12 Mar 2017

Kent Haruf e le sue anime delicate

Kent Haruf (1943-2014)

LA SCOPERTA DI UN GRANDE SCRITTORE

Ogni tanto capita di scoprire, all’improvviso, un grande scrittore. Così grande da spingersi a chiedersi: come avevo fatto a non conoscerlo prima? E’ il caso di Kent Haruf, lo scrittore americano morto nel 2014 e oggi diventato oggetto di un culto da parte di un sempre più nutrito gruppo di lettori.

IL MERITO DI NN EDITORE

Il merito di averci fatto scoprire Kent Haruf è di NN editore. Qualche anno fa ha tradotto e pubblicato, uno dopo l’altro, i tre volumi della cosiddetta Trilogia della pianura o Trilogia di Holt. Nell’ordine: Benedizione, Canto della pianura e Crepuscolo.

La trilogia prende il nome da Holt, la cittadina immaginaria, situata nel Colorado, Stati Uniti, che fa da teatro alle vicende narrate.

Di recente lo stesso editore ha dato alle stampe l’ultima prova di Haruf, uscita postuma: Le nostre anime di notte. Un titolo che è già una poesia. Ascoltiamo anche nella lingua originale: Our souls at night.

LA GRANDEZZA DI KENT HARUF

Cosa rende Kent Haruf uno dei più grandi scrittori americani di questi ultimi decenni? Potremmo dire la sua scrittura, tanto semplice quanto precisa nell’andare al cuore dei suoi personaggi. Haruf abolisce le virgolette o altri segni di punteggiatura per il discorso diretto, inserendo semplicemente con la maiuscola all’inizio della frase.

Ma al di là di questa pur rilevante nota stilistica, è lo sguardo dell’autore a restare impresso al lettore: uno sguardo di profonda umanità, comprensione e compassione verso i suoi personaggi, i loro sentimenti, i piccoli e grandi drammi della vita. Haruf si dimostra capace tanto di scandagliare i recessi del loro animo, quanto di abbracciarli. Conosce la delicatezza delle nostre esistenze e, anziché giudicarle, condannarle o salvarle, si schiera dalla loro parte. Senza clamore, senza proclami, solo con un infinito senso di umanità.

27 Feb 2017

La La Land val bene un Oscar

Emma Stone e Ryan Gosling

Voglio qui tributare il mio omaggio a La La Land, il musical che ieri sera, alla Notte degli Oscar, ha portato a caso 6 statuette ma non quella per il miglior film. Premetto che non ho visto Moonlight, il film vincitore nella categoria, mentre ho visto La La Land proprio sabato sera. La mia intenzione non è quella di contrapporre un film all’altro – non avrebbe senso, non avendone visto uno – ma di esaltare le qualità del musical di Damien Chazelle.

Vado subito al sodo.

La La Land è un bellissimo film perché:

  • è una storia d’amore romantica e poetica, che non scade nel melenso e nella retorica
  • dà voce al sogno che ognuno di noi si porta dentro
  • la regia è da regista consumato, nonostante Chapelle abbia solo 32 anni
  • sceneggiatura e costumi sono notevoli
  • evita un happy hand scontato, aggiungendo una vena di struggente malinconia alla storia
  • le musiche sono straordinarie

Quanto alla colonna sonora, scritta da un amico che il regista conosce fin da quando avevano 18 anni, voglio ricordare soprattutto il motivo al pianoforte che ricorre in tutto il film e City of Stars (ascoltandola al cinema, avevo pensato che era bellissima, perciò mi ha fatto piacere sapere che ha vinto l’Oscar per la miglior canzone).

Ve la faccio ascoltare:

Ho ragione o no?

26 Nov 2016

Palle di neve: la guerra non è divertente

I protagonisti di "Palle di neve".

I protagonisti di “Palle di neve”.

Consiglio a educatori, genitori, insegnanti e, perché no?, facilitatori di P4C con i ragazzi: guardate Palle di neve, un delizioso film di animazione nelle sale in questi giorni, ricco di spunti di riflessione e per discutere filosoficamente.

Se cercate una recensione completa al film, vi prego di cliccare su questa frase. Qui voglio aggiungere qualche considerazione. La prima è che l’animazione francese sta mettendo a segno dei colpi notevoli, ritagliandosi uno spazio rilevante fra i giganti americani (Dreamworks, Disney…). Cito ad esempio Ernest e Celestine di qualche anno fa, ora questo magnifico Palle di neve, la settimana prossima – e avremo modo di riparlarne – La mia vita da zucchina

La seconda considerazione aggiuntiva è che i film destinati a piccoli e ragazzi non solo stanno raggiungendo risultati estetici e tecnici spettacolari, ma stanno accentuando anche la loro componente educativa, pedagogica. E’ come se i produttori si fossero resi conto di avere un compito e dei doveri specifici nell’educazione dei giovani, soprattutto in virtù della presa che esercitano su di loro.

Non è una novità, d’accordo: si può dire che il cinema per l’infanzia e d’animazione fin dall’inizio abbia riconosciuto questa sua missione, senza la quale persltro non avrebbe mai ottenuto un tale successo. Però l’insistenza, la competenza (pensate allo studio psicologico messo in atto da un film come Inside Out) e la freschezza del linguaggio con cui sanno assolvere questo compito sono una apprezzabile novità di questi ultimi anni.

E adesso godetevi almeno il trailer di Palle di neve.

22 Nov 2016

Marco Martinelli porta “Aristofane a Scampia”

marco_martinelli_non_scuola

Ho appena finito di leggere un libro bello e commovente che, tra le altre cose, può a mio avviso interessare chi si occupa di Philosohy for Children (P4C). Si tratta di Aristofane a Scampia di Marco Martinelli (Ponte alle Grazie).

Molto brevemente, dirò che l’autore, regista drammaturgo e attore fra i più interessanti della scena teatrale contemporanea, ha fondato 25 anni fa a Ravenna la non-scuola, esportandola poi in tutta Italia – con una predilezione per i quartieri a rischio, come Scampia a Napoli – e addirittura nel mondo.

La non-scuola è un modo per coinvolgere attivamente i ragazzi (di solito fra i 14 e i 18 anni) attraverso il teatro, di renderli protagonisti con la recitazione. Avviene una sorta di miracoloso sfregamento fra la generazione i-phone e i grandi classici del teatro. Con esiti sorprendenti a dir poco. Per saperne di più, leggete il libro e, prossimamente sa Famiglia Cristiana, l’intervista a Martinelli.

Qui voglio solo sottolineare un aspetto del metodo della non-scuola assai interessante in sé e per le affinità, forse non immediate ma profonde, con il metodo della Philosophy for Children.

Martinelli spiega che accostare i giovani di oggi ai classici non è ovviamente un’operazione facile. Ci vogliono intelligenza e furbizia perché l’incontro dia buoni frutti. Tale intelligenza e furbizia si realizzano nel trovare, al di là del testo, oltre le parole ufficiali del testo, quel fuoco che le he generate, quel “rovello”, lo definisce, da cui è scaturito il capolavoro. Bisogna insomma fare una sorta di immersione dentro e sotto le parole per scovare i sentimenti, la scintilla originaria che si è impossessata del loro autore e lo ha “costretto” a creare quell’opera. Il lavoro drammaturgico della non scuola si risolve in una indagine comunitaria sul senso autentico di quelle parole, in modo da farle rivivere in tutta la loro potenza re-interpretandole. Ecco allora che l’improvvisazione e l’uso dei dialetti non solo è consentita, ma auspicata.

Ecco le parole di Martinelli, che mi permetto di riportare.

“La non-scuola non si chiamava così, ma esisteva già dal ’91, quando alle Albe venne assegnata la direzione del Rasi. Marco e Maurizio Lupinelli cominciarono a tenere dei laboratori teatrali nei licei. All’inizio vi parteciparono solo quaranta studenti, che poi per contagio, anno dopo anno, divennero dieci volte tanti, coinvolgendo tutte le scuole della città.

Non andavamo a insegnare. Il teatro non si insegna. Andavamo a giocare, a sudare insieme. Come giocano i bambini su un campetto da calcio, senza schemi né divise, per il puro piacere del gioco, come capita ormai di vederli solamente in Africa, a piedi nudi sulla sabbia, o nel sud d’Italia: al nord è raro, i più sono irrigimentati a copiare il calcio dei “grandi”, soldi e televisione. In quel piacere ci sono una purezza e un sentimento del mondo che nessun campionato miliardario può dare. La felicità del corpo vivo, la corsa, le cadute, la terra sotto i piedi, il sole, i corpi accaldati dei compagni, l’essere insieme, orda, squadra, coro, comunità, la sfera-mondo che volteggia e per magia finisce dentro la rete.

Scuola e teatro sono stranieri l’uno all’altra, e il loro accoppiamento è naturalmente mostruoso. Il teatro è una palestra di umanità selvatica e ribaltata, di eccessi e misura, dove si diventa quello che non si è; la scuola è il grande teatro della gerarchia e dell’imparare per tempo a essere società. Quando Cristina Ventrucci parlò di non-scuola, la definizione fu accolta senza discussioni. Il gioco è ancora oggi l’amorevole massacro della Tradizione. Non “mettere in scena”, ma “mettere in vita” i testi antichi: resuscitare Aristofane, non recitarlo. La tecnica della resurrezione parte dal fare a pezzi, disossare.

Adolescenti e Tradizione: i Senza Parole e la Biblioteca. Qui c’è un lampo, due legni che si sfregano. Prendi un testo, e guardalo sotto: là sotto, sotto le parole, c’è qualcosa che le parole da sole non dicono. Là sotto c’è il rovello che lo ha generato. Ci restano le parole, mentre quel rovello viene dimenticato. Se non sai penetrare quel sotto, quella luce giù in basso, le parole restano buie. Il testo cela un segreto che può accendere la Vita, che l’autore (il vivente, non il cadaverino del museo!) ha sapientemente nascosto secoli fa nelle parole della favola: la non-scuola mette in relazione quel segreto e gli adolescenti, proprio quelli, quelli e non altri, quelle facce, quel dialetto ringhiato tra i denti, quei sospiri, quel linguaggio di gesti, quei sogni, quei fumetti. Per realizzare l’incontro c’è bisogno, in una prima fase, di svuotare il testo, perché i dialoghi sono all’inizio un impedimento autoritario che va spazzato via. Fatto a pezzi il monumento, si riparte dal gioco d’improvvisazione che i teatranti propongono agli adolescenti, gioco che consiste nel dare nuova vita alle strutture drammaturgiche del testo. L’improvvisazione crea una partitura di frasi, di gesti, di musiche, sulla quale sarà possibile innestare, in un secondo momento, le parole dell’autore, e non tutte, solo quelle che servono. E sarà una sorpresa accorgersi che le parole rifiutate all’inizio, una volta creato un campo di verità sul quale trapiantarle, diventeranno splendenti. 

Andare verso la luce, là sotto, al sotto che illumina. E un controsenso, ma non per i patafisici. La luce è sotto? Nel buio, come le radici sottoterra? Sono adolescenti, sono dei nessuno. Per questo traboccano di genio! La Tradizione non dice un bel nulla a questi nessuno, che prima la guardano con sospetto poi le fanno l’onore di rimetterla in vita, la gratificano di un amplesso: la non-scuola gode a vedere l’impatto devastante e fecondo tra i morti e i vivi.

Le “vite immaginarie” degli autori esibiscono spesso il rovello e le battaglie che hanno partorito le loro favole teatrali. Immaginarsi gli autori da adolescenti, immaginarseli quando erano dei nessuno. Aristofane diciassettenne che scrive la sua prima commedia contro la guerra. Molière che abbandona la casa paterna e fa la gavetta in provincia. Rosvita che arrossisce e si ispira alle pagine di Terenzio. Büchner rivoluzionario fallito. Goldoni che scappa sulla barca dei comici, Bruno che scappa dal convento, non respira.

Bando alla psicologia! Nella non-scuola si recita come marionette, le fantasie sono puri moti fisici, i sentimenti sono impulsi teatrali.
La non-scuola è il campo da calcio di una squadra che gioca per passione, ignora il denaro e la gloria. Mescola alla luce del sole adolescenti e teatranti, i quali, in quella purezza-impura, trovano motivi di rigenerazione. Per quei nessuno, per i Senza Parole, i teatranti sono a loro volta dei nessuno che si divertono.

Le tecniche sono nel gioco, incarnate. Abitano il fare. I ragazzi le assumono come regole necessarie, nel divertimento e nella fatica che costa “saper giocare bene”. E il giocare porta alla partita! Alla partita con il pubblico, allo stesso tempo avversario e amante, turbolento come nell’Atene di Aristofane. Ogni gruppo conclude il proprio lavoro con uno spettacolo, una serata unica: il Rasi si riempie per la “prima” e “ultima”, non si danno repliche, è un rito di iniziazione. I 400 studenti che ogni anno salgono sul palco, i 5.000 che ogni anno arrivano per applaudire, chiamar per nome, sbeffeggiare, osannare, rappresentano insieme l’energia della polis (i “poli”, i “molti”) che irrompe in teatro. E una presenza sporca, volgare, è “volgo” che invade il teatro, dentro e fuori la scena. L’esito è barbaro e fertile. Le oscenità di Aristofane prendono senso sulle bocche dei quindicenni, sembrano scritte ieri, anzi adesso, e ci ricordano che quei testi, inascoltabili sui palcoscenici degli impiegati puntuali alla loro battuta, sono testi dell’infanzia del teatro, e che per restituirli all’oggi, lasciandone intatta la carica ludica e trasgressiva, bisogna essere infanzia. I satiri di Sofocle vengono impugnati senza bisogno di filologia, partendo dalla propria condizione di satiri di periferia. L’erotismo delle coppie di Marivaux e Shakespeare si incontra con il timido furore amoroso di quelle età di mezzo […].” (Marco Martinelli e Ermanna MontanariL’Apocalisse del molto comune, in Jarry 2000, Ubulibri,  2000).

Trovo questa descrizione del metodo della non-scuola straordinaria.

E dove vedo le affinità con la Philosohy for Children?

Ad esempio nel fatto che protagonista è sempre una comunità. Nel fatto che tale comunità si configura come comunità di ricerca: nella P4C tenta di rispondere alle domande con gli strumenti della logica e della filosofia, nella non-scuola con il linguaggio del teatro. E quel cercare il rovello originario dell’autore del classico non assomiglia all’affidarsi al Pensiero, al farsi guidare da esso nella ricerca della verità? E in quello scavare sotto e oltre le parole non si ripete lo sforzo inesausto della filosofia e della P4C di interrogare il reale oltre le apparenze e i pre-giudizi consolidati?

Per non dire poi del fatto che protagonisti sono i ragazzi con le loro forze; che non esiste un insegnante che trasmette delle verità o anche solo dei contenuti, ma un “facilitatore” che compie egli stesso questo tragitto insieme ai ragazzi; che il rispetto di una serie di regole di convivenza democratica diventa spontaneamente necessario per svolgere entrambe le attività; che l’individuo mette al servizio della collettività il suo talento personale, in nome di un progetto comune…

7 Ott 2016

Dory mi ha portato a TV2000

Ecco la piccola-grande Dory.

Ecco la piccola-grande Dory.

Quanti miracoli riesce a fare il pesciolino Dory, protagonista di Alla ricerca di Dory della Disney-Pixar campione d’incassi in questi giorni. Non solo si è dimostrata più forte della sua patologia, la perdita della memoria a breve termine, tanto da attraversare mari e oceani per ritrovare mamma e papà. Ha compiuto altre due piccole-grandi imprese che mi riguardano.

La prima è che mi ha fatto scrivere un articolo che ha avuto una vasta risonanza. Si intitola Le lezione di Dory sulla disabilità, lo ho pubblicato su Famigliacristiana.it e lo potete leggere cliccando qui.

Il secondo miracolo della simpatica pesciolina – che in questo sequel di Alla ricerca di Nemo svela un aspetto diverso, meno estroverso e più complesso della sua personalità – è che mi ha portato in televisione, precisamente alla trasmissione Bel tempo si spera di Tv2000, proprio per parlare di lei.

Ecco il video della mia partecipazione alla trasmissione.

Che dire (a parte la mia poco congenialità con la Tv, intendo)?

Grazie, Dory!

9 Set 2016

Marco Buticchi: storia di un italiano, mio padre

Marco Buticchi bambino con il padre.

Marco Buticchi bambino con il padre.

Non dev’essere stato facile per Marco Buticchi scrivere questo libro e il fatto che lo abbia fatto all’età di 59 anni fa immaginare le comprensibili titubanze ed emozioni che lo hanno investito. Casa di mare (Longanesi) è la biografi’a più diffi’cile che un uomo possa scrivere: quella del proprio padre. Se il
proprio padre, poi, è Albino Buticchi, il quadro si complica ancora di più.

Albino Buticchi è stato un uomo che, dal nulla, ha costruito un impero economico, dissolvendolo alla ’fine a causa di un’incontenibile passione per il gioco. Fra le umili origini e il triste epilogo, che comprende anche un tentativo di suicidio che lo rese cieco fi’no alla morte, avvenuta nel 2003, Albino Buticchi visse un’esistenza incredibile, per quante imprese e avventure attraversò. Prese parte alla Resistenza, sfuggì per un soffi’o alla deportazione in un lager, si arruolò nella Legione straniera, mise in piedi un’azienda petrolifera diventando uno degli uomini più ricchi e in vista dell’Italia del dopoguerra, fu campione di automobilismo e presidente del Milan, solo per citare alcune delle sue avventure…

Il titolo evoca le origini, il luogo e il mondo da cui Albino proviene. Il sottotitolo, Una storia italiana, spiega che la vicenda di quest’uomo si staglia sullo sfondo della Storia nazionale, dalla Seconda guerra mondiale all’inizio del terzo millennio, assurgendo a storia esemplare, che rigurda e tocca da vicino ciascuno di noi. L’autore-figlio si accosta a questa materia incandescente affidandosi ai canoni della biografia, quasi per conquistare la necessaria distanza af’finché il “romanzo” possa formarsi. Qualche pagina, soprattutto quelle iniziali che descrivono il momento più difficile dell’esistenza del padre, tradiscono un coinvolgimento profondo. Ma è proprio questo fragile equilibrio fra sentimento e biografi’a a costituire la forza del libro.

6 Ago 2016

Colm Tóibín, la seconda vita di Nora Webster

Colm Tóibín

Colm Tóibín

Oggi vi voglio parlare del romanzo Nora Webster (Bompiani) dell’autore irlandese Colm Tóibín.

Webster, sessant’anni circa, si ritrova vedova dopo la morte dell’amato marito Maurice. Madre di quattro figli – due ragazze più grandi e due bambini ancora abbastanza piccoli – è costretta a reinventarsi, a ridisegnare i contorni delle sue giornate, a riscoprire il senso di quello che fa.

Il problema è che lei non percepisce più questo significato che dà luce e calore alle giornate. È sprofondata in una sorta di apatia, prova insofferenza verso i fatti e le parole che sembrano interessare gli altri. Non aiuta l’ambiente in cui vive: la provincia irlandese dove tutti conoscono tutti.

Eppure Nora deve continuare a vivere: riprende a lavorare nella ditta dove era impiegata da giovane, le figlie e i bambini con le loro necessità la costringono a uscire dalla solitudine in cui vorrebbe sprofondare. La gente intorno a lei non smette di manifestare la propria solidarietà e Nora, a un certo punto, finisce con l’accettare dopo tanto tempo l’invito a uscire di casa.

In una di queste occasioni scopre il canto e la musica, il loro magico potere, al punto da esserne quasi spaventata, perché sente che – seguendone la suggestione – abiterebbe, per la prima volta, uno spazio in cui si troverebbe sola, senza il marito, rievocato in alcuni, rari, flashback.

Siamo alla fine degli anni Sessanta e la vicenda individuale di Nora si staglia sullo sfondo storico dei conflitti che hanno insanguinato per decenni il Paese.

Con Nora Webster Colm Tóibín ci consegna un potente ritratto femminile, la storia di una donna intelligente e ostinata costretta a fare i conti con il dolore e la morte, a vivere la fatica di elaborare il distacco dalla persona amata, a guardarsi dentro e riscoprire sé stessa. Come deve fare, in fondo, il suo Paese, l’Irlanda, per conquistare un futuro di pace.

Storia: 7
Scrittura: 7,5
Copertina: 5,5

L’articolo è stato pubblicato il 2 agosto su Famigliacristiana.it

2 Ago 2016

Simona Lo Iacono (Le streghe di Lenzavacche), quel bambino disabile ai tempi del fascismo

Simona Lo Iacono

Simona Lo Iacono

La lettura di Effatà, qualche anno fa, era stata una bella sorpresa, per cui abbiamo letto con curiosità la nuova prova di Simona Lo Iacono, Le streghe di Lenzavacche, peraltro entrata nella dozzina dei candidati al Premio Strega. E vi abbiamo ritrovato i temi cari all’autrice: la condizione femminile, la prevaricazione sull’infanzia, l’arroganza del potere, l’emarginazione dei diversi e dei disabili, la religione vissuta come superstizione contrapposta a una fede autentica, la forza rivoluzionaria dell’immaginazione e della letteratura…

Siamo nel 1938, il fascismo la fa da padrone. A Lenzavacche, un minuscolo paesino della Sicilia, Rosalba, ­glia di Tilde, una donna che conosce i segreti delle erbe e non solo, vive un’intensa passione amorosa con un arrotino di passaggio, detto “il Santo”, da cui nasce Felice. Un bambino sfortunato, colpito da una grave disabilità, eppure sveglio e allegro. Qualità che non gli risparmiano l’esclusione in un contesto gretto e chiuso. Eppure Felice, sorprendendo tutti, un giorno manifesta il desiderio di andare a scuola. In parallelo, attraverso le lettere inviate da un giovane maestro elementare a una misteriosa zia, scopriamo come l’ideologia fascista abbia trasformato l’istruzione, rendendo gli allievi dei piccoli soldati, bandendo ogni forma di fantasia tacciata come indisciplina e, naturalmente, esaltando la perfezione fisica. Le idee del maestro sono a tal punto controcorrente che rischia di perdere la cattedra.

Simona Lo Iacono si muove abilmente fra diversi registri narrativi – quello in prima persona di Rosalba e quello epistolare del maestro – collegandoli nella parte fi­nale del romanzo con una storia antica, che rievoca le misteriose “streghe” che vissero e furono perseguitate a Lenzavacche nel 1600.

Le streghe di Lenzavacche, di Simona Lo Iacono, e/0

Trama: 7
Scrittura: 7,5
Copertina: 5,5

L’articolo è stato pubblicato su Famigliacristiana.it  il 28 luglio del 2016.

26 Lug 2016

Philosophy for Children (P4C), un’esperienza (bella e impegnativa)

philosphy_for_children_p4c

Fra gennaio e aprile ho tenuto presso la scuola primaria di Barbaiana (Lainate) un ciclo di sessioni di Philosophy for Children (P4C): complessivamente 39 sessioni distribuite fra le classi prime, terse e quarte.

E’ stata un’esperienza bella e impegnativa.

Qui sotto riporto la restituzione che ho inviato alle insegnanti al termine di questa avventura.

Relazione sul ciclo di sessioni di Filosofia per bambini alla Scuola primaria di via Cairoli di Barbaina (Lainate)

Gentili maestre,

al termine del ciclo di sessioni di Filosofia per bambini (P4C) svolte presso la vostra scuola, il mio primo pensiero è di gratitudine e ringraziamento a voi tutte, per aver colto le potenzialità formative della proposta e per averla concretamente resa possibile durante l’orario scolastico. Lavorando accanto a voi, sia pur per un breve tratto, ho potuto apprezzare l’impegno e la dedizione con la quale seguite quotidianamente i bambini che vi sono stati affidati.

IL PROGETTO

Il ciclo di Filosofia per bambini (P4C) si è sviluppato in 39 sessioni complessive, ciascuna della durata di un’ora. La prima fase, fra gennaio a febbraio, ha coinvolto 2 Quarte e 2 Terze, con un percorso di 6 sessioni per ogni classe. La seconda fase, fra marzo e aprile, ha coinvolto 3 Prime, con un percorso di 5 sessioni per ogni classe.

Gli obiettivi – come ricorderete dalla proposta presentata alla fine dell’anno scorso – erano di due ordini: socio-relazionali e logico-intellettivi. In ambito socio-relazionale, lo svolgimento delle attività mirava a stimolare i ragazzi al lavoro di gruppo, al confronto, alla mediazione, al rispetto delle regole, all’ascolto. In ambito logico-intellettivo, invece, il lavoro svolto puntava a sviluppare la capacità di analisi e di sintesi, di induzione e deduzione, di formulazione delle domande, di ragionamento causale, di istituire relazioni, di stabilire analogie e differenze, di spiegare il proprio punto di vista e di rivederlo alla luce del confronto.

I testi utilizzati sono stati i seguenti: L’ospedale delle bambole di Ann Margaret Sharp e Elfie di Matthew Lipman per le Prime, Kio e Gus di Matthew Lipman per le Terze e Pixie di Matthew Lipman per le Quarte (tutti i testi sono editi da Liguori nella collana “Impariamo a pensare”).

Tali obiettivi sono stati perseguiti attraverso sessioni articolate in diversi momenti.

IL SETTING

Era fondamentale che i bambini fossero disposti in cerchio, non di fronte al facilitatore, perché non si dovevano mettere in atto lezioni di filosofia, bensì fare filosofia con i bambini. Protagonisti dovevano essere i bambini, non “il maestro”, al quale toccava invece appunto un ruolo di “facilitatore”.

L’aver svolto la prima fase delle sessioni con le Terze e le Quarte in un’aula dedicata, ampia, in cui ogni bambino poteva godere del proprio spazio, è stato sicuramente un vantaggio. Con le Prime, parte delle sessioni sono state svolte in classe, parte nella piccola saletta collocata lungo il corridoio. Le condizioni erano indubbiamente meno favorevoli, sia perché i bambini godevano di meno spazio, sia perché il tempo di preparazione del cerchio di sedie richiedeva del tempo, ma le sessioni si sono comunque svolte tutte regolarmente.

LA PRIMA SESSIONE

Nella filosofia per bambini il primo incontro ha una funzione regolativa, si tratta cioè di invitare il gruppo a stabilire le regole alle quali intende attenersi per rendere possibile lo svolgimento dell’incontro stesso.

Avendo trovato un livello di disciplina piuttosto avanzato, in alcune Terze e Quarte non è stato necessario realizzare questa fase. Con altre classi, dove si era saltato in un primo momento questo momento presupponendo la stessa consuetudine alle regole, è stato necessario farvi ritorno più avanti. Con le Prime, parte del primo incontro è stato dedicato alla definizione delle regole. Nel corso dello svolgimento delle sessioni, sono state richiamate più volte come un patto che era stato stipulato dalla comunità per rendere possibile l’attività.

GLI ESERCIZI FILOSOFICI

Avevano la funzione di introdurre all’attività filosofica i maniera ludica. Si è cercato di proporre una serie di esercizi che richiedessero progressivamente un maggior impegno logico-critico. Così, si è partiti con attività più fisiche (come l’esercizio send your claps) o più legate a qualcosa di concreto (il disegno alla lavagna) per approdare ad attività più astratte sul linguaggio (i cerchi dello sviluppo concettuale) o sulle regole logiche (se… allora…).

I bambini hanno mostrato di gradire molto questo tipo di attività e hanno partecipato con entusiasmo, tanto da dilatare a volte il tempo che le doveva essere riservato. Dopo qualche segno di disorientamento, nella maggior parte dei casi hanno mostrato di comprendere il senso dell’attività e di essere in grado di impadronirsi dei meccanismi filosofici che lo regolavano. Tale è stato il successo di questo momento che, soprattutto con le Prime, ho avuto la tentazione di dedicare qualche intera sessioni agli esercizi filosofici.

LA LETTURA COMUNITARIA

La lettura collettiva, a turno, dei testi narrativi aveva la funzione di creare comunità fra i partecipanti e di condividere un campo tematico sui cui innestare la discussione.

Con le Terze e le Quarte è stato possibile far leggere i ragazzi, nelle Prime si è preferito che la lettura venisse affidata al facilitatore. In generale, i bambini hanno mostrato molto interesse per le storie narrate, confermando di “subire” la fascinazione del racconto.

LA FORMULAZIONE DELLE DOMANDE IN PICCOLI GRUPPI

I bambini erano chiamati a esaminare il testo letto-ascoltato cercando di individuare una domanda che li aveva intrigati e sollecitati, affinché diventasse il tema comunitario della sessione. Era fondamentale che ogni gruppetto di 4-5 elementi giungesse a selezionare una sola domanda, mediando fra le diverse domande emerse. Così come la scelta del “portavoce” aveva lo scopo di stimolare all’interno del gruppetto il confronto per affidare il compito a un compagno.

Nelle prime sessioni i ragazzi hanno mostrato – come era naturale – un certo disorientamento per un compito forse per loro insolito. Già dalla seconda-terza sessione, le Terze e le Quarte hanno “capito il gioco”. Con le Prime è stato necessario attendere un po’ di più, ma i risultati sono arrivati.

A volte sono state formulate domande a prima vista strampalate, che suscitavano il sorriso, altre domande di assoluta dignità filosofica. Sottolineo però che nessuna domanda è, in realtà, inopportuna o sbagliata, perché dà voce – seppure in maniera incompiuta e lacunosa – agli interrogativi risuonati all’interno della persona.

Nei gruppi non di rado nasceva il problema di dover eliminare alcune domande, così come quello di dover scegliere un solo portavoce. I ragazzi sono stati sempre invitati, in queste situazioni, a giungere “democraticamente” a una soluzione condivisa, diventando consapevoli che un accordo generale prevede che qualcuno metta da parte le sue pretese. In una sessione, le modalità attraverso le quali giungere a un accorso, in presenza di un disaccordo in apparenza inconciliabile, sono divenute oggetto di discussione pubblica, arrivando a indicare alcune possibili soluzioni estremamente interessanti.

LA FORMAZIONE DELL’AGENDA

Un esempio di Agenda compilata nel corso di una sessione di Filosofia per bambini in una quarta elementare.

Un esempio di Agenda compilata nel corso di una sessione di Filosofia per bambini in una quarta elementare.

Le domande dei singoli gruppi venivano condivise con la comunità trascrivendole sulla lavagna. Ogni bambino, individualmente, aveva poi la possibilità di esprimere una personale adesione alla domanda di un altro gruppo. L’obiettivo era di favorire il massimo coinvolgimento del gruppo.

Talvolta, come naturale, l’adesione era un modo per compiacere l’amico o il compagno più “forte”. Col tempo, tale opzione dovrebbe esprimere la scelta di un tema per il quale si prova un autentico interesse di approfondimento.

LA SCELTA DEL PIANO DI DISCUSSIONE

Finalmente il gruppo arrivava a scegliere la domanda sulla quale voleva discutere. Non prima, però, di aver fatto un lavoro di analisi delle domande, invitando a individuare le piste euristiche in esse contenute (perché?, chi?, come?…), i protagonisti in campo, analogie e differenze, possibilità di raggruppare e classificare alcuni quesiti in base ai temi-concetti fra di loro.

Dopo la prima sessione, i bambini si lanciavano spontaneamente in questa attività, spesso cogliendo aspetti “superficiali” (la ripetizione di una singola parola, ad esempio), in altri casi cogliendo affinità concettuali più profonde.

LA DISCUSSIONE

Tutte le attività fin qui svolte costituivano già una forma di “filosofia con i bambini”, tuttavia la sessione entrava propriamente nel cuore della sessione con la discussione sulla domanda scelta dal gruppo.

Sono moltissimi gli elementi da sottolineare relativamente a questa fase. Provo a indicare schematicamente i principali:

imparare a parlare solo quando era il proprio turno

imparare ad ascoltare gli altri

imparare a formulare linguisticamente il proprio pensiero

intervenire per esprimere il proprio accordo o disaccordo

acquisire la capacità di dare ragione del proprio pensiero: chiunque interveniva veniva invitato a spiegare le ragioni della sua posizione, a non limitarsi a dire “io penso che…”, ma “io penso che… perché…”. Si richiedeva così uno sforzo per applicare i principi dell’inferenza e dei nessi causali

indicare degli esempi concreti di ciò che si sostiene

Considero fra gli esiti più rilevanti del ciclo di sessioni il fatto che molti bambini abbiano gradualmente acquisito la consapevolezza di dover dare conto delle proprie idee e che si siano sforzati di fornire le ragioni della loro opinione. Allo stesso modo, è stato molto significativo che alcuni bambini (quelli più maturi dal punto di vista filosofico) abbiano esplicitamente riconosciuto la loro difficoltà a 1) esprimere con chiarezza la loro idea e ad 2) argomentarla in maniera convincente. La maturazione di questa consapevolezza è uno degli obiettivi fondamentali del fare filosofia con i bambini, in quanto costituisce la presa d’atto del “so di non sapere” dal quale soltanto può nascere l’interrogazione filosofica e la ricerca del sapere.

L’AUTOVALUTAZIONE

L’idea decisiva è che non è il prof, ma la comunità stessa che si giudica da sé.

Spesso i bambini, soprattutto quelli più piccoli, hanno trasformato questo momento in un gioco, per questo sono stati invitati a fare lo sforzo di rivedere il lavoro svolto con un atteggiamento critico e onesto. In alcuni casi ci siamo riusciti (e così sono stati proposti diversi dal solito “10 e lode” o “bellissimo”), in altri meno, ma l’essenziale è aver suggerito la necessità di rivedere criticamente il proprio lavoro.

CONSIDERAZIONI GENERALI

Ogni sessione (come ogni classe e ogni bambino) è una storia a sé, dagli sviluppi imprevedibili, per cui risulta difficile dare una valutazione generale, tanto più che erano interessati bambini di età diverse, quindi con un percorso scolastico ben diverso.

Ovviamente alcune sessioni sono state più fluide, altre più faticose. Con i bambini di Terza e di Quarta, più abituati alla disciplina e al lavoro, sono state numerose le sessioni che hanno prodotto risultati apprezzabili. Il lavoro con le Prime puntava inevitabilmente a creare un terreno, delle condizioni preliminari affinché fosse possibile in una fase successiva svolgere un’attività del genere.

Posso comunque dire con convinzione che non c’è stata una sola sessione, incluse quelle più problematiche per “il rumore di fondo”, in cui non sia emersa almeno un’idea, un’intuizione, una metafora, un’idea valida: in ogni incontro c’è stato almeno un momento in cui il pensiero critico insito in ogni persona si è affacciato.

La partecipazione, a mio avviso, è stata davvero elevata.

Rispetto agli obiettivi socio-relazionali, mi sembra che il lavoro svolto abbia rafforzato lo sforzo che voi maestre conducete giorno per giorno di rispettare gli altri, di imparare ad ascoltarli, di avere la pazienza di attendere il proprio turno, di partecipare al lavoro di gruppo, di mettere da parte il proprio sé in funzione di un progetto comunitario, di mediare fra le proprie esigenze e quelle degli altri.

Rispetto agli obiettivi logico-intellettivi, si sono manifestati in maniera percepibile progressi, chiaramente diversi da persona a persona, oltre che da classe a classe. Molti bambini sono cresciuti nella capacità di chiarire a se stessi il proprio pensiero e quindi di esprimerlo in maniera comprensibile agli altri. E’ maturata la consapevolezza che non basta dire genericamente “io penso così” o “sono d’accordo/non sono d’accordo”, senza dare le ragioni della propria posizione. Abbiamo assistito al tentativo di tanti bambini di argomentare il proprio pensiero. In questo senso l’alunno è stato stimolato a cercare le prove, gli indizi, dai quali inferire le proprie conclusioni. Si è risvegliata l’attitudine alla domanda (e alla meraviglia così centrale nella tradizione filosofica) e incoraggiata l’attitudine a interrogare gli altri, le parole, i fatti, i racconti per coglierne il senso al di là delle apparenze immediate. Il pensiero dei bambini è stato spesso riformulato affinché potesse correggersi per rispettare i principi logici di base.

E’ chiaro che in un percorso così limitato nel tempo è stato possibile far germogliare solo in maniera embrionale il pensiero critico nella mente dei ragazzi. Per sviluppare i processi avviati e consolidarli, sarebbe necessario un progetto di più lunga durata.

Tuttavia la filosofia per bambini non è un percorso avulso dal percorso scolastico che i bambini conducono normalmente durante l’anno scolastico, ma, al contrario, li aiuta a “pensare nelle discipline” che giorno per giorno affrontano in classe insieme a voi maestre. In altre parole, la filosofia infonde nelle cosiddette abilità di base – leggere, scrivere, parlare, ascoltare – un bagaglio di disposizioni critiche. Una volta che tali disposizioni critiche avranno informato le abilità di base, i bambini dovrebbero importarle autonomamente nelle diverse discipline che incontrano a scuola (italiano, matematica, scienze, storia, geografia…).

Concludo questa relazione ringraziando ancora una volta e singolarmente ciascuna di voi maestre per la disponibilità al progetto, l’accoglienza che avete riservato al sottoscritto e la preziosa collaborazione.

Per me è stata un’esperienza molto bella e fruttuosa, anche se impegnativa. La speranza è di aver sostenuto anche in maniera infinitesimale il vostro lavoro e, soprattutto, di aver acceso qualche piccola luce nelle menti e nei cuori dei bambini.

Attraverso di voi abbraccio idealmente uno ad uno i bambini che ho conosciuto: li poterò a lungo dentro di me.

Resto a disposizione per qualsiasi chiarimento e, per quanto possibile, per una relazione più mirata sulla vostra classe.

Paolo Perazzolo

Pagine:«1234567...20»

Chi sono

Sono nato a Vicenza nel 1968. Mi sono laureato in Filosofia a Padova con una tesi su Martin Heidegger, poi ho frequentato il Biennio di giornalismo dell’Ifg di Milano. Sono il responsabile del settore Cultura e spettacoli di Famiglia Cristiana. Mi sto occupando di Filosofia per bambini e per comunità (P4C). [leggi tutto...]

Preghiere selvatiche

There's a blaze of light In every word It doesn't matter which you heard The holy or the broken Hallelujah
Leonard Cohen

Questo blog usa i cookie. Cliccando su "Accetto" o continuando a navigare sul sito, accetti il loro utilizzo. Se vuoi puoi cambiare le  impostazioni dei cookie.