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1 Mar 2013

Pietà non l’è morta

Pietà

La foto di Paul Hansen che ha vinto il World Press Photo 2013.

Una strada stretta. Un gruppo di palestinesi, in una specie di processione, porta i cadaveri di due bambini avvolti in un telo bianco. È la foto che ha vinto il prestigioso World Press pHoto 2013, la foto dell’anno, insomma. Si è molto discusso sul fatto che questa immagine sia stata ritoccata in sede di post-produzione. Secondo i giurati del Premio, l’intervento non ha comunque alterato la fotografia né il suo messaggio.

Qui non importa questo punto. Mi colpisce invece che questa immagine sia l’ennesima Pietà, l’ultimo aggiornamento di uno dei sentimenti più nobili, struggenti e umani. Sulle infinite rivisitazioni fra arte, fotografie e cinema della Pietà delle Pietà, cioè quella di Michelangelo, ho scritto un pezzo per Vivere che riporto qui sotto.

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In occasione del restauro delle sale del Castello Sforzesco di Milano che ospiteranno in via permanente la Pietà Rondanini di Michelangelo, è stato proposto di collocarla temporaneamente nella Cappella del Carcere di San Vittore. Sono seguiti dibattiti, in cui esperti e opinione pubblica si sono divisi. Di particolare interesse si è rivelata una riflessione fra quanti erano favorevoli: il luogo che avrebbe fatto da dimora, seppur provvisoria, alla scultura, le avrebbe consentito di esprimere il significato profondo di cui è portatrice. Quale collocazione, meglio di un luogo di detenzione, espiazione della colpa, redenzione e compassione avrebbe potuto valorizzare di più il messaggio intrinseco dell’opera? Qualcuno si è spinto fino a dire che essa si sarebbe arricchita e in qualche modo “appropriata” delle sofferenze e del dolore che in quel luogo si consumano.
Può partire da questo episodio di cronaca un percorso – inevitabilmente non esauriente – che prova a raccontare come uno dei capolavori dell’arte occidentale, la Pietà di Michelangelo, si sia trasformata nell’icona stessa del sentimento che raffigura, grazie anche alle molteplici rivisitazioni di cui è stata oggetto nell’arte, nella fotografia, nel cinema. La Pietà è il primo capolavoro che ci regalò un Michelangelo Buonarroti poco più che ventenne. L’opera, alta 174 centimetri, larga 199 e profonda 69, oggi ammirabile nella Basilica di San Pietro in Roma, prese forma fra il 1497 e il 1499. L’abbiamo vista tante volte, nell’originale o in una delle sue infinite variazioni: Maria tiene in braccio il Cristo morto, una madre raccoglie in un gesto d’amore e compassione, tanto impotente quanto forte, il figlio senza vita. Il maestro tornò al soggetto negli ultimi anni di vita, lavorando fino all’estremo respiro alla già citata Pietà Rondadini, nella quale il Cristo e Maria sembrano sorreggersi a vicenda.

L’iconografia della Pietà precede e segue Michelangelo. Intorno al 1485, Niccolò dell’Arca creò un gruppo di sette statuette in terracotta policroma, che richiamava a sua volta esempi nordici e ferraresi. Il compianto sul Cristo morto è un soggetto dell’arte sacra cristiana popolare fin dal XIV secolo. Celebre quello del Botticelli (ultimi anni del XV secolo), straordinario per l’intensità drammatica quello di Giotto (inizi del XIV secolo), stupefacente quello del Beato Angelico (1436). Anticipa di qualche decennio il lavoro del Buonarroti la Pietà del Bellini, databile fra il 1465 e il 1470, in cui la Vergine sorregge un Cristo senza peso. Fra i simboli più noti del Rinascimento italiano, il Cristo morto del Mantegna — con il suo vertiginoso scorcio prospettico che costringe lo spettatore a “seguirlo” — risale al 1475-1478; il corpo abbandonato del Salvatore occupa la scena, mentre sulla sinistra, quasi come comparse che si affacciano, appaiono le figure dolenti (una costante dell’iconografia del compianto): Maria che si asciuga le lacrime con un fazzoletto, san Giovanni in lacrime con le mani giunte e, in ombra, una donna che si dispera, probabilmente Maria Maddalena. Testimonianza della collaborazione con Michelangelo è la Pietà di Sebastiano del Piombo, di un ventennio più tarda del modello. Negli anni a cavallo fra il XVI e il XVII secolo fu Annibale Carracci a misurarsi con insuperabile sensibilità con il soggetto. La Vergine Maria immaginata da Van Dyck nella sua Pietà del 1629 distoglie lo sguardo dal Figlio, per appellarsi direttamente al Padre.

Se quelle finora citate sono perlopiù opere dipinte, del linguaggio prescelto da Michelangelo, la scultura, si servì Giuseppe Sanmartino per dare vita al suo Cristo velato (1753), una delle opere più suggestive dell’arte di tutti i tempi, in cui il Cristo morto, coperto da un sudario trasparente, giace solo, senza la presenza di Maria a compiangerlo. Non possiamo qui accennare alle tante Deposizioni che ai temi della Pietà si richiamano, ma è d’obbligo citare almeno la Deposizione di Cristo sulla croce del Tintoretto del 1559-1560, con una Vergine sconvolta da un dolore insostenibile. Sbaglierebbe chi pensasse che la Pietà fosse cara solo agli antichi. In quanto simbolo universale di un sentimento fra i più alti, essa ha affascinato con eguale forza anche i moderni e i contemporanei. La versione di Eugène Delacroix racchiude in una situazione semplificata Madre e Figlio, ispirando quella successiva di Vincent Van Gogh, del 1889, in cui viene posta al centro la Madre dolorosa, con mani forti, da contadina, protese in avanti a dare cura al Figlio perduto. Inaspettato l’”omaggio” di Edward Manet, del 1864, poetico quello di Marc Chagall (Pietà rossa, del 1956).

La forza che fa della Pietà un’icona che travalica i tempi e le culture risiede nell’intuizione di esprimere la compassione, l’amore, la cura che vuole porre rimedio al male attraverso il più naturale e primordiale dei sentimenti, quello che lega una madre al figlio. Nutrita da secoli di scultura e pittura dei più grandi artisti, nemmeno la fotografia ha potuto sottrarsi alla suggestione. Significativo che uno dei documenti più importanti sia quello di Robert Hupka, il grande fotografo viennese che ebbe il privilegio di meditare in condizioni eccezionali proprio sul capolavoro di Michelangelo, trasferito a New York per l’esposizione universale nel 1964. Seguendo l’avventura americana della Pietà fin dall’allestimento, Hupka scattò centinaia di fotografie: «Una volta cominciato non riuscii più a smettere, sino a quando la nave che riportava la statua in Italia sparì dalla mia vista. Ho scattato migliaia di fotografie… è stata un’esperienza che non si può esprimere a parole, l’esperienza di essere davanti al mistero della vera grandezza».

Sedici anni dopo che l’enclave protetta dall’Onu Srebrenica venne occupata da truppe serbo-bosniache, con l’obiettivo di attuare la pulizia etnica, Alfons Rodriguez tornò a visitare quei luoghi: «Mi sono reso conto che si continua a vivere un dolore immenso… Ci furono quasi 15 mila morti». La testimonianza ha trovato voce in Pianto per il genocidio di Srebrenica: filari di bare nere tutte identiche campeggiano in un luogo asettico, spoglio di ogni simbolo; tre ragazze e un uomo sono in piedi, una donna è chinata sul feretro che custodisce quel che resta di suo figlio; il fazzoletto incornicia un volto dolce e disperato, nel quale non è così difficile rivedere le espressioni della Vergine Maria. La Pietà, si diceva, è icona che tocca il cuore dell’uomo al di là di ogni differenza. Non sorprende che sia stata selezionata come foto dell’anno dal World Press Photo 2011 quella che ritrae una donna yemenita, avvolta nel velo completo niqab, che tiene fra le braccia il figlio ferito durante una protesta contro il presidente Saleh. «Si tratta di una foto profondamente iconica», si legge nella motivazione al premio assegnato a Samuel Aranda, «in cui è preponderante l’elemento della sofferenza umana e allo stesso tempo della compassione». La “pietà musulmana” è stata definita l’immagine.

Infine qualche rapido accenno a come anche il cinema ha assimilato questa icona universale. Se Pasolini volle citare il Cristo morto di Mantegna nel suo “Mamma Roma” del 1962, l’anno scorso il regista Kim Ki-duk ha titolato Pietà il suo film, Leone d’oro a Venezia, nella cui locandina par di rivedere Maria e il Figlio nell’estremo gesto di tenerezza. è la storia di uno strozzino violento e crudele, al quale si presenta un giorno una donna che dice di essere sua madre, gli chiede perdono per non averlo amato abbastanza e lo porta sulla via della redenzione. Ultima rivisitazione in chiave contemporanea di una storia senza tempo di dolore, compassione, rinascita.

Chi sono

Sono nato a Vicenza nel 1968. Mi sono laureato in Filosofia a Padova con una tesi su Martin Heidegger, poi ho frequentato il Biennio di giornalismo dell’Ifg di Milano. Sono caporedattore e responsabile del settore Cultura e spettacoli di Famiglia Cristiana. Mi sto occupando di Filosofia per bambini e per comunità (P4C). [leggi tutto…]

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