Elenco degli articoli in "Pensieri (Filosofia)"

16 Ott 2012

La parola agli introversi

Il libro di Susan Cain e la copertina del Time.

Esce domani in Italia per Bompiani un libro affascinante: Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare. In breve: uno studio, profondo e argomentato, sul prevalere nella società degli estroversi, degli “urlatori”, e del soccombere dei timidi, degli introversi, che di cose da dire e di talenti utili al mondo ne avrebbero in abbondanza… Se solo qualcuno li stesse a sentire.

L’autrice è Susan Cain, timida cronica, un paio di lauree nei maggiori atenei americani, opinionista e consulente per molte aziende. Negli Stati Uniti il libro ha avuto un tale successo che ha ispirato una copertina del Time e ha dato vita a un sito-forum frequentatissimo: www.thepowerofintroverts.com.

Al di là dell’aspetto psicologico della questione, pure rilevante, mi preme sottolineare qui quello culturale: il mondo è davvero nelle mani non di chi ha più capacità, talento, idee, ma di chi sa meglio imporsi. Sui risultati di tale tendenza, lascio a voi giudicare. Non c’è tempo, non c’è voglia, non c’è interesse a scoprire, far emergere i valori nascosti delle persone; la scena è costantemente dominata dai “forti”, da chi sa alzare la voce, attirare l’attenzione. Anche in questo caso a prevalere  è l’apparenza. L’arena politica è tragicamente emblematica.

Susan Cain indaga bene le valenze culturali e sociali del fenomeno e mostra come, nella storia, le più grandi innovazioni e creazioni siano arrivate grazie agli introversi e ai timidi. Immaginare una cultura che sa dare loro ascolto, che li sa valorizzare per ciò che di buono effettivamente possono dare, significa cominciare a costruire un mondo meno aggressivo, più meritocratico, meno schiavo delle apparenze.

12 Ott 2012

Non toccate gli innocenti

Questo articolo è, volutamente, senza alcuna immagine. Deve servire solo a levare una voce in difesa degli innocenti, il bambino prelevato a scuola nel Padovano e tutti gli altri, perché il male inflitto agli innocenti è irreparabile, insensato, scandaloso. Dobbiamo rifletterci tutti: papà, mamme, giudici, forze dell’ordine, società, politica, scuola…

«Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare» (Gesù Cristo)

 

11 Ott 2012

Enzo Bianchi, la Parola e le parole

Il priore della Comunità di Bose Enzo Bianchi.

Faccio parte della giuria tecnica del Premio letterario Città di Vigevano. Quest’anno il Premio nazionale alla carriera è stato assegnato a Enzo Bianchi, fondatore e priore della Comunità monastica di Bose. E non poteva essere altrimenti, dato che il tema dell’edizione 2012 è “La forza delle parole”.

Ho avuto il piacere di scrivere la motivazione al premio, che gli verrà “consegnato” sabato 20 ottobre al Teatro Cagnoni di Vigevano. La riporto qui sotto.

«Se c’è un termine in grado di sintetizzare e restituire il senso dell’intensa parabola umana, intellettuale e pastorale di Enzo Bianchi, questo è proprio il termine “parola”. Essa ha costituito fin dall’inizio il fulcro e il centro della lunga esperienza del fondatore e priore della Comunità monastica di Bose. Pochi come Enzo Bianchi, in questi anni, hanno saputo ricordarci, sia attraverso le pubblicazioni sia attraverso gli interventi orali, che un corretto rapporto con la Parola chiede come condizione preliminare l’ascolto. Porsi di fronte alla Parola significa, anzitutto, fare silenzio, mettere a tacere le tante parole della quotidianità, creare dentro di sé un vuoto per creare uno spazio e mettersi in ascolto. Il priore insegna e testimonia che c’è una Parola che ci trascende, che si alza sopra il mormorio confuso delle nostre esistenze: la sola capace di ristorarle, orientarle, sostenerle, rinnovarle…

Qualunque parola umana nasca priva di questo legame con la Parola originaria apparirà stanca e ripetitiva e denuncerà presto il suo limite e la sua caducità. Le parole che ogni uomo è chiamato a dire, anzitutto nella trama della vita – ci rammenta Enzo Bianchi – si configurano dunque come risposta, come reazione alla voce originaria. Parole che l’uomo è invitato a spezzare come pane, per portare a tutti un pezzo di ciò che l’ascolto ha svelato: perché la parola va declinata tanto con l’iniziale minuscola – e quindi va ascoltata e custodita – tanto con la minuscola – quando deve essere incarnata nell’ordinarietà dei giorni.

Il crescente successo delle meditazioni affidate alla scrittura da Enzo Bianchi, come pure la grande attenzione che suscita ogni sua presenza nei dibattiti e nei festival, certificano come il pubblico abbia saputo riconoscere nelle sue parole un segno potente e autentico della Parola fondamentale».

9 Ott 2012

Sachs, un filosofo per l’economia

Jeffrey D. Sachs, un vero maestro del nostro tempo.

«Alla radice della crisi economica americana c’è una crisi morale, il declino della virtù civica tra le élite politiche ed economiche: mercati, leggi ed elezioni non bastano a reggere una società se chi è ricco e potente manca di rispetto, onestà e compassione nei confronti degli altri e del mondo. L’America ha sviluppato la più competitiva società di mercato, ma nel corso degli anni ha dissipato le sue virtù civiche: senza un rinnovato ethos della responsabilità sociale non potrà esserci una siginificativa e duratura ripresa economica (…)

Dobbiamo essere disposti a pagare il prezzo della civiltà, nei molteplici atti di buona cittadinanza in cui si articola: farci carico di un’equa quota di tasse, approfondire la nostra consapevolezza dei bisogni della società, svolgere con attenzione il nostro compito di custodia a vantaggio delle generazioni future, e tenere a mente che la compassione è il collante della società (…)

La società statunitense è troppo profondamente distratta dall’onnipresenza mediatica del consumismo per coltivare la pratica di una piena cittadinanza attiva (…)

Buona parte di questo libro si occupa della responsabilità sociale di chi è ricco: all’incirca quell’1 per cento di famiglie americane che non sono mai state così bene. Stanno arroccati nella loro posizione di privilegio, mentre circa 100 milioni di americani vivono in povertà o ai suoi marigini (…)

La ferocia della corsa alla ricchezza , a tutti i livelli della società, ha sfinito gli americani, privandoli dei benefici sociali che derivano da fiducia, onestà e compassione».

Frasi liberamente tratte non da un manuale di filosofia morale, ma da Il prezzo della civiltà di Jeffrey D. Sachs (Codice edizioni), uno degli economisti più influenti al mondo, già docente ad Harvard e ora alla Columbia University di New York, direttore dell’Earth Institute, consulente di diversi Governi e istituzioni, da sempre interessato ai temi della giustizia sociale, dello sviluppo sostenibile, del cambiamento climatico, della lotta alla povertà.

È, il suo, un testo straordinario che rilancia un capitalismo misto, in cui il mercato agisce liberamente, però in una cornice di regole stabilite dalla politica e in armonia con interventi pubblici, laddove si rendano necessari. Un saggio di una lucidità e profondità impressionanti, peraltro scritto con incredibile chiarezza.

Fosse per me, dovrebbe diventare un testo obbligatorio per ogni economista, filosofo e politico del mondo.

Per fare riferimento a un altro tema caro a questo mio blog – chi sono i maestri del nostro tempo? ce ne sono? – mi sento di dire che Jeffrey D. Sachs è una di quelle persone, anzitutto, e uno di quei pensatori, in seconda istanza, che dobbiamo annoverare fra i maestri di chi vuole costruire un mondo migliore.

 

2 Ott 2012

La differenza… fa la differenza

Una bella immagine tratta da Annitapoz’s Weblog.

 

Riporto qui  di seguito il breve intervento con cui ho introdotto la relazione di Vinicio Ongini sulla scuola multiculturale al Festival del diritto di Piacenza.

«Per parlare di scuola multiculturale, il primo passo da fare è, forse, quello di essere consapevoli che essa è una realtà. Non stiamo parlando di un’ipotesi che riguarda il futuro, bensì di un fenomeno che interessa molte città italiane. Vale la pena ricordarlo, all’inizio di questo incontro, perché in alcuni ambiente sembra ancora persistere un’errata percezione della realtà.

Ricordiamo allora qualche numero. Lo desumiamo dal rapporto del Ministero dell’istruzione presentato in occasione del nuovo anno scolastico: quindi dati molto freschi e recenti.

Gli studenti stranieri sono quasi 756.000. Un numero che va interpretato: il 44,2 per cento di questi ragazzi è nato in Italia: si può quindi presumere, per limitarci alla considerazione più immediata, che parlino la nostra lingua. Un secondo elemento: la tendenza è all’aumento, il che significa che non ci stiamo occupando di un fenomeno estemporaneo, passeggero, ma che, al contrario, si rafforzerà negli anni a venire.

Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna sono le Regioni che più intensamente sono toccate da questa realtà. Un dossier statistico sull’immigrazione della Caritas, datato 2011, poneva la Regione in cui ci troviamo, l’Emilia Romagna, al primo posto in Italia per l’incidenza percentuale degli studenti stranieri nelle scuole: 82.535 studenti, il 14 per cento del totale (era il 13,5 per cento nel 2009).

 Se all’Emilia Romagna spetta il primato per l’incidenza degli studenti stranieri, alla Lombardia spetta quello del numero in valori assoluti: il 24,3 per cento degli studenti stranieri in Italia è iscritto in Lombardia (anche qui dati del Miur). Al secondo posto il Veneto, con l’11,9 per cento.

Sempre in Veneto, sono state concesse due deroghe al superamento del tetto del 30 percento di presenza di studenti stranieri previsto dalla legge. Si tratta di due scuole elementari, una nel Veneziano e una nel Padovano, dove la percentuale si attesta fra il 40 e il 50 per cento. Interessante il commento della direttrice dell’Ufficio scolastico regionale: queste percentuali non devono preoccupare – ha detto – perché le deroghe sono state concesse dopo aver verificato che il 42 per cento degli studenti stranieri iscritto è nato in Italia, cioè parlano la nostra lingua.

Per completare questa fotografia della scuola multietnica in Italia, permettetemi di citare due storie.

La prima riguarda la scuola primaria più multietnica d’Italia, quella in via Paravia, zona San Siro di Milano. Ricorderete che un anno fa la scuola non aveva ottenuto l’autorizzazione a formare una prima, perché si superava il tetto del 30 per cento (17 alunni su 19). Quest’anno invece si è partiti, anche se i numeri non sono così diversi: 3 italiani, 18 stranieri, 14 dei quali nati in Italia. Motivazione, fornita da una consigliera comunale: l’anno scorso ci si era fermati alla superficie, cioè ai cognomi, ignorando che gran parte di loro non solo è nata in Italia, ma aveva anche già frequentato la scuola materna. E quindi parla italiano.

La seconda storia mi riporta nella mia zona d’origine, il Vicentino, precisamente a Villaganzerla: l’insegnante di religione, un certo Giuseppe Prisco, ha adottato alla primaria Zanella il metodo della “Regola d’oro delle altre religioni”: semplicemente, insegna le basi di tutte le religioni, coinvolgendo colleghi e famiglie. Il progetto ha funzionato così bene che la festa di fine d’anno ha ricalcato questo modello multiculturale ed è diventata un cantiere aperto di confronto di usi e tradizioni.

Mi avvio a concludere, con alcune riflessioni.

La scuola multietnica è, come abbiamo visto, già ora una realtà, destinata a crescere nei numeri.

Una prima questione: gli insegnanti sono preparati a raccogliere questa sfida? Un’indagine della Fondazione Agnelli ha fatto emergere che il 50 per cento degli insegnanti, uno su due, giudica inadeguata la propria preparazione alla gestione di classi eterogenee: cioè con disabili o stranieri. La sensazione è che l’insegnante sia lasciato un po’ da solo.

Il ruolo dei mediatori culturali: laddove esiste un problema di lingua, o laddove le differenze culturali sono marcate e non ancora aperte al confronto, servono figure capaci di avvicinare lo straniero al nostro mondo. Quanti sono i mediatori culturali? Soprattutto, sono in numero adeguato o sono stati falcidiati dai tagli?

C’è da chiedersi anche: le famiglie sono preparate? Finché il fenomeno riguarda altri, finché è lontano, è anche facile essere tolleranti e aperti. Ma se nostro figlio si trovasse in una classe con molti stranieri, non avremmo la preoccupazione che venisse penalizzato? Come bisogna rispondere alle ansie di questo genitore?

I media, spesso fomentati da alcune prese di posizione dei politici, tendono a dare a volte rappresentazioni drammatiche, estreme di questi fenomeni. In questo intervento ho rammentato in più punti come non si faccia distinzione fra stranieri nati in Italia e che parlano italiano e stranieri arrivati da qualche mese che non conoscono la nostra lingua. Ma la differenza è sostanziale.

Un’ultima questione: la scuola è, oggettivamente, il luogo in cui avviene il primo contatto fra un bambini e la comunità, anzi, fra il bambino e la sua famiglia e la comunità. È il terreno su cui si gioca la prima e forse decisiva partita dell’integrazione, con tutti gli effetti positivi che questa parola implica. Per riprendere il tema di questa edizione del festival del diritto, la scuola è il luogo in cui si costruisce la solidarietà oppure – se al posto dell’integrazione c’è un’esperienza di rifiuto – si pongono le premesse del conflitto. Qui si decide il nostro futuro. Se è così, non è necessario moltiplicare gli sforzi affinché questa occasione non venga sprecata?».

1 Ott 2012

Nelle classi multiculturali si impara di più

La differenza stimola la crescita.

Ho avuto il piacere di presentare l’incontro di Vinicio Ongini sulla scuola multiculturale al Festival del diritto di Piacenza. Condivido alcune riflessioni che sono state fatte, alla presenza di un nutrito gruppo di insegnanti.

– Della scuola, in generale e nello specifico del tema della multiculturalità, si tende a parlare male, evidenziando le esperienze negative e trascurando quelle positive

– La presenza di studenti stranieri nelle classi, l’eterogeneità delle classi, come l’ha definita Ongini, è fattore di ricchezza e di stimolo nell’apprendimento per tutti (lo dice l’esperienza di chi ha insegnato in tali classi)

– Si tende anche qui a fare di tutte le erbe un fascio: ad esempio, si parla genericamente di studenti stranieri, senza distinguere – un verbo su cui Ongini ha insistito – fra quelli nati in Italia e quelli nati all’estero, quelli che parlano la nostra lingua e quelli che non la conoscono… Differenze non da poco…

Ongini, per chi non lo conoscesse, è uno dei massimi esperti dell’argomento. Consiglio a tutti la lettura del suo viaggio nella scuola multiculturale, Noi domani, pubblicato da Laterza.

27 Set 2012

Che cosa intendi per “rispetto”?

La campagna Uefa per il rispetto.

Rispetto: parola stupenda, quanto abusata. Pretendono rispetto persone e gruppi che non lo meritano; viceversa, chi lo meriterebbe, spesso, non ha la fortuna di “riceverlo”. Eppure un’etica senza rispetto o, più radicalmente ancora, una vita senza rispetto è inimmaginabile. Vale la pena allora cercare di indagare il concetto.

Possiamo farlo con l’ausilio di un bel volumetto di Roberto Mordacci, docente di Filosofia morale all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, intitolato semplicemente Rispetto (fa parte della collana Moralia, diretta dallo stesso Mordacci).

In breve, la lettura del saggio, pubblicato da Raffello Cortina, mi ha lasciato queste indicazioni:

1) storicamente il rispetto si è declinato come rapporto asimettrico, diseguale, fra un inferiore e un superiore

2) il rispetto della persona o dell’individo in quanto tale è una conquista moderna

3) essa si fonda sul riconoscimento della persona

4) tale riconoscimento scaturisce dalla consapevolezza che l’individuo è portatore di un quid irriducibile: la libertà o capacità di autodeterminazione

5) anche le espressioni della creatività umana (le opere d’arte ad esempio) e la natura (animali, paesaggio) hanno diritto al rispetto, secondo una gradazione determinata dalla gerarchia ontologica

6) fondamento necessario della morale, il rispetto deve avere anche una valenza politica

Gli spunti, come si vede, non mancano.

26 Set 2012

Prima pensare, poi parlare (o scrivere)

Leggere prima di scivere: lui l’ha capito.

Un bell’articolo di Cristina Taglietti su la Lettura del Corriere della sera di domenica 23 settembre offriva interessanti elementi sul tema che ho affrontato in uno dei miei pezzi. In breve: oggi più che mai siamo sollecitati a scrivere, parlare, dire la nostra, prendere  posizione, insomma esporci… Le nuove tecnologie hanno esasperato questa tendenza, portata dalla società dell’apparenza e dell’io, garantendo a tutti un pulpito e una potenziale platea di uditori.

L’articolo della collega si intitola Spegnete sms e tablet. I ragazzi non sanno leggere. Richiamo uno dei passaggi cruciali: «Si è passati da un’idea di lettura che richiede silenzio e solitudine, a quella attuale fondata su impazienza e interruzioni». Qualcuno ha scritto che siamo passati da una lettura – quindi un sistema di apprendimento – verticale (che dal testo rimandava a un livello più profondo di simboli, significati, segni la cui comprensione richiedeva concentrazione e riflessione) a una lettura orizzzontale (per cui si scivola da una cosa all’altra, velocemente, senza soffermarsi). Altro passaggio fondamentale: «Forum, sms, Facebbok e Twitter veicolano testi non argomentativi, sconnessi: la scrittura è diventata una pratica non controllata». Risultato? I docenti si dicono preoccupati, perché i ragazzi non sono più in grado di affrontare ed esaminare untesto scritto.

I genitori sono soliti dire ai figli, troppo impulsivi e istintivi: “Pensa, prima di parlare”. Vale per tutti, con l’aggiunta: “Pensa e leggi, prima di parlare e di scrivere!”.

23 Set 2012

Filosofia della chirurgia estetica

Un mio articolo per Il nostro tempo su un saggio interessante: Contro la falsa bellezza. Filosofia della chirurgia estetica (il Melangolo): http://www.ilnostrotempo.it/archiviopdf/2011/tempo_02/ILNTEMPO002G1Q_013.pdf

Credo che una delle funzioni fondamentale della filosofia sia proprio quella di sottoporre all’esame critico della ragione fenomeni sociali quali il diffondersi della chirurgia estetica.

18 Set 2012

Martini, il maestro di noi “degustatori”

Martini: l’uomo che ci ha insegnato a guardare lontano.

La prima parola ha sempre un’importanza fondamentale: è la nota che rompe un silenzio, la luce che squarcia il buio, l’essere che sottrae campo al nulla. Scrivere significa creare. Per questa ragione, è per me un piacere e un onore dare vita a questo mio blog dedicando il primo articolo al cardinale Martini, appena scomparso. Come per milioni di persone, credenti e non, anche per me ha rappresentato molto. In lui ho ritrovato, in forma grandiosa, tanti elementi centrali della mia esperienza e del mio credo: l’ispirazione al Vangelo come “parola insuperabile” per l’uomo; il nutrirsi della meraviglie della cultura; l’apertura e il dialogo con chiunque abbia voglia di confrontarsi serenamente e seriamente; un’autonomia di pensiero che non è mai ribellione distruttrice, bensì critica costruttrice…

Nel suo editoriale sul Corriere e poi nell’intervista che mi ha concesso per Famiglia Cristiana, il direttore Ferruccio De Bortoli lo ha definito un padre e un maestro, in tempi in cui – aggiungeva – di maestri e di padri abbiamo un bisogno disperato. Ecco, Martini è stato padre e maestro. E davvero, oggi, in questi tempi mediocri e tragici, sentiremmo il bisogno di averne tanti. Abbiamo sete di figure non perfette, ma credibili, stimabili, non al servizio di qualche padrone, non vendute al denaro o al potere, non vili, non incapaci di vedere al di là del proprio naso… E quanta, quanta gente attorno a noi risponde a questa descrizione. Cerchiamo maestri, vogliamo padri, ma non se ne hanno tracce. Una belle serie giornalistica sarebbe proprio quella che tentasse di definire una galleria di maestri per i nostri tempi. Forse è anche un bel tema per questo blog e chi vorrà raccogliere la provocazione: vedete in giro qualcuno che meriti il nome di maestro o di padre? Uno degli obiettivi che mi prefiggo, con questo blog, è di dare voce a quei germi di valore, di bene, di bellezza che devono cambiare questo mondo, che a volte sembra davvero perduto.

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Chi sono

Sono nato a Vicenza nel 1968. Mi sono laureato in Filosofia a Padova con una tesi su Martin Heidegger, poi ho frequentato il Biennio di giornalismo dell’Ifg di Milano. Sono caporedattore e responsabile del settore Cultura e spettacoli di Famiglia Cristiana. Mi sto occupando di Filosofia per bambini e per comunità (P4C). [leggi tutto…]

Preghiere selvatiche

There's a blaze of light In every word It doesn't matter which you heard The holy or the broken Hallelujah
Leonard Cohen

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