenze rimasti per ore visibili al mondo prima che qualcuno prendesse un’iniziativa.«Abbiamo visto persone fare del male a sé stessi e ad altri, sia in diretta sia in video postati successivamente. È straziante», ha scritto Zuckenberg.
Per effettuare con cura un controllo etico – perché di questo stiamo parlando, inutile girarci attorno! – la tecnologia e la scienza si rivelano inadeguati: occorrono un occhio, cioè una intelligenza e una coscienza umani.
Non saranno dunque dei robot o qualche sofisticato programma a vigilare sulla correttezza dei contenuti, bensì delle persone, 3.000 nuovi esseri pensanti.
Infine, bisogna che la collettività e le istituzioni prendano coscienza che queste popolari piattaforme social hanno bisogno di una regolamentazione. In questo momento, è l’azienda stessa a decidere che cosa può essere pubblicato e cosa può essere diffuso. In base a quali criteri? Ed è sufficiente che un’azienda si assegni da sé tali criteri, senza alcun controllo esterno, o deve essere un organo giuridico riconosciuto a stabilire le leggi che valgono per tutti e farle osservare?
Facebook comincia ad assumersi le sue responsabilità, ed è un bene; ma le istituzioni pubbliche hanno il dovere di scrivere le leggi e le norme che tutti – Facebook compresa, sono tenuti a rispettare. Altrimenti i social media potranno muoversi a loro discrezione, creandosi una morale su misura.

26 Apr 2017

Perché le fiction Tv piacciono tanto?

Vi racconto un piccolo segreto della mia professione (che non è quella di insegnante di filosofia, come vorrei, ma di giornalista). Quando programmiamo i contenuti da inserire nel sito della testata per cui lavoro, Famiglia Cristiana, abbiamo imparato a tenere d’occhio la programmazione Tv, soprattutto le fiction o serie televisive.

Perché? Semplice: abbiamo constatato che centinaia, anzi migliaia di persone già nelle ore precedenti la messa in onda, poi durante la messa in onda e infine dopo la messa in onda cercano compulsivamente informazioni sul programma televisivo. Prima per orientarsi nella scelta del programma da seguire, poi per avere informazioni su ciò che sta vedendo (trama, attori e loro biografia, ecc.) e infine per approfondire qualche aspetto.

Il risultato è che i contenuti sulle fiction televisive ottengono sempre ottimi risultati, cioè sono fra gli articoli più letti in assoluto. Di recente, è successo ad esempio con Di padre in figlia, la vicenda di una famiglia trasferitasi in Veneto che ha una distilleria, comandata da un padre-padrone che, nel tempo e dopo tante battaglie, dovrà cedere il potere alle donne.

Il dato su cui riflettere è che questi contenuti suscitano un interesse e registrano un consenso di gran lunga superiore rispetto a contenuti o più impegnati, o più elaborati giornalisticamente, o più approfonditi, o dedicati a temi sensibili.

Conclusioni? Non si vuol qui fare la morale, però… La Tv vien prima della politica, dell’etica, della religione… Così è, se vi pare…

30 Mar 2017

La tartaruga rossa lascia senza parole

Purtroppo La tartaruga rossa, il film d’animazione di Michael Dudok, è stato al cinema solo tre giorni, dal 27 al 29 marzo. La speranza è che il film abbia una buona distribuzione nei circuiti dei cineforum, delle seconde visioni, delle sale di comunità, e poi in Dvd.

Il film lascia davvero senza parole. Non solo perché, in tutto il film, non ne viene pronunciata nessuna, salvo qualche urlo, ma per la forza della sua poesia. Che, appunto, può anche fare a meno delle parole.

Racconta la storia di un naufrago che approda in un’isola. Tenterà di tornare alla sua vita, imbarcandosi su una zattera da lui costruita, ma per tre volte un’enorme tartaruga rossa – come scoprirà solo al terzo tentativo – distruggerà il suo mezzo di fortuna.

Quella stessa tartaruga arriverà poi sulla spiaggia, dove il naufrago sfogherà su di lei la sua rabbia. Quando si pentirà del suo gesto, scoprirà che si tratta di un animale misterioso…

La tartaruga rossa, non a caso adottato dal mitico Studio Ghibli di Miyazaki, disegna una parabola poetica e potente sulla Natura e sulla Vita, sul loro rapporto. E sul doppio volto della natura che, come insegnava Leopardi, si rivela ora Madre ora Matrigna.

Godetevi intanto il trailer.

25 Mar 2017

L’essere salvato dall’alterità

La filosofia francese mostra segni importanti di vitalità, superiori a quelli della filosofia nostrana. Mimesis, ad esempio, sta traducendo una serie di autori che hanno il merito di intrecciare la riflessione razionale con l’attualità.

Di recente ho letto Accanto a lei. Presenza opaca, presenza intima di Francois Jullien (Mimesis).

Ecco qui di seguito la recensione al saggio (originariamente pubblicata su Famigliacristiana.it).

È un’esperienza quotidiana quella di assistere alla banalizzazione delle cose, alla caduta nella monotonia delle “presenze” che ci circondano. Detto in termini filosofici, sperimentiamo in maniera reiterata la banalizzazione dell’essere, il reificarsi della presenza, il suo rendersi opaca e perciò in-significante.

Tale considerazione non deve essere assunta solo in termini psicologici, assecondando un dilagante soggettivismo psicologico. Deve invece essere assunta anzitutto in termini ontologici: dicendo che la presenza si banalizza, che l’essere si reifica (Heidegger avrebbe detto: l’essere si riduce a semplice-presenza disponibile e manipolabile) non si fa riferimento soltanto al deteriorarsi delle relazioni interpersonali, ad esempio nel rapporto amoroso, con il passare del tempo, ma a un depotenziarsi dell’essere stesso. Questo processo di caduta nella monotonia, nell’opacità, nella banalità della presenza, una volta che è data, è solo per certi aspetti riconducibile ai limiti dell’io, tanto del soggetto che non sa più cogliere la novità della presenza, quanto del destinatario della sua attenzione, che perde slancio mano a mano che la sua corsa perde velocità.

Oltre questa dimensione psicologica, c’è tuttavia quella ontologica: tale faglia è insita nell’essere stesso, gli è strutturale, gli appartiene in maniera insuperabile. Questa interessante riflessione viene sviluppata da Francois Jullien, filosofo e sinologo, in una saggio breve e denso, intitolato Accanto a lei. Presenza opaca, presenza intima, edito da Mimesis.

Se le cose stanno come qui si sostiene, significa che siamo perduti, dal momento che è l’essere stesso a “dover” vivere tale caduta, che non sarebbe imputabile a un limite, ovviabile, del soggetto? Con un altro colpo di scena filosofico, l’autore, dopo averlo estromesso nella prima parte del ragionamento, rimette in gioco il soggetto o la persona. La possibilità di rendere nuovamente “splendente” o “intima” (con le parole dell’autore) la presenza che si è fatta opaca è infatti nelle mani del soggetto-persona. I Greci non avevano colto tale possibilità – osserva Jullien – perché erano abbagliati dall’essere. L’avvento del cristianesimo ha avuto l’effetto di riconoscere il ruolo del soggetto o persona nel suo rapportarsi all’essere.

Che cosa può dunque fare il soggetto-persona per “salvare” l’essere della reificazione, dal suo naturale degenerarsi in cosa in-significante? Laddove sa instaurare una relazione intima – concetto che sta agli antipodi dell’opaco – il soggetto-persona coglie l’altro in tutta la sua novità, a condizione di accettare e saper accogliere la sua alterità. È proprio l’apertura e la salvaguardia dell’alterità che dà una scossa alla nostra percezione dell’essere, rendendoci capaci di vedere nella presenza accanto a noi non una presenza opaca, bensì una presenza intima. Ciò può accadere nella relazione amorosa come nell’amicizia. Dovunque, aggiungiamo, ci sia una relazione aperta all’alterità e unicità dell’altro.

Quando due persone sanno guardarsi realmente negli occhi – filosoficamente: accogliere l’alterità e unicità ontologica dell’altro – accade un evento, si scatena un’energia inedita, grazie alla quale il soggetto esce da se stesso per entrare nell’altro o, meglio, in un noi.

Pare di capite che secondo l’autore nella relazione autentica che rivela l’essere in sé accadono dunque due movimenti fondamentali e simmetrici. Il primo è quello della presenza che svela se stessa solo ri-traendosi, trattenendosi: da non intendere soltanto come negarsi di un amante nella relazione amorosa, ad esempio, ma come preservarsi della presenza dall’uso e dal consumo, dal ridursi a cosa manipolabile, disponibile e perciò monotona, opaca e scontata. Alla ritrazione della presenza corrisponde specularmente un de-concidere da se stesso del soggetto, per porsi nella condizione di saper cogliere, oltre i pre-giudizi e le abitudini, la novità, l’alterità, l’essenza inedita dell’altro.

Un saggio davvero interessante.

Volete sapere che cos’è l’immagine dell’articolo? Gli amanti di René Magritte.

12 Mar 2017

Kent Haruf e le sue anime delicate

Kent Haruf (1943-2014)

LA SCOPERTA DI UN GRANDE SCRITTORE

Ogni tanto capita di scoprire, all’improvviso, un grande scrittore. Così grande da spingersi a chiedersi: come avevo fatto a non conoscerlo prima? E’ il caso di Kent Haruf, lo scrittore americano morto nel 2014 e oggi diventato oggetto di un culto da parte di un sempre più nutrito gruppo di lettori.

IL MERITO DI NN EDITORE

Il merito di averci fatto scoprire Kent Haruf è di NN editore. Qualche anno fa ha tradotto e pubblicato, uno dopo l’altro, i tre volumi della cosiddetta Trilogia della pianura o Trilogia di Holt. Nell’ordine: Benedizione, Canto della pianura e Crepuscolo.

La trilogia prende il nome da Holt, la cittadina immaginaria, situata nel Colorado, Stati Uniti, che fa da teatro alle vicende narrate.

Di recente lo stesso editore ha dato alle stampe l’ultima prova di Haruf, uscita postuma: Le nostre anime di notte. Un titolo che è già una poesia. Ascoltiamo anche nella lingua originale: Our souls at night.

LA GRANDEZZA DI KENT HARUF

Cosa rende Kent Haruf uno dei più grandi scrittori americani di questi ultimi decenni? Potremmo dire la sua scrittura, tanto semplice quanto precisa nell’andare al cuore dei suoi personaggi. Haruf abolisce le virgolette o altri segni di punteggiatura per il discorso diretto, inserendo semplicemente con la maiuscola all’inizio della frase.

Ma al di là di questa pur rilevante nota stilistica, è lo sguardo dell’autore a restare impresso al lettore: uno sguardo di profonda umanità, comprensione e compassione verso i suoi personaggi, i loro sentimenti, i piccoli e grandi drammi della vita. Haruf si dimostra capace tanto di scandagliare i recessi del loro animo, quanto di abbracciarli. Conosce la delicatezza delle nostre esistenze e, anziché giudicarle, condannarle o salvarle, si schiera dalla loro parte. Senza clamore, senza proclami, solo con un infinito senso di umanità.

27 Feb 2017

La La Land val bene un Oscar

Emma Stone e Ryan Gosling

Voglio qui tributare il mio omaggio a La La Land, il musical che ieri sera, alla Notte degli Oscar, ha portato a caso 6 statuette ma non quella per il miglior film. Premetto che non ho visto Moonlight, il film vincitore nella categoria, mentre ho visto La La Land proprio sabato sera. La mia intenzione non è quella di contrapporre un film all’altro – non avrebbe senso, non avendone visto uno – ma di esaltare le qualità del musical di Damien Chazelle.

Vado subito al sodo.

La La Land è un bellissimo film perché:

  • è una storia d’amore romantica e poetica, che non scade nel melenso e nella retorica
  • dà voce al sogno che ognuno di noi si porta dentro
  • la regia è da regista consumato, nonostante Chapelle abbia solo 32 anni
  • sceneggiatura e costumi sono notevoli
  • evita un happy hand scontato, aggiungendo una vena di struggente malinconia alla storia
  • le musiche sono straordinarie

Quanto alla colonna sonora, scritta da un amico che il regista conosce fin da quando avevano 18 anni, voglio ricordare soprattutto il motivo al pianoforte che ricorre in tutto il film e City of Stars (ascoltandola al cinema, avevo pensato che era bellissima, perciò mi ha fatto piacere sapere che ha vinto l’Oscar per la miglior canzone).

Ve la faccio ascoltare:

Ho ragione o no?

26 Nov 2016

Palle di neve: la guerra non è divertente

I protagonisti di "Palle di neve".

I protagonisti di “Palle di neve”.

Consiglio a educatori, genitori, insegnanti e, perché no?, facilitatori di P4C con i ragazzi: guardate Palle di neve, un delizioso film di animazione nelle sale in questi giorni, ricco di spunti di riflessione e per discutere filosoficamente.

Se cercate una recensione completa al film, vi prego di cliccare su questa frase. Qui voglio aggiungere qualche considerazione. La prima è che l’animazione francese sta mettendo a segno dei colpi notevoli, ritagliandosi uno spazio rilevante fra i giganti americani (Dreamworks, Disney…). Cito ad esempio Ernest e Celestine di qualche anno fa, ora questo magnifico Palle di neve, la settimana prossima – e avremo modo di riparlarne – La mia vita da zucchina

La seconda considerazione aggiuntiva è che i film destinati a piccoli e ragazzi non solo stanno raggiungendo risultati estetici e tecnici spettacolari, ma stanno accentuando anche la loro componente educativa, pedagogica. E’ come se i produttori si fossero resi conto di avere un compito e dei doveri specifici nell’educazione dei giovani, soprattutto in virtù della presa che esercitano su di loro.

Non è una novità, d’accordo: si può dire che il cinema per l’infanzia e d’animazione fin dall’inizio abbia riconosciuto questa sua missione, senza la quale persltro non avrebbe mai ottenuto un tale successo. Però l’insistenza, la competenza (pensate allo studio psicologico messo in atto da un film come Inside Out) e la freschezza del linguaggio con cui sanno assolvere questo compito sono una apprezzabile novità di questi ultimi anni.

E adesso godetevi almeno il trailer di Palle di neve.

22 Nov 2016

Marco Martinelli porta “Aristofane a Scampia”

marco_martinelli_non_scuola

Ho appena finito di leggere un libro bello e commovente che, tra le altre cose, può a mio avviso interessare chi si occupa di Philosohy for Children (P4C). Si tratta di Aristofane a Scampia di Marco Martinelli (Ponte alle Grazie).

Molto brevemente, dirò che l’autore, regista drammaturgo e attore fra i più interessanti della scena teatrale contemporanea, ha fondato 25 anni fa a Ravenna la non-scuola, esportandola poi in tutta Italia – con una predilezione per i quartieri a rischio, come Scampia a Napoli – e addirittura nel mondo.

La non-scuola è un modo per coinvolgere attivamente i ragazzi (di solito fra i 14 e i 18 anni) attraverso il teatro, di renderli protagonisti con la recitazione. Avviene una sorta di miracoloso sfregamento fra la generazione i-phone e i grandi classici del teatro. Con esiti sorprendenti a dir poco. Per saperne di più, leggete il libro e, prossimamente sa Famiglia Cristiana, l’intervista a Martinelli.

Qui voglio solo sottolineare un aspetto del metodo della non-scuola assai interessante in sé e per le affinità, forse non immediate ma profonde, con il metodo della Philosophy for Children.

Martinelli spiega che accostare i giovani di oggi ai classici non è ovviamente un’operazione facile. Ci vogliono intelligenza e furbizia perché l’incontro dia buoni frutti. Tale intelligenza e furbizia si realizzano nel trovare, al di là del testo, oltre le parole ufficiali del testo, quel fuoco che le he generate, quel “rovello”, lo definisce, da cui è scaturito il capolavoro. Bisogna insomma fare una sorta di immersione dentro e sotto le parole per scovare i sentimenti, la scintilla originaria che si è impossessata del loro autore e lo ha “costretto” a creare quell’opera. Il lavoro drammaturgico della non scuola si risolve in una indagine comunitaria sul senso autentico di quelle parole, in modo da farle rivivere in tutta la loro potenza re-interpretandole. Ecco allora che l’improvvisazione e l’uso dei dialetti non solo è consentita, ma auspicata.

Ecco le parole di Martinelli, che mi permetto di riportare.

“La non-scuola non si chiamava così, ma esisteva già dal ’91, quando alle Albe venne assegnata la direzione del Rasi. Marco e Maurizio Lupinelli cominciarono a tenere dei laboratori teatrali nei licei. All’inizio vi parteciparono solo quaranta studenti, che poi per contagio, anno dopo anno, divennero dieci volte tanti, coinvolgendo tutte le scuole della città.

Non andavamo a insegnare. Il teatro non si insegna. Andavamo a giocare, a sudare insieme. Come giocano i bambini su un campetto da calcio, senza schemi né divise, per il puro piacere del gioco, come capita ormai di vederli solamente in Africa, a piedi nudi sulla sabbia, o nel sud d’Italia: al nord è raro, i più sono irrigimentati a copiare il calcio dei “grandi”, soldi e televisione. In quel piacere ci sono una purezza e un sentimento del mondo che nessun campionato miliardario può dare. La felicità del corpo vivo, la corsa, le cadute, la terra sotto i piedi, il sole, i corpi accaldati dei compagni, l’essere insieme, orda, squadra, coro, comunità, la sfera-mondo che volteggia e per magia finisce dentro la rete.

Scuola e teatro sono stranieri l’uno all’altra, e il loro accoppiamento è naturalmente mostruoso. Il teatro è una palestra di umanità selvatica e ribaltata, di eccessi e misura, dove si diventa quello che non si è; la scuola è il grande teatro della gerarchia e dell’imparare per tempo a essere società. Quando Cristina Ventrucci parlò di non-scuola, la definizione fu accolta senza discussioni. Il gioco è ancora oggi l’amorevole massacro della Tradizione. Non “mettere in scena”, ma “mettere in vita” i testi antichi: resuscitare Aristofane, non recitarlo. La tecnica della resurrezione parte dal fare a pezzi, disossare.

Adolescenti e Tradizione: i Senza Parole e la Biblioteca. Qui c’è un lampo, due legni che si sfregano. Prendi un testo, e guardalo sotto: là sotto, sotto le parole, c’è qualcosa che le parole da sole non dicono. Là sotto c’è il rovello che lo ha generato. Ci restano le parole, mentre quel rovello viene dimenticato. Se non sai penetrare quel sotto, quella luce giù in basso, le parole restano buie. Il testo cela un segreto che può accendere la Vita, che l’autore (il vivente, non il cadaverino del museo!) ha sapientemente nascosto secoli fa nelle parole della favola: la non-scuola mette in relazione quel segreto e gli adolescenti, proprio quelli, quelli e non altri, quelle facce, quel dialetto ringhiato tra i denti, quei sospiri, quel linguaggio di gesti, quei sogni, quei fumetti. Per realizzare l’incontro c’è bisogno, in una prima fase, di svuotare il testo, perché i dialoghi sono all’inizio un impedimento autoritario che va spazzato via. Fatto a pezzi il monumento, si riparte dal gioco d’improvvisazione che i teatranti propongono agli adolescenti, gioco che consiste nel dare nuova vita alle strutture drammaturgiche del testo. L’improvvisazione crea una partitura di frasi, di gesti, di musiche, sulla quale sarà possibile innestare, in un secondo momento, le parole dell’autore, e non tutte, solo quelle che servono. E sarà una sorpresa accorgersi che le parole rifiutate all’inizio, una volta creato un campo di verità sul quale trapiantarle, diventeranno splendenti. 

Andare verso la luce, là sotto, al sotto che illumina. E un controsenso, ma non per i patafisici. La luce è sotto? Nel buio, come le radici sottoterra? Sono adolescenti, sono dei nessuno. Per questo traboccano di genio! La Tradizione non dice un bel nulla a questi nessuno, che prima la guardano con sospetto poi le fanno l’onore di rimetterla in vita, la gratificano di un amplesso: la non-scuola gode a vedere l’impatto devastante e fecondo tra i morti e i vivi.

Le “vite immaginarie” degli autori esibiscono spesso il rovello e le battaglie che hanno partorito le loro favole teatrali. Immaginarsi gli autori da adolescenti, immaginarseli quando erano dei nessuno. Aristofane diciassettenne che scrive la sua prima commedia contro la guerra. Molière che abbandona la casa paterna e fa la gavetta in provincia. Rosvita che arrossisce e si ispira alle pagine di Terenzio. Büchner rivoluzionario fallito. Goldoni che scappa sulla barca dei comici, Bruno che scappa dal convento, non respira.

Bando alla psicologia! Nella non-scuola si recita come marionette, le fantasie sono puri moti fisici, i sentimenti sono impulsi teatrali.
La non-scuola è il campo da calcio di una squadra che gioca per passione, ignora il denaro e la gloria. Mescola alla luce del sole adolescenti e teatranti, i quali, in quella purezza-impura, trovano motivi di rigenerazione. Per quei nessuno, per i Senza Parole, i teatranti sono a loro volta dei nessuno che si divertono.

Le tecniche sono nel gioco, incarnate. Abitano il fare. I ragazzi le assumono come regole necessarie, nel divertimento e nella fatica che costa “saper giocare bene”. E il giocare porta alla partita! Alla partita con il pubblico, allo stesso tempo avversario e amante, turbolento come nell’Atene di Aristofane. Ogni gruppo conclude il proprio lavoro con uno spettacolo, una serata unica: il Rasi si riempie per la “prima” e “ultima”, non si danno repliche, è un rito di iniziazione. I 400 studenti che ogni anno salgono sul palco, i 5.000 che ogni anno arrivano per applaudire, chiamar per nome, sbeffeggiare, osannare, rappresentano insieme l’energia della polis (i “poli”, i “molti”) che irrompe in teatro. E una presenza sporca, volgare, è “volgo” che invade il teatro, dentro e fuori la scena. L’esito è barbaro e fertile. Le oscenità di Aristofane prendono senso sulle bocche dei quindicenni, sembrano scritte ieri, anzi adesso, e ci ricordano che quei testi, inascoltabili sui palcoscenici degli impiegati puntuali alla loro battuta, sono testi dell’infanzia del teatro, e che per restituirli all’oggi, lasciandone intatta la carica ludica e trasgressiva, bisogna essere infanzia. I satiri di Sofocle vengono impugnati senza bisogno di filologia, partendo dalla propria condizione di satiri di periferia. L’erotismo delle coppie di Marivaux e Shakespeare si incontra con il timido furore amoroso di quelle età di mezzo […].” (Marco Martinelli e Ermanna MontanariL’Apocalisse del molto comune, in Jarry 2000, Ubulibri,  2000).

Trovo questa descrizione del metodo della non-scuola straordinaria.

E dove vedo le affinità con la Philosohy for Children?

Ad esempio nel fatto che protagonista è sempre una comunità. Nel fatto che tale comunità si configura come comunità di ricerca: nella P4C tenta di rispondere alle domande con gli strumenti della logica e della filosofia, nella non-scuola con il linguaggio del teatro. E quel cercare il rovello originario dell’autore del classico non assomiglia all’affidarsi al Pensiero, al farsi guidare da esso nella ricerca della verità? E in quello scavare sotto e oltre le parole non si ripete lo sforzo inesausto della filosofia e della P4C di interrogare il reale oltre le apparenze e i pre-giudizi consolidati?

Per non dire poi del fatto che protagonisti sono i ragazzi con le loro forze; che non esiste un insegnante che trasmette delle verità o anche solo dei contenuti, ma un “facilitatore” che compie egli stesso questo tragitto insieme ai ragazzi; che il rispetto di una serie di regole di convivenza democratica diventa spontaneamente necessario per svolgere entrambe le attività; che l’individuo mette al servizio della collettività il suo talento personale, in nome di un progetto comune…

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Chi sono

Sono nato a Vicenza nel 1968. Mi sono laureato in Filosofia a Padova con una tesi su Martin Heidegger, poi ho frequentato il Biennio di giornalismo dell’Ifg di Milano. Sono caporedattore e responsabile del settore Cultura e spettacoli di Famiglia Cristiana. Mi sto occupando di Filosofia per bambini e per comunità (P4C). [leggi tutto…]

Preghiere selvatiche

There's a blaze of light In every word It doesn't matter which you heard The holy or the broken Hallelujah
Leonard Cohen

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