Elenco degli articoli scritti da "Paolo Perazzolo, Autore a Paoloperazzolo.it"

21 Mag 2022

Attingere alle radici per proiettarsi nel futuro

 

Udienza da papa Francesco per i 90 anni di Famiglia Cristiana.

Il messaggio del Pontefice: bisogna attingere alle radici non per compiere passi indietro o nel passato,  ma per crescere verso l’alto e proiettarsi in avanti.

29 Gen 2022

Il singolo, oltre l’individuo

Siamo nell’era dell’individualismo, si sente dire da tempo da più parti, intendendo con ciò che le istanze dell’individuo prevalgono su quelle della collettività. Ebbene, oggi oltre questa dimensione: siamo nell’Era del singolo, come recita l’interessante saggio di Francesca Rigotti (Einaudi). 

Quali sono i caratteri fondamentali dell'”era del singolo”?

Che ogni persona si sente unica, speciale, originale, un’opera d’arte irreplicabile… Il “singolarismo” è insomma una estremizzazione dell’individualismo, o forse un suo compimento. Se ne scorgono le manifestazioni nella sanità (proposte ad hoc per ciascuno), nell’istruzione, nei viaggi, nell’estetica (e in tutto ciò che riguarda il corpo), nel cibo, in ogni ambito della vita quotidiana.

La prima conseguenza, è che viene meno l’uguaglianza come valore e come aspirazione: perché se io sono unico, non posso accettare di condividere ciò che sono e ciò che voglio con gli altri, che non saranno mai uguali a me. Una conseguenza dalle implicazioni importanti. Un esempio nell’ambito della politica: un tempo era il partito, il gruppo a “fare politica”, oggi è il leader, in singolo più singolo di tutti.

Se il digitale è il linguaggio in cui il singolarismo prospera (Internet e social), è la classe media a esserne più interessata.

E poi – è chiaro – il singolo, unico e speciale, ha diritto alla felicità. Che diventa un dovere: per il singolo, come per tutti gli altri che gliela devono riconoscere. L’era della dittatura delle felicità.

Un’analisi, quella di Francesca Rigotti, che mette in evidenza un fenomeno senz’altro diffuso. E che desta preoccupazione.

12 Set 2021

«Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali». Certo, ma… Una considerazione sulla Dichiarazione universale dei diritti umani

«Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza».

Così recita l’articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani. Una delle frasi più belle che siano mai state scritte, uno dei vertici assoluti della civiltà, un faro per ogni tempo e ogni persona.

Dovremmo stamparcele tutti queste parole e appenderle in un posto che vediamo tutti i giorni.

Però c’è un però…

Nessuna intenzione di relativizzare, limitare, circoscrivere questa massima e la sua portata, semmai di estenderla, espanderla, estremizzarla.

Così: «Tutti gli esseri nascono liberi ed uguali in dignità e diritti…».

Tutti gli esseri, non solo gli esseri umani: anche gli animali, i vegetali, il pianeta terra, l’universo intero e tutto ciò che contiene.

È tutto il vivente, in quanto tale, a nascere libero ed uguale in dignità e diritti.

Lo stiamo capendo un po’ alla volta, ma è così.

Si può e si dovrebbe discutere anche sulla seconda frase: «Essi (cioè gli uomini) sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». Si apre qui la questione della ragione e della coscienza: solo l’uomo ne è dotato? E ciò lo distingue da tutti gli altri esseri viventi.

Questione aperta, qui mi limito a dire: se anche così fosse, se davvero l’uomo fosse l’unico essere dotato di ragione e coscienza, ne deriverebbe per lui una maggiore responsabilità (un dovere, perché no?, di fratellanza) verso tutti gli altri esseri viventi che ne sono privi, non certo il diritto a dominarli, prevaricarli, distruggerli arbitrariamente.

No?

18 Apr 2021

Rileggendo “Essere singolare plurale” di Nancy al tempo del Covid: nessun vivente è un’isola

L’opera del filosofo francese (vedi l’articolo precedente) può essere riletta e capita anche alla luce dell’esperienza che stiamo vivendo, la pandemia. Tentando di individuare un insegnamento, molti lo hanno riassunto così: “Nessun uomo è un’isola”. L’intento è di sottolineare l’interdipendenza radicale di ogni essere umano. Un modo nuovo di riscoprire il con che ci costituisce più di ogni altra cosa.

Abbiamo visto che è così, nel bene e nel male. Nella relazione avviene il contagio, ma senza relazione né siamo in grado di vivere (se non una vita miserevole) né di salvarci e curarci. Il con è ancora una volta decisivo.

Tuttavia, quella massima “Nessuno uomo si salva da solo” va forse aggiornata in “Nessun vivente si salva da solo”. Lo stiamo capendo sempre meglio: senza un rapporto equilibrato, sostenibile e armonico con gli altri esseri venti, la natura, l’ecosistema, il pianeta… non c’è futuro. E Nancy ha chiarito che il noi del con non è solo l’essere umano, ma ogni essente. Tutto è relazione, tutti siamo relazione, non solo i soggetti pensanti, ma ogni vivente.

È tempo di seppellire definitivamente lo specismo e l’antropocentrismo: se davvero l’uomo ha la specificità (non superiorità) del pensiero, questa dovrebbe servirgli a capire che non ha diritto di distruggere nessun’altra forma di vita.

E il Covid sta a ricordarcelo ancora meglio: è ormai certo che la diffusione di virus è frutto della nostra invasione di ecosistemi che dovremmo lasciare tranquilli.

Sembra che la pandemia ci aiuti a capire più a fondo la lezione di Nancy. 

27 Mar 2021

Rileggendo “Essere singolare plurale” di Nancy: pensare la vita per capire chi siamo

Jean-Luc Nancy

Abbiamo mai “pensato la vita”? Il pensiero occidentale ha mai indagato radicalmente le strutture fondamentali della nostra esistenza?

Certamente ha provato a farlo Jean-Luc Nancy in Essere singolare plurale, da poco ripubblicato in un’edizione ampliata da Einaudi.

Nel suo densissimo saggio, composto di tredici brevi quanto pregnanti affondi, il filosofo indaga l’essere-con non solo dell’essere umano, ma dell’essere in quanto tale. Partendo dal Mit-Sein dell’analitica esistenziale di Martin Heidegger, per oltrepassarla: il tedesco ha avuto infatti il merito di portare alla luce questa struttura fondamentale dell’essere e del nostro (in quanto uomini) essere, ma non ha sputo – sostiene Nancy – indagarla fino in fondo in tutte le sue potenzialità.

Essere singolare plurale significa che tutto ciò che è è sempre con: anche l’individuo, ogni individualità ontologica anzi, è sempre con, in rapporto a, in condivisione con. Ciò non significa annullare l’essere singolare – le origini, nel gergo del filosofo – ma riconoscere che la loro essenza è l’essere con, che ne definisce irreversibilmente ogni aspetto, manifestazione, estrinsecazione.

Una suggestione, quella di Nancy, che forse resta ancora da indagare in tutti i suoi possibili sviluppi. Sia come rivelazione dell’essere singolare plurale quale cifra decisiva dell’essere, di ogni essere; sia come indicazione metodologica: un’ontologia può scaturire solo dall’indagine dell’essere e dell’esistenza nelle sue categorie, per così dire, più elementari.

Cosa significa questo? Che, probabilmente, non abbiamo ancora pensato abbastanza la vita. A uno sguardo fenomenologico, cosa appare? Ad esempio che ogni essere è singolare e plurale, come insegna Nancy. Ma anche, per fare un altro esempio, che ogni essere singolare plurale nasce e muore; se nasce, dipende da altri; che ha un corpo; che modifica l'”ambiente” che lo circonda; che deve nutrirsi per non morire; che stabilisce legami con persone e cose che diventano essenziali; che occupa uno spazio e un tempo che gli preesistevano…

Fatti elementari, che forse non abbiamo mai pensato come meriterebbero…

18 Nov 2020

Critica della ragione del lettore – Perché leggere è un’esperienza meravigliosa

Si vuole qui tentare di elaborare una Critica della ragione del lettore.

  1. Il lettore è alla ricerca di qualcosa che sente di non avere, di qualcosa che gli manca, che desidera, anche se quasi sempre non sa dargli un nome.
  2. Quindi il lettore sente di non bastarsi, di non essere autosufficiente.
  3. Per questo cerca al di fuori di sé qualcosa che percepisce di non avere già in sé.
  4. A riprova di questa propensione all’alterità del lettore sta il fatto che si rivolge a qualcosa di altro da sé sotto diverse forme.
  5. Anzitutto prende in mano un libro, un oggetto esterno, e poco cambia se sia in formato cartaceo o digitale.
  6. Poi si affida a un autore, colui che ha scritto quel libro, ma ancor prima a un editore, uno stampatore, un distributore, un libraio…
  7. Caratteristica fondamentale del lettore è l’ascolto, ulteriore conferma della sua disponibilità all’alterità: chi legge fa silenzio dentro di sé per mettersi in ascolto di qualcosa.
  8. Vale la pena sottolineare che, soprattutto in tempi frenetici e sovraccarichi di informazioni e proposte, fare ascolto, cioè creare uno spazio, un vuoto in sé per creare le condizioni per accogliere qualcosa d’altro, è un gesto tutt’altro che banale, se non rivoluzionario.
  9. Quindi il lettore è accogliente, è aperto all’ospitalità.
  10. Non è un gesto semplice, quello compiuto dal lettore. Leggere significa mettersi in sintonia con il pensiero di un altro – il narratore -, accettare di capire ciò che racconta e comunica, sintonizzarsi con una trama, imparare a riconoscere dei personaggi, memorizzare la successione degli eventi…
  11. Nella lettura il mondo esterno è, per così dire, momentaneamente sospeso, mentre uno nuovo, inedito, si va formando nella sua mente.
  12. E questo mondo nuovo sorto nella sua mente entra in relazione con il suo mondo interiore e, per questa via, modifica anche la sua percezione del mondo esterno.
  13. Il lettore ha voglia di imparare qualcosa di nuovo, di viaggiare, di conoscere altre culture, altre persone, altri popoli al di là dei limiti fisici ed economici imposti dalla vita.
  14. Leggere è un atto dinamico, attivo, creativo, perché se il corpo è fermo, la mente corre…
  15. In ciò la lettura si differenzia da molte altre attività simili.
  16. Leggere è un esercizio di concentrazione su un solo oggetto: qualità sempre più rara di questi tempi in cui siamo “concentrati” su mille cose contemporaneamente, e quindi su nessuna in maniera profonda (chi ha detto che il multitasking è una qualità?).
  17. Leggendo si fugge e al tempo stesso si ricostruisce il mondo.
  18. Nella lettura è come se il mondo esterno venisse sospeso, come se le distrazioni tacessero, permettendo così al lettore di mettersi in ascolto della sua interiorità, del suo io più profondo, dei suoi pensieri, sentimenti, esperienze, i quali vengono maieuticamente evocati da ciò che si sta leggendo, dalla storia che si sta raccontando e da ciò che accade ai personaggi. Leggendo, ci si riconnette alla propria interiorità, offuscata dai rumori del mondo.
  19. Leggendo, mi incarno in altre persone, vivo altre epoche, faccio esperienze che mai avrei fatto, visito luoghi sconosciuti… amplifico libro dopo libro il mio io, che si espande e cresce fino a diventare così vasto da contenere moltitudini (Walt Whitman).
  20. Leggendo sono diventato donna, sono tornato bambino, mi sono trasformato in un anziano; sono stato un soldato e il suo nemico; ho compiuto il bene e il male; ho assunto mille nazionalità e parlato altrettante lingue: sono diventato parte dell’umanità.
  21. Leggere è un ottimo modo per comprendere la molteplicità dei punti di vista, il pluralismo delle idee. Ogni personaggio, a cui bisogna aggiungere lo scrittore, la pensano a modo loro e vedono un fatto coni loro occhi singolari. Diversamente dagli altri, con sfumature diverse. Il lettore conosce l’uno e l’altro, vede il bianco e il nero. Perciò la lettura è una straordinaria scuola di empatia e di educazione al dialogo e al pluralismo. E alla tolleranza: perché comprendo che ogni cuore ha le sue ragioni.
  22. La lettura è, semplicemente, compagnia e fonte di consolazione. È compagnia nella solitudine, antidoto alla noia. E consolazione dalle amarezze del mondo, in quanto gesto intimo, privato, personale, in cui il mondo ritrova un ordine e un senso.
  23. Ritrova un ordine e un senso non perché eluda o superi il dolore e il male, ma tematizzandoli, facendoli l’oggetto del narrare. Scoprendoli nel mondo, nella storia, negli altri, il lettore ne diventa consapevole, li accetta come parte di sé, con cui convivere.
  24. Leggere è un atto di libertà: scelgo cosa leggere, quale autore, quando, dove…
  25. Se un lettura è imposta, non è autentica lettura, ma qualcosa di diverso.
  26. Leggere è tuffarsi nella vita: ogni libro ne è un concentrato.
  27. Leggere educa alla pazienza: di seguire la trama, di conoscere un po’ alla volta i personaggi, di non capire e sapere tutto fin dall’inizio e senza alcuno sforzo…
9 Apr 2020

Dietrich Bonhoeffer moriva 75 anni fa: una lezione ancora da imparare

Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano, moriva esattamente 75 anni fa, il 9 aprile del 1945, ucciso dai nazisti per aver congiurato contro Hitler. È l’occasione per rileggere il suo capolavoro, Resistenza e resa. Ecco qui un video con la presentazione di questo capolavoro del pensiero del Novecento:

https://www.famigliacristiana.it/video/un-libro-san-paolo-per-la-quarantena.aspx

A questo indirizzo, invece, una recensione più analitica del pensiero del teologo: https://www.famigliacristiana.it/blogpost/bonhoeffer-e-il-dio-per-un-mondo-adulto.aspx

4 Mar 2020

Per un’etica – Imperativo categorico 2 – «Non fare agli altri ciò che non vuoi che venga fatto a te»

Per definire un’etica che si avvalga della lezione dell’esperienza, ma che avvia una valenza universale (vedi l’articolo introduttivo), dopo il primo imperativo categorico (vedi qui), proviamo a proporne un secondo: «Non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto a te».

Certamente qui non scopriamo nulla di nuovo, ma riscopriamo la sapienza intramontabile di una massima divenuta patrimonio comune. Da un punto di vista filosofico, la sua forza risiede nel fatto che costringe il soggetto etico a regolare la propria azione mettendosi nei panni dell’altro, partendo però da sé stesso. C’è un doppio movimento in questo imperativo: verso l’altro («non fare agli altri») e verso sé stessi («quello che non vuoi venga fatto a te»).

Contro questo principio viene sollevata di solito un’obiezione: ciò che piace a me, ciò che è bene per me, non è detto che lo sia anche per l’altro. Anzi, a volte è addirittura il contrario. Tuttavia, come anticipato sopra, la forza di questa massima sta nell’indurre ciascuno a capire ciò che è bene per l’altro, non per se stesso. Ognuno di noi, infatti, chiede agli altri che “gli venga fatto” tutto ciò che è bene per lui, non ciò che è bene per gli altri. Perciò il soggetto etico, se vuole agire davvero come una persona buona, deve sforzarsi di capire ciò che l’altro considera bene per se stesso e non imporgli ciò che è bene per lui.

Così questa regola aurea, in apparenza così semplice, addirittura naïf, rivela una profondità, uno spessore e una complessità insospettabili, dicendoci che se vogliamo comportarci in modo eticamente corretto non basta “fare all’altro” ciò che per noi è bello, buono, utile (che può trasformarsi addirittura in qualcosa di brutto, cattivo, inutile); è invece necessario impegnarsi a scoprire quello che per lui è bello, buono, utile.

(Apro qui una parentesi: questa interpretazione del “non fare all’altro ciò che non vuoi che non venga fatto a te, evoca il concetto evangelico del “farsi prossimo” come risposta alla domanda: chi è il mio prossimo?).

Nel commentare questa massima abbiamo volto in positivo una frase formulata in negativo: da “non fare” è diventato un “fare”. Ciò è diretta conseguenza della nostra interpretazione: mettendosi nei panni dell’altro per capire qual è il bene che desidera non ci limitiamo a omettere quelle azioni che potrebbero danneggiarlo, ma ci impegniamo a procurargli il bene che ci è possibile. Da un atteggiamento passivo, a un atteggiamento attivo. 

Infine, potremmo definire questa seconda regola come la regola etica dell’empatia. 

 

6 Gen 2020

Per un’etica – Imperativo categorico 1: «Agisci come se i tuoi figli ti stessero guardando e in modo che non si debbano mai vergognare di te»

 

Il primo imperativo di un’etica che voglia dare un valore universale all’esperienza è: «Agisci come se i tuoi figli ti stessero guardando e in modo che non si debbano mai vergognare di te».

Credo che chi è genitore non abbia difficoltà a capire il senso di questo imperativo: è insostenibile l’idea di compiere il male davanti ai loro occhi, come quella di fare scelte o mettere in atto azioni che possano provocare in loro la vergogna di avere un padre e una madre del genere.

Ai figli vogliamo dare il meglio, anche di noi stessi. Spesso vorremmo offrire loro anche più di quello che siamo in grado di dare. Ecco allora che rivolgere un pensiero nel momento della decisione a loro, al loro sguardo e alla loro azione, può aiutarci a mettere da parte istinti violenti, aggressività, collera per lasciare spazio invece alla ricerca del giusto, dell’onesto, del buono.

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Chi sono

Sono nato a Vicenza nel 1968. Mi sono laureato in Filosofia a Padova con una tesi su Martin Heidegger, poi ho frequentato il Biennio di giornalismo dell’Ifg di Milano. Sono caporedattore e responsabile del settore Cultura e spettacoli di Famiglia Cristiana. Mi sto occupando di Filosofia per bambini e per comunità (P4C). [leggi tutto…]

Preghiere selvatiche

There's a blaze of light In every word It doesn't matter which you heard The holy or the broken Hallelujah
Leonard Cohen

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