4 Mar 2020

Per un’etica – Imperativo categorico 2 – «Non fare agli altri ciò che non vuoi che venga fatto a te»

Per definire un’etica che si avvalga della lezione dell’esperienza, ma che avvia una valenza universale (vedi l’articolo introduttivo), dopo il primo imperativo categorico (vedi qui), proviamo a proporne un secondo: «Non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto a te».

Certamente qui non scopriamo nulla di nuovo, ma riscopriamo la sapienza intramontabile di una massima divenuta patrimonio comune. Da un punto di vista filosofico, la sua forza risiede nel fatto che costringe il soggetto etico a regolare la propria azione mettendosi nei panni dell’altro, partendo però da sé stesso. C’è un doppio movimento in questo imperativo: verso l’altro («non fare agli altri») e verso sé stessi («quello che non vuoi venga fatto a te»).

Contro questo principio viene sollevata di solito un’obiezione: ciò che piace a me, ciò che è bene per me, non è detto che lo sia anche per l’altro. Anzi, a volte è addirittura il contrario. Tuttavia, come anticipato sopra, la forza di questa massima sta nell’indurre ciascuno a capire ciò che è bene per l’altro, non per se stesso. Ognuno di noi, infatti, chiede agli altri che “gli venga fatto” tutto ciò che è bene per lui, non ciò che è bene per gli altri. Perciò il soggetto etico, se vuole agire davvero come una persona buona, deve sforzarsi di capire ciò che l’altro considera bene per se stesso e non imporgli ciò che è bene per lui.

Così questa regola aurea, in apparenza così semplice, addirittura naïf, rivela una profondità, uno spessore e una complessità insospettabili, dicendoci che se vogliamo comportarci in modo eticamente corretto non basta “fare all’altro” ciò che per noi è bello, buono, utile (che può trasformarsi addirittura in qualcosa di brutto, cattivo, inutile); è invece necessario impegnarsi a scoprire quello che per lui è bello, buono, utile.

(Apro qui una parentesi: questa interpretazione del “non fare all’altro ciò che non vuoi che non venga fatto a te, evoca il concetto evangelico del “farsi prossimo” come risposta alla domanda: chi è il mio prossimo?).

Nel commentare questa massima abbiamo volto in positivo una frase formulata in negativo: da “non fare” è diventato un “fare”. Ciò è diretta conseguenza della nostra interpretazione: mettendosi nei panni dell’altro per capire qual è il bene che desidera non ci limitiamo a omettere quelle azioni che potrebbero danneggiarlo, ma ci impegniamo a procurargli il bene che ci è possibile. Da un atteggiamento passivo, a un atteggiamento attivo. 

Infine, potremmo definire questa seconda regola come la regola etica dell’empatia. 

 

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Chi sono

Sono nato a Vicenza nel 1968. Mi sono laureato in Filosofia a Padova con una tesi su Martin Heidegger, poi ho frequentato il Biennio di giornalismo dell’Ifg di Milano. Sono caporedattore e responsabile del settore Cultura e spettacoli di Famiglia Cristiana. Mi sto occupando di Filosofia per bambini e per comunità (P4C). [leggi tutto…]

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