Elenco degli articoli in "Visioni"

3 Mag 2013

Antony & the Johnsons, musica dal profondo

Antony Hegarty

Antony Hegarty

Capita di rado di emozionarsi. Invecchiando, la scorza della nostra sensibilità si fa più spessa. Quando accade è meraviglioso, perché le emozioni sono una delle dimensioni più profonde della persona.

Mi è capitato ascoltando la musica di Antony & the Johnsons, un gruppo di New York guidato da Antony Hegarty. Tolta la classica, con la quale ultimamente ho più frequentazione, era da tempo che la musica “leggera” non toccava in me corde così intime. Li ho conosciuti grazie all’ultimo Sanremo, dove Antony ha cantato I love my sister. Qualcosa si è mosso in me, tanto che ho voluto acquistare un Cd: la scelta è caduta su I’m a bird now, che contiene tra l’altro la canzone sentita al festival.

Poco da dire: voce e note che entrano dentro, commuovono, vanno dritte in zone spesso inaccessibili del nostro cuore. Provate ad ascoltarlo: questa è musica dell’anima.

26 Apr 2013

Miracolo a Le Havre, davvero

Un'illustrazione di "Miracolo a Le Havre" tratta da film.it.

Un’illustrazione di “Miracolo a Le Havre” tratta da film.it.

Che grazia Miracolo a Le Havre, film del 2011 di Aki Kaurismäki. Per la serie “meglio tardi che mai”, l’ho visto in Dvd. E non posso fare a meno di raccomandarne la visione a chi, come me, non l’aveva ancora visto.

Tra le tante riflessioni che il film stimola, voglio solo sottolineare l’apparente e cercato contrasto fra l’ordinarietà, la normalità, l’umiltà dei protagonisti e la grandezza epica delle loro azioni. Contrasto sottolineato da una colonna sonora che ripete, rielaborati e addolciti, motivi western e “da Casablanca“, quando la vicenda, i personaggi, i paesaggi, l’ambientazione rimandano a una ordinarietà quasi banale e minimale. L’eroe protagonista, per dirne una, è un lustrascarpe. E qui sta, forse, il bellissimo messaggio del film: le grandi azioni, gli atti di eroismo e coraggio non dipendono da altri fattori che il cuore dell’uomo: sono le dimensioni del cuore, della coscienza, a fare di un uomo un eroe o una persona insignificante o cattiva.

Stupenda  asai originale la figura dell’ispettore, uomo che ha e scopre in sé un “punto sensibile”, com’egli confesserà. Tutti i personaggi hanno questa statuarietà, questa postura teatrale, questo comportamento “comico”; tutti sono così presi nel loro ruolo, forse perché in fondo sanno che la Storia sono loro a farla, a dispetto di ogni apparenza. Un film pieno di grazia.

 

19 Apr 2013

Peppe e Toni Servillo, fratelli coltelli

Peppe e Toni Servillo in "Le voci di dentro".

Peppe e Toni Servillo in “Le voci di dentro”.

Ho avuto modo di incontrare i fratelli Servillo per un’intervista per Famiglia Cristiana. Peppe è il leader degli Avion Travel, non nuovo a incursioni nella recitazione. Toni è forse l’attore più richiesto dal cinema, ma anche un bravissimo regista teatrale, innamorato di Goldoni e De Filippo.

Al di là dei tratti più personali e famigliari dei due fratelli, per i quali rimando al mio articolo sul numero di Famiglia Cristiana ora in edicola, vorrei soffermarmi sulla potenza del testo teatrale che Toni ha scelto di portare in scena: Le voci di dentro di Eduardo De Filippo. È la storia di un uomo (Toni) che, scambiando un sogno per il vero, denuncia di omicidio una famiglia di vicini. L’emergere della verità – si tratta solo di un sogno – non porterà affatto la tranquillità, ma scatenerà una ridda incontenibile e drammatica di sospetti all’interno della famiglia ingiustamente accusata e indurrà il fratello (Peppe) a tentare di approfittarne per fare tutto suo il patrimonio famigliare.

Come dire: la corruzione, il sospetto, l’odio si annidano fin nelle relazioni più intime. C’è da sorprendersi se la società in cui viviamo è marcia fin nel profondo? Un testo scritto all’indomani della seconda guerra mondiale, ma sembra oggi.

Toni e Peppe sono bravissimi. Se potete, vedete lo spettacolo, fino a fine mese al Piccolo di Milano e poi in tournée.

1 Mar 2013

Pietà non l’è morta

Pietà

La foto di Paul Hansen che ha vinto il World Press Photo 2013.

Una strada stretta. Un gruppo di palestinesi, in una specie di processione, porta i cadaveri di due bambini avvolti in un telo bianco. È la foto che ha vinto il prestigioso World Press pHoto 2013, la foto dell’anno, insomma. Si è molto discusso sul fatto che questa immagine sia stata ritoccata in sede di post-produzione. Secondo i giurati del Premio, l’intervento non ha comunque alterato la fotografia né il suo messaggio.

Qui non importa questo punto. Mi colpisce invece che questa immagine sia l’ennesima Pietà, l’ultimo aggiornamento di uno dei sentimenti più nobili, struggenti e umani. Sulle infinite rivisitazioni fra arte, fotografie e cinema della Pietà delle Pietà, cioè quella di Michelangelo, ho scritto un pezzo per Vivere che riporto qui sotto.

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In occasione del restauro delle sale del Castello Sforzesco di Milano che ospiteranno in via permanente la Pietà Rondanini di Michelangelo, è stato proposto di collocarla temporaneamente nella Cappella del Carcere di San Vittore. Sono seguiti dibattiti, in cui esperti e opinione pubblica si sono divisi. Di particolare interesse si è rivelata una riflessione fra quanti erano favorevoli: il luogo che avrebbe fatto da dimora, seppur provvisoria, alla scultura, le avrebbe consentito di esprimere il significato profondo di cui è portatrice. Quale collocazione, meglio di un luogo di detenzione, espiazione della colpa, redenzione e compassione avrebbe potuto valorizzare di più il messaggio intrinseco dell’opera? Qualcuno si è spinto fino a dire che essa si sarebbe arricchita e in qualche modo “appropriata” delle sofferenze e del dolore che in quel luogo si consumano.
Può partire da questo episodio di cronaca un percorso – inevitabilmente non esauriente – che prova a raccontare come uno dei capolavori dell’arte occidentale, la Pietà di Michelangelo, si sia trasformata nell’icona stessa del sentimento che raffigura, grazie anche alle molteplici rivisitazioni di cui è stata oggetto nell’arte, nella fotografia, nel cinema. La Pietà è il primo capolavoro che ci regalò un Michelangelo Buonarroti poco più che ventenne. L’opera, alta 174 centimetri, larga 199 e profonda 69, oggi ammirabile nella Basilica di San Pietro in Roma, prese forma fra il 1497 e il 1499. L’abbiamo vista tante volte, nell’originale o in una delle sue infinite variazioni: Maria tiene in braccio il Cristo morto, una madre raccoglie in un gesto d’amore e compassione, tanto impotente quanto forte, il figlio senza vita. Il maestro tornò al soggetto negli ultimi anni di vita, lavorando fino all’estremo respiro alla già citata Pietà Rondadini, nella quale il Cristo e Maria sembrano sorreggersi a vicenda.

L’iconografia della Pietà precede e segue Michelangelo. Intorno al 1485, Niccolò dell’Arca creò un gruppo di sette statuette in terracotta policroma, che richiamava a sua volta esempi nordici e ferraresi. Il compianto sul Cristo morto è un soggetto dell’arte sacra cristiana popolare fin dal XIV secolo. Celebre quello del Botticelli (ultimi anni del XV secolo), straordinario per l’intensità drammatica quello di Giotto (inizi del XIV secolo), stupefacente quello del Beato Angelico (1436). Anticipa di qualche decennio il lavoro del Buonarroti la Pietà del Bellini, databile fra il 1465 e il 1470, in cui la Vergine sorregge un Cristo senza peso. Fra i simboli più noti del Rinascimento italiano, il Cristo morto del Mantegna — con il suo vertiginoso scorcio prospettico che costringe lo spettatore a “seguirlo” — risale al 1475-1478; il corpo abbandonato del Salvatore occupa la scena, mentre sulla sinistra, quasi come comparse che si affacciano, appaiono le figure dolenti (una costante dell’iconografia del compianto): Maria che si asciuga le lacrime con un fazzoletto, san Giovanni in lacrime con le mani giunte e, in ombra, una donna che si dispera, probabilmente Maria Maddalena. Testimonianza della collaborazione con Michelangelo è la Pietà di Sebastiano del Piombo, di un ventennio più tarda del modello. Negli anni a cavallo fra il XVI e il XVII secolo fu Annibale Carracci a misurarsi con insuperabile sensibilità con il soggetto. La Vergine Maria immaginata da Van Dyck nella sua Pietà del 1629 distoglie lo sguardo dal Figlio, per appellarsi direttamente al Padre.

Se quelle finora citate sono perlopiù opere dipinte, del linguaggio prescelto da Michelangelo, la scultura, si servì Giuseppe Sanmartino per dare vita al suo Cristo velato (1753), una delle opere più suggestive dell’arte di tutti i tempi, in cui il Cristo morto, coperto da un sudario trasparente, giace solo, senza la presenza di Maria a compiangerlo. Non possiamo qui accennare alle tante Deposizioni che ai temi della Pietà si richiamano, ma è d’obbligo citare almeno la Deposizione di Cristo sulla croce del Tintoretto del 1559-1560, con una Vergine sconvolta da un dolore insostenibile. Sbaglierebbe chi pensasse che la Pietà fosse cara solo agli antichi. In quanto simbolo universale di un sentimento fra i più alti, essa ha affascinato con eguale forza anche i moderni e i contemporanei. La versione di Eugène Delacroix racchiude in una situazione semplificata Madre e Figlio, ispirando quella successiva di Vincent Van Gogh, del 1889, in cui viene posta al centro la Madre dolorosa, con mani forti, da contadina, protese in avanti a dare cura al Figlio perduto. Inaspettato l’”omaggio” di Edward Manet, del 1864, poetico quello di Marc Chagall (Pietà rossa, del 1956).

La forza che fa della Pietà un’icona che travalica i tempi e le culture risiede nell’intuizione di esprimere la compassione, l’amore, la cura che vuole porre rimedio al male attraverso il più naturale e primordiale dei sentimenti, quello che lega una madre al figlio. Nutrita da secoli di scultura e pittura dei più grandi artisti, nemmeno la fotografia ha potuto sottrarsi alla suggestione. Significativo che uno dei documenti più importanti sia quello di Robert Hupka, il grande fotografo viennese che ebbe il privilegio di meditare in condizioni eccezionali proprio sul capolavoro di Michelangelo, trasferito a New York per l’esposizione universale nel 1964. Seguendo l’avventura americana della Pietà fin dall’allestimento, Hupka scattò centinaia di fotografie: «Una volta cominciato non riuscii più a smettere, sino a quando la nave che riportava la statua in Italia sparì dalla mia vista. Ho scattato migliaia di fotografie… è stata un’esperienza che non si può esprimere a parole, l’esperienza di essere davanti al mistero della vera grandezza».

Sedici anni dopo che l’enclave protetta dall’Onu Srebrenica venne occupata da truppe serbo-bosniache, con l’obiettivo di attuare la pulizia etnica, Alfons Rodriguez tornò a visitare quei luoghi: «Mi sono reso conto che si continua a vivere un dolore immenso… Ci furono quasi 15 mila morti». La testimonianza ha trovato voce in Pianto per il genocidio di Srebrenica: filari di bare nere tutte identiche campeggiano in un luogo asettico, spoglio di ogni simbolo; tre ragazze e un uomo sono in piedi, una donna è chinata sul feretro che custodisce quel che resta di suo figlio; il fazzoletto incornicia un volto dolce e disperato, nel quale non è così difficile rivedere le espressioni della Vergine Maria. La Pietà, si diceva, è icona che tocca il cuore dell’uomo al di là di ogni differenza. Non sorprende che sia stata selezionata come foto dell’anno dal World Press Photo 2011 quella che ritrae una donna yemenita, avvolta nel velo completo niqab, che tiene fra le braccia il figlio ferito durante una protesta contro il presidente Saleh. «Si tratta di una foto profondamente iconica», si legge nella motivazione al premio assegnato a Samuel Aranda, «in cui è preponderante l’elemento della sofferenza umana e allo stesso tempo della compassione». La “pietà musulmana” è stata definita l’immagine.

Infine qualche rapido accenno a come anche il cinema ha assimilato questa icona universale. Se Pasolini volle citare il Cristo morto di Mantegna nel suo “Mamma Roma” del 1962, l’anno scorso il regista Kim Ki-duk ha titolato Pietà il suo film, Leone d’oro a Venezia, nella cui locandina par di rivedere Maria e il Figlio nell’estremo gesto di tenerezza. è la storia di uno strozzino violento e crudele, al quale si presenta un giorno una donna che dice di essere sua madre, gli chiede perdono per non averlo amato abbastanza e lo porta sulla via della redenzione. Ultima rivisitazione in chiave contemporanea di una storia senza tempo di dolore, compassione, rinascita.

17 Gen 2013

Concerto per traffico, violino e orchestra

Metti un giorno in cui, a causa delle neve, per andare al lavoro devi lasciare a casa la moto e prendere la macchina. Ti immergi nel traffico, noioso, grigio, inutile. Cerchi una via d’uscita, materiale e metaforica. Vedi il lettore Cd e pensi che potrebbe essere quella la tua ancora di salvezza.

Partono le note di Meditazione in preghiera di Giovan Battista Viotti. Già, chi è? Un grande e affascinante personaggio della nostra storia musicale (1755-1824), genio del violino, ispirato compositore  che girò l’Europa e si trovò costretto a fare anche il commerciante di vino, nelle alterne vicende della vita. A far risuonare il “suo” violino è un maestro come Guido Rimonda, magistralmente accompagnato dall’Orchestra Camerata ducale.

Basta poco, e le strade, le macchine, il fumo che esce dalle marmitte a inquinare il mondo scompaiono. Sei in un’altra dimensione, quella di Viotti, quella della sua Meditazione, quella della musica, dello spirito. Quasi ti dispiace, adesso, quando il traffico corre via veloce. Vivi come una benedizione l’altrimenti odiato semaforo rosso: secondi preziosi per leggere il libretto e sapere di più di questo genio, capace di creare melodie così soavi.

Dopo Meditazione in preghiera, i Concerti per violino 22 e 24, bellissimi. E… Accidenti, sono già arrivato al lavoro!

(Violin Concertos, Decca).

14 Gen 2013

Pi, Ulisse, Giobbe e l’istinto di sopravvivenza

«Dio, ho perso la mia famiglia, ho perso tutto. Che cosa vuoi da me?». «Tu sia lodato per ogni cosa». Sono alcune delle frasi che Pi grida a Dio, mentre vaga con la sua barca in mezzo all’oceano. Ho visto il film di Ang Lee al cinema, tratto dal romanzo di Yann Martel, poco dopo che aveva fatto incetta di nomination agli Oscar, secondo solo a Lincoln di Steven Spielberg.

È un film che non lascia indifferente lo spettatore. Anziutto per la sua straordinaria potenza visiva (da sottolineare il ruolo di un italiano, Claudio Miranda, alla fotografia): sappiamo che la capacità visionaria di Ang Lee è stupefacente. Alcune sequenze sono fra le più emozionanti che io abbia mai visto al cinema.

Mi ha interessato molto la dimensione filosofica del film. Chi è Pi? Un moderno Ulisse, protagonista di un viaggio che sembra infinito, come le cose che gli insegna? Oppure, meglio, un moderno Giobbe, la cui fede viene provata a livelli sempre più profondi? Pi è un ragazzo aperto alle religioni, da tutte accoglie qualcosa, in un personalissimo sincretismo; a somministrargli lalezione del razionalismo è il padre; la letteratura è l’altra grande maestra della sua vita…

Con questo bagaglio, il ragazzo si troverà ad affrontare una prova quasi insostenibile: quella che pone l’uomo di fronte all’istinto di sporavvivenza. Che ne è, allora, dei principi morali, delle leggi divine, della fede?

Un film che merita davvero di essere visto.

 

3 Gen 2013

La compagnia Colla fa sognare con Alì Baba

Ieri sono stato a vedere Alì Baba al Piccolo Teatro di Milano con Lucia. Che bello quando il capo dei ladroni ha detto “Apriti Sesamo” e la roccia si è aperta! I ladroni avevano portato tutti i tesori che avevano rubato lì dentro. Anche Alì Baba entra nella grotta dicendo “Apriti Sesamo” . Prende un po’ di soldi e una collana per sua moglie e li porta a casa. Ma il capo dei ladroni vuole riprendersi il suo tesoro e si fa invitare a casa di Alì Baba. Per fortuna lo salva la serva Morgana, bruciando i ladroni con l’olio bollente. Alla fine chiamano le guardie che portano in prigione il capo dei ladroni e Alì Baba e la sua famiglia fanno festa.

Mi è piaciuto tanto quando dicono “Apriti Sesamo”. Le marionette erano fatte molto bene. Il palazzo di Alì Baba era molto bello, gli animali anche. Questo spettacolo mi ha colpito più degli altri perché usavano le marionette fatte giuste. Mi piacerebbe andare ancora a vederle.

(Recensione di mio figlio Pietro, 7 anni, allo spettacolo Alì Baba della storica compania Colla, visto ieri al Piccolo di Milano, con la famiglia e gli amici Lucia, Lorenzo e Alice. Concordo con Pietro su tutto: portate i vostri bambini).

 

19 Dic 2012

Luca Sapio, sembra afroamericano

Devo a un mio collaboratore la scoperta di un autore davvero interessante della nuova scena musicale italiana: Luca Sapio. Ha appena vinto il Premio per la musica indipendente con l’album Who Knows, e non si fatica a a capire perché. La sua abilità nel contaminare jazz, soul e blues è notevole; la voce intensa, profonda, da afroamericano…

Nell’intervista rilasciata a Famigliacristiana.it (vedi qui) lascia intendere da quale background di pensiero provenga la sua musica: quello che conta, dice, è essere persone vere, non rifilare al pubblico gadget musicali effimeri di cui non resterà nulla. Molto tristi le parole sull’Italia…

Una bella scoperta, davvero.

18 Dic 2012

A testa alta, noi figli della Costituzione

Roberto Benigni

Credo sia superfluo ogni commento. Due sole cosa vorrei sottolineare. La prima: il carattere costruttivo, propositivo, di stimolo e incentivo a creare una società giusta e con pari opportunità della nostra Costituzione. Benigni ha il merito di averlo a più riprese sottolineato: la Carta non è un insieme di divieti (non fare…), ma un continuo invito ai politici e ai cittadini di promuovere, edificare una società bella e vivibile per tutti. È il sogno di un Paese e di un mondo di diritti e opportunità.

La seconda: l’esaltazione di una politica nobile, alta, elegante, votata al bene comune, incarnata dai nostri padri costituenti. Di fronti ai quali i mestieranti di oggi stingono come squallidi nani.

(Grazie Benigni).

6 Dic 2012

Quando Turoldo scrisse L’albero degli zoccoli

Una scena di “Gli ultimi”.

Ritorno sempre volentieri a David Maria Turoldo. Due occasioni in questi giorni mi hanno riportato alla memoria la sua figura e la sua opera.

Nel gennaio del 1963, cinquant’anni fa, fu proiettato per la prima volta Gli ultimi, il film di Vito Pandolfi tratto dal racconto Io non ero un fanciullo del prete-poeta. Una sorta di Albero degli zoccoli ambientato nel suo Friuli. Un film che non godette allora di grande accoglienza, osteggiato anche da una certa parte del mondo eccelesiastico, per la collaborazione con il marxista Pandolfi, e in genere incompreso. È il racconto della civiltà contadina, negli anni in cui l’industrializzazione cominciava ad allungare i suoi artigli, con pratagonisti il pastorello Checo e la sua famiglia. Gli abitanti di Coderno, il paese natale di Turoldo, vi presero parte come attori.

Dopo un lungo periodo di oblio, quel film oggi risorge: sarà disponibile in un doppio Dvd, che contiene sia l’edizione integrale sia quella “corretta” e più breve. Un’iniziativa meritoria – dovuta alla Cineteca del Friuli, al Centro espressioni cinematografiche e a Cinemazero – anche perché emerge non solo il tema della cultura e dei valori del mondo rurale, ma anche quello della solitudine, del sentirsi diversi in un ambiente che non sa riconoscerci.

Il secondo pretesto per rievocare Turoldo è stato il ritrovarmi fra le mani l’edizione dei Salmi da lui curata insieme a Gianfranco Ravasi (San Paolo). Turoldo tende la lingua italiana in modo da restituire con la massima potenza espressiva il senso e la poesia dei Salmi, sollecitato anche dai commenti di Ravasi:

Nessun male ti potrà accadere

né flagello alcuno colpirà la tua casa.

Egli comanderà agli angeli suoi

di vegliare su ogni tuo passo.

Pagine:«1234»

Chi sono

Sono nato a Vicenza nel 1968. Mi sono laureato in Filosofia a Padova con una tesi su Martin Heidegger, poi ho frequentato il Biennio di giornalismo dell’Ifg di Milano. Sono caporedattore e responsabile del settore Cultura e spettacoli di Famiglia Cristiana. Mi sto occupando di Filosofia per bambini e per comunità (P4C). [leggi tutto…]

Preghiere selvatiche

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Leonard Cohen

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